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domenica 18 novembre 2012

Film e mistero : The Twilight Saga





Per secoli hanno acceso fantasie e fatto scorrere fiumi di inchiostro su di loro. Sono i vampiri e licantropi, soggetti della saga di Twilight. Si conclude con il seguente film la storia della famiglia di vampiri Cullen che se la dovranno vedere con la potente famiglia sovrana e giudice di tutti gli immortali : i Volturi (vedi link) residenti a Volterra (paese da me visitato).

Per l'occasione si alleeranno con i nemici di sempre, i Lican e con altri vampiri dal resto del mondo. 
 


The Twilight Saga: Breaking Dawn - Parte 2



L'ultimo capitolo della saga "Twilight" inizia con Bella che ormai vampiro (trasformata nel precedente capitolo) studia la sua nuova vita da vampiro, mentre ad aspettarla c'è Edward. Bella manifesta subito il desiderio di vedere sua figlia Renesmee, ma ciò le viene impedito perché deve prima soddisfare la sua sete di sangue.

Durante la caccia si imbatte in uno scalatore ferito; all'inizio non riesce a controllare la sua sete, ma dopo essere stata richiamata da Edward, riesce ad allontanarsi dall'uomo ferito senza bisogno d'aiuto. Visto che durante la caccia ha dimostrato molto autocontrollo, le viene permesso di vedere la figlia, che le mostra i suoi primi ricordi della madre, e si accorge che cresce a vista d'occhio. L'incontro viene interrotto da Jacob, che informa Bella di aver avuto l'imprinting con sua figlia, a questa notizia Bella reagisce in modo aggressivo tanto da picchiare Jacob e ferire Seth. Quella stessa sera, a Bella ed Edward viene regalata dalla famiglia una casa privata nel bosco.

Con il tempo il padre di Bella diventa sempre più preoccupato per la figlia e per la sua sparizione, quindi Jacob, per evitare la partenza dei Cullen (in modo da poterla dichiarare morta ed evitare che qualcuno la veda) va da Charlie e si trasforma in lupo davanti a lui, anche se non confessa "cosa è" Bella. Per non insospettire Charlie gli viene detto che Renesmee è loro figlia adottiva, dato che non è passato neanche un mese da quando si sono sposati e pochi giorni dal parto, ma la bambina sembra avere già qualche mese.


Durante una passeggiata Renesmee viene vista da Irina che la scambia per una bambina immortale (i vampiri non possono trasformare i bambini) e così riferisce tutto ai Volturi che decidono di eliminare il clan dei Cullen. Avendo avuto una visione di ciò Alice avverte la famiglia, che comincia a cercare persone che possano testimoniare il fatto che Renesmee è nata prima che Bella fosse trasformata. 


Tutta la famiglia si da da fare, ma Alice e Jasper decidono di lasciarli, facendo pensare ad una fuga. Alice intanto lascia un indirizzo a Bella e quindi organizza un appuntamento con un fornitore di Jasper che le fornisce due passaporti falsi per Jacob e Renesmee, in caso che le cose si mettessero male. Bella scopre di essere uno scudo, il suo potere, infatti, è di proteggere gli altri e se stessa dagli attacchi mentali degli altri vampiri.

Il giorno della battaglia tra Volturi e Cullen arriva.

 http://it.wikipedia.org/wiki/The_Twilight_Saga:_Breaking_Dawn_-_Parte_2



I VOLTURI
Lo scontro finale




 STORIA DEL VAMPIRO
E tutto cio' che lo riguarda.
da wikipedia.

Per chi si avvicina al mito del vampiro questa introduzione fatta grazie a wikipedia puo' considerarsi un insieme di tutto cio' che riguarda questa leggendaria creatura....
Dalla storia,personaggi,la letteratura,musica,fumetti.,..insomma una specie di Vademecum sul vampiro.

 


Il vero vampiro è orribile a vedersi. Magro e peloso nello stato di veglia, diventa, quando giace ben nutrito nella sua bara, grasso e gonfio da scoppiare. Il sangue fresco gli cola dalla bocca, dal naso e dalle orecchie. La sua pelle è fosforescente e il suo alito fetido.»
(Roland Villeneuve, vampirologo e demonologo, in Loups-garous et vampires - Lupi mannari e vampiri)



Questa citazione, presa da Roland Villeneuve, è a sua volta ripresa da Prospero Lambertini, alias PAPA BENEDETTO XIV, in un testo del Settecento. Come si può ben constatare questa descrizione della figura del vampiro ha un qualcosa di ripugnante e abominevole che si discosta di molto dalla tradizione letteraria e cinematografica cui siamo oggi abituati. Diffusa anche nel corso dell'Ottocento, questa visione era però destinata ad essere dimenticata grazie ai successi di alcuni importanti autori del ROMANZO GOTICO, che proprio in quel periodo iniziavano a trovare fortuna attraverso l'Europa.

Il vampiro gentiluomo, quella figura carismatica, con un forte fascino, in grado di attirare a sé la vittima senza troppo sforzo, nasceva nel 1819 quando il medico JOHN POLIDORI diede alle stampe il suo romanzo breve Il Vampiro, il cui protagonista, Lord Ruthven, era ricavato dall'amato/odiato LORD BYRON. Da qui in poi il vampiro, in letteratura, ottenne sempre maggiori successi, passando per CARMILLA, la vampira di Le Fanu, e per Varney, vampiro che animava i classici fascicoli a puntate, per finire con l'apice massimo del genere, quel DRACULA di BRAM STOKERche fuse in se parte degli elementi folcloristici europei e parte dei topos letterari del tempo, realizzando una sintesi perfetta ed al contempo originale sull'argomento e un'avventura senza tempo e appassionante.

Etimologia del nome
I vampiri, come tramandato dalla tradizione, sono morti che tornano dalla tomba per succhiare ai viventi l'essenza vitale (preferibilmente il sangue). Il termine vampiro ha origine slava: riconducibile alla radice -pi, mago, stregone, e al verbo lituano wempti, bere, succhiare. Chiamati vampir in Croazia e Serbia, wampyr in Bulgaria, upiór in Polonia, upir in Russia, si distinguono non solo per i nomi, ma anche per caratteristiche e modus operandi e, per lungo tempo, sono stati considerati tutt'altro che un parto fantastico di leggende perse nel tempo.

Le origini del mito

image
Disegno raffigurante un vampiro

Le origini dei vampiri sono antiche quanto il mondo stesso: non sono pochi, infatti, i ritrovamenti archeologici che indicano quanto antica fosse la paura del vampirismo. Ad esempio, in molte necropoli preistoriche sono stati rinvenuti resti con pietre piantate sul corpo probabilmente per impedire al morto di tornare dall'aldilà. Il più antico testo vampirico di cui si è a conoscenza è, poi, una tavoletta babilonese conservata al British Museum su cui è incisa una formula magica che serve a proteggere dai demoni succhia sangue, gli etimmé.

Nella tradizione ebrea antica è poi presente l'aluka (succhiasangue), un essere che assale i viandanti che si sono persi nel deserto: non a caso tra i precetti della Torah c'è anche il divieto di bere il sangue, veicolo dell'essenza vitale degli esseri viventi, probabilmente ricordo delle antiche paure vampiriche. La stessa figura biblica di LILITH, che riprende il demone assiro di lilitu, era un demone di genere succubus (la versione femminile degli incubus, demoni dalla forma spettrale piuttosto che corporea). Prima e malvagia moglie di Adamo, Lilith è ritenuta nella tradizione ebraica la madre di tutti i vampiri: come tutte le succubi, è golosa di seme umano e per questo entra di notte nel letto degli uomini per prosciugarli della loro forza vitale. Da Lilith discendono anche le lilin, che succhiano il sangue dei bambini. Secondo la tradizione, se un bambino sorride nel sonno durante la notte del sabato ebraico, si dice che sta giocando con Lilith: per salvarlo, gli si strofina il naso per tre volte e si dice la frase augurale: Adamo, Eva, fuori Lilith!.

Anche greci e romani avevano una loro mitologia vampirica, perlopiù rappresentata da vampiri di sesso femminile, che si unisce con una certa tradizione sciamanica europea. LA LAMIA , ad esempio, regina dei succubi, è una sorta di strega, che a volte appare in forma di bella fanciulla, a volte come vecchia donna, a volte anche con sembianze animali, preferibilmente un serpente con la testa di donna. Nella Roma antica, poi, si aggiunge anche la stix, diretta antenata delle strie italiane e degli strigoi rumeni. La Stix, dalla forma d'uccello rapace ed assetata di sangue, che beveva con un lungo e affilato becco, viene così descritta da OVIDIO

Si dice che strazino i fanciulli ancora lattanti
e pieno di sangue tracannato abbiano il gozzo
Hanno nome di strigi: causa del nome
è che sogliono di notte orribilmente stridere
Altra letale fanciulla era l'empusa, che per una particolare malia, appare come una splendida fanciulla, quando in realtà nasconde mostruose e ripugnanti fattezze (ha un piede di bronzo ed uno di sterco d'asina). Come le mormos, vampire un po' più gradevoli, erano al servizio di Ecate, dea della notte, della magia nera e protettrice delle streghe.


Così la descrive James Robinson nella miniserie Vertigo Witchcraft:

ECATE. Regina delle tenebre. Regina della notte. Colei che ha tre corpi e tre teste. Vergine, madre e vecchia. Cielo, terra e inferno. Artemide, Diana e Proserpina. Colei che non ha nome. Regina dei fantasmi.
Regina delle streghe.


E arriviamo al primo racconto sui vampiri: Filostrato riporta nella Vita di Apollonio di Tiana la storia del giovane Menippo che salva il suo maestro APOLLONIO dalle terribili trame di una empusa, utilizzando una lingua sciolta e tanta fantasia

Testimonianze ancora più importanti sui non-morti dell'antica Roma ci pervengono dal resoconto di un certo Flegone Tralliano, liberto dell'imperatore Adriano, che narra la vicenda di Philinnio (che fu ripresa, in poesia, da GOETHE che l'ambienta a Corinto e che fu probabile fonte del racconto Arria Marcella di Théophile Gautier), giovane morta che ritorna, con il consenso degli dei, per amore di un giovane, Machate. La giovane viene scoperta dai genitori, e questo incontro la riporta alla morte, sembra definitivamente; ma la popolazione si rivolge al saggio Ryllus che

ordinò loro che per nessuna ragione permettessero che il corpo di Philinnio fosse ricollocato nel sepolcro, ma si assicurassero che fosse immediatamente incenerito in un luogo lontano, fuori dalle mura della città.


Rimedi ritenuti validi da più culture contro i vampiri sono l'uso di armi di argento taglienti e perforanti, l'uso di un paletto di legno di frassino da conficcare nel loro cuore, l'aglio come blanda misura precauzionale e ultima ma non per importanza la fede religiosa e/o una profonda rettitudine di pensiero e morale. Essendo dei non-morti, cioè degli essere non completamente vivi, sono immuni a danni normali come possono essere quelli causati da un incidente automobilistico o simili, ma tale resistenza fisica non li rende necessariamente abili in tutto: li si può immobilizzare semplicemente con corde o simili, non sono immuni alle normali leggi fisiche nonostante tutto. Inoltre allontanandosi dal vampiro fisicamente ci si allontana anche mentalmente e non se ne subisce più l'influenza.

Le epidemie

Da questi primi miti greco-romani, probabilmente influenzati da miti più antichi provenienti dall'Oriente, la leggenda del vampiro si è diffusa nell'Europa dell'Est e da qui in tutto l'Occidente. Questa, però, si rivelò molto più di una semplice leggenda, ma una vera e propria epidemia, che venne documentata fin dal Seicento. Si parte dal 1672 in Istria con il vampiro Giure Grando di Coriddigo, quindi in Grecia (1701), Prussia Orientale (1710 e 1721), Ungheria (1725-30), Serbia (1725-32), Slesia (1755), Valacchia (1756), Russia (1772) e via discorrendo. In ognuno di questi casi, gli inquisitori produssero una vasta e dettagliata documentazione, in cui venivano descritte esumazioni di cadaveri, che presentavano crescita di capelli e unghie dopo la morte, colorito acceso e che emettevano urla strazianti e inumane una volta che veniva tagliata loro la testa e infilato un paletto nel cuore, il tutto rilasciando dalle ferite così inferte fiotti di sangue fresco (per chiunque abbia una minima base di tanatologia sarà facile ricnoscere i classici segni della decomposizione, infatti la crescita di capelli, unghie e denti è dovuta al ritiro dei tessuti, così come il fluido rosso, erroneamente scambiato per sangue, non è nient'altro che un classico prodotto provocato dalla decomposizione degli organi interni, per quanto riguarda la temperatura elevata dei liquidi putrescenti invece, si deve sapere che durande il processo post-mortem di "digestione batterica" viene prodotto calore).

Molte furono le personalità che si occuparono di vampiri, ottenendo, a buon diritto, il titolo di vampirologi (Dom Augustin Calmet, Collin De Plancy, Montague Summers), ma la summa sull'argomento è un'opera di oltre 900 pagine redatta dall'abate Augustin Calmet, Dissertation sur les Apparitions des anges, des démons e des esprits et sur les revenants et vampires de Hongrie.

Calmet raccolse nel suo tomo tutte le testimonianze e le leggende sui vampiri (denominati revenants, spettri che ritornano), cercando anche di dare spiegazioni razionali ai fenomeni: morti apparenti, differenti gradi di decomposizione, e altre ancora. La spiegazione che però l'abate proponeva più spesso era quella soprannaturale: i vampiri erano, infatti, considerati da Calmet dei veri e propri demoni, che conservavano dopo la morte una vera esistenza. Essi erano in grado di uscire dalle bare attraverso dei fori praticati sulla bara, probabilmente smaterializzandosi e rimaterializzandosi, e quindi andavano tra i vivi in caccia del sangue necessario per proseguire la loro immonda esistenza.

A questa maledizione ci si poteva opporre solo con la Magia Postuma, dal titolo di un trattato del 1706 di Ferdinand De Schertz: come già descritto, consisteva nel mutilare ed aggredire il cadavere del sospetto vampiro tramite la decapitazione e la distruzione del suo cuore. Questa pratica imperversò un po' in tutta Europa e solo nel 1755 si ebbe un freno grazie all'imperatrice Maria Teresa che con una legge imperiale ne impedì l'applicazione nei territori da lei retti: già questo semplice divieto fece terminare le epidemie di vampirismo.

I vampiri, però, continuarono ad essere oggetto dell'attenzione del popolo: nel 1816, ad esempio, Prosper Merimée, l'autore di Carmen, fu testimone di un caso di vampirismo in Serbia, assistendo all'esumazione e alla distruzione del cadavere, mentre nel 1909, in Transilvania, venne dato alle fiamme il castello di un altro vampiro.

Le epidemie inglesi
Come detto già nel Regno Unito del XII secolo si iniziavano ad avere resoconti di casi di vampirismo. In questi primi resoconti ci si riferisce alla creatura (generalmente un morto ritornato alla vita) come ad una sanguisuga. Un esempio sono i numerosi casi che si riscontrano a Newburg, tutti riportati da tal Guglielmo di Newburg. Ad esempio, un uomo, seppellito alla vigilia dell'ascensione, a partire dalla notte successiva e per tre notti di seguito si presenta alla moglie e le si getta addosso, lasciandola praticamente senza fiato. La moglie, però, la terza notte si fa trovare preparata e si organizza con un gruppo di amici, la cui presenza spinge il morto a fuggire urlante. Nelle notti successive il povero morto inizia a spaventare gli abitanti del villaggio, anche in pieno giorno: a quel punto gli abitanti chiedono consiglio alle autorità religiose, che propongono una soluzione:

I teologi raccomandano al vescovo di far bruciare il corpo, ma questo metodo sembra al prelato "del tutto indesiderabile e sconveniente". Preferisce scrivere di suo pugno un decreto di assoluzione per il morto. Aperta la tomba, il corpo è trovato incorrotto "precisamente com’era il giorno della sepoltura", e da quel momento gli incidenti cessano completamente.
Molte altre di queste apparizioni si verificano un po' in tutta l'Inghilterra e non risparmiano nessuno: basta semplicemente morire senza essere stati confessati, come un altro eminente cittadino di Newburg che, caduto dal tetto della sua casa mentre cercava le prove del tradimento della moglie, continuerà a terrorizzare, dopo morto, i cittadini. Il suo corpo si dice sia stato ritrovato in parte gonfio e decomposto, con il viso florido. Quando questi venne colpito, ne fuoriuscì una gran quantità di sangue caldo, a dimostrazione del fatto che il morto si era nutrito del sangue succhiato da molte vittime. Il corpo venne, quindi, portato fuori dalle mura del paese per essere bruciato.




Serbia: villaggio di Medvedja
Dicono le cronache che nel 1731 il villaggio di Medveđa (Medvedja), in Serbia, venne attaccato dai vampiri, provocando la morte di parecchie persone. Venne inviato a compiere le indagini l'ufficiale medico Johannes Fluchinger, che redasse un dettagliato resoconto. Quelli che seguono sono dei semplici estratti, tratti dal servizio in terza di copertina del numero 6 di DAMPYR:

Ho condotto l'indagine con la consulenza di altri due ufficiali medici, in presenza del capitano della locale compagnia di heiduk (fanteria serba) e degli hajduci più anziani del villaggio. I quali mi hanno riferito ciò che segue: cinque anni fa un heiduk locale, Arnold Paole, si ruppe il collo cadendo da un carro. Lo stesso Paole, in vita, aveva detto di essere stato morso da un vampiro, presso Gossowa nella Turchia serba. Per liberarsi dall'influsso maligno, aveva mangiato terra presa dalla tomba del presunto vampiro. Tuttavia, una ventina di giorni dopo la sua morte, alcune persone dissero che Paole era tornato a tormentarle ed, in effetti, quattro di loro morirono. I paesani disseppellirono Paole quaranta giorni dopo la sepoltura e trovarono il suo corpo intatto. Sangue fresco era colato da occhi, naso, orecchie, bocca; camicia, sudario e bara erano pieni di sangue; le unghie delle mani e dei piedi erano ricresciute. Da ciò si dedusse che Arnold Paole era un vampiro e, secondo l'usanza, gli fu piantato un paletto nel cuore. In quello stesso istante, egli emise un forte gemito e un fiotto di sangue schizzò fuori dal suo corpo. Indi, il cadavere fu arso e ridotto in cenere. Così si dispose anche dei quattro uccisi da Paole. (...)
Quindici giorni fa una ragazza di nome Stanacka si svegliò a mezzanotte gridando di essere stata aggredita da un certo Milloe, che era stato sepolto nove settimane prima. (...)


Il 12 dicembre del 1731 gli abitanti di Medvedja si recarono al locale cimitero per riesumare le salme e distruggere tutti i presunti vampiri presenti. Con sommo orrore dell'ufficiale, si constatò che molti corpi erano in buono stato di conservazione:

Le teste dei vampiri furono fatte tagliare a degli zingari di passaggio e poi bruciate con i corpi. Le ceneri furono gettate nel fiume Morava.
Questi brani, in realtà, sembrano tratti da un racconto del terrore, quando in realtà provengono da un resoconto di un ufficiale dell'Impero Austro-Ungarico. L'unica cosa che ci si può chiedere è quanto di vero abbia scritto Fluchinger e quanto di romanzesco, trascritto per coprire chissà quale losco traffico.

Congetture a parte, si può ben osservare come molte delle situazioni e delle atmosfere della letteratura vampirica non sono delle esclusive invenzioni degli autori, me spesso dei semplici adattamenti delle oscure atmosfere che si respiravano negli sperduti villaggi dell'Europa Orientale.

Il folklore europeo
La leggenda del vampiro, ovvero di quell'essere tra il soprannaturale e l'affascinante che, tornato in qualche insano modo dalla morte, si nutre dell'essenza vitale dei vivi è molto diffusa tra le popolazioni del mondo. In questa sezione si andrà, pertanto, a fare una più o meno rapida carrellata tra i vari vampiri delle leggende mondiali.

In Grecia
Dopo essere stata, con Roma, la culla più importante del mito originario dei vampiri, nella Grecia moderna e in Macedonia le leggende vampiriche sono soprattutto di origine slava, come è di discendenza slava la maggior parte della popolazione greca. Il vampiro più diffuso è il vrykolaka, o brucolaca: è un non-morto che gira per i villaggi chiamando per nome le vittime designate o bussando alle porte delle case. Egli può entrare nelle abitazioni solo se invitato espressamente da chi vi si trova all'interno e solo in questo modo può fare vittime tra i vivi. Tra l'altro fino all'inizio del XX secolo erano ancora diffusi nell'isola di Andros le spedizioni anti-vampiri: sovente, infatti, i preti locali scoperchiavano le tombe dei sospetti vampiri e procedevano all'impalazione e alla decapitazione del cadavere.


In Germania

La Germania, terra gotica per eccellenza, presenta una folta varietà di vampiri e succhiasangue:

l'alp: vampiro demone di genere incubus, entra in casa sotto le sembianze di una farfalla e si posa sul petto di chi dorme;
il Blutsauger: varietà abbastanza normale di succhiasangue (che è poi il significato del nome), ma il suo corpo è interamente coperto di peli e non presenta alcun osso; le sue vittime diventano succhiasangue anch'esse quando mangiano la terra della sepoltura del Blutsauger loro cacciatore;
la mara o mora, presente anche nei paesi slavi, è in realtà un puro spirito in grado di assumere varie forme, quindi, scelta la sua preda, la costringe a dormire per poi soffocarla nel sonno e succhiarle il sangue dal petto;
infine il Nachzehrer, il masticatore di sudari, il più noto vampiro germanico. È un mostro abbastanza atipico, una sorta di ghoul (mangiatore di cadaveri) che spesso non abbandona nemmeno il cimitero nel quale è sepolto. Principalmente divora i cadaveri delle tombe vicine ed a volte arriva anche a divorare i suoi stessi resti; oltre ciò ha anche una influenza sui vivi, che iniziano a perdere progressivamente energia fino a che, raccolta abbastanza essenza vitale, il Nachzehrer esce dalla sua tomba per camminare nel mondo degli uomini, diffondendovi la peste. Questo mito ha attirato l'attenzione di un certo numero di studiosi. Uno dei primi fu Philip Rohr, teologo, che nel 1679 nel trattato De masticatione mortuorum suggeriva che dietro questa immonda attività si nascondesse l'attività blasfema di un demone, Azazel per la precisione. Successivamente fu Michael Ranfitus, nel 1725, ad occuparsi dell'argomento. Egli propone due teorie: prima una spiegazione razionale, suggerendo che i rumori tra le tombe e la diffusione della peste fossero da ascriversi alla febbrile attività dei ratti; quindi dava una supposizione un po' più soprannaturale. Egli, infatti, suggeriva l'esistenza di un'anima vegetativa, che aleggiava ancora intorno al morto, causando la crescita dei peli e delle unghie ed a volte era in grado di danneggiare i vivi.

In Russia
Il vampiro russo per eccellenza è l'upyr: originario dell'Ucraina, ma diffuso in tutta la Russia europea, ha un aspetto particolarmente disgustoso, con lunghe zanne che ricordano quelle della preistorica tigre dai denti a sciabola, e anche più resistenti, se possibile. Usciti dalla tomba, iniziano ad attaccare le famiglie che vivono in fattorie isolate, una alla volta. La prima notte si nutrono dei bambini, quindi il resto della famiglia in ordine d'età fino ad arrivare ai componenti più anziani e allo sterminio della famiglia o degli abitanti dei dintorni. Temuto soprattutto in inverno, quando l'isolamento delle comunità della steppa era ancor più accentuato, se possibile, era attivo soprattutto nelle ore che vanno da mezzogiorno a mezzanotte, sopportando benissimo la luce del Sole, proprio come la maggior parte dei vampiri della tradizione popolare (tra cui l'upier polacco, molto simile all'upyr russo per caratteristiche).

Ucciderlo non è cosa semplice. Il provetto cacciatore deve affrontarlo dopo la mezzanotte, quando si trova nel luogo del suo riposo, cospargere di acqua benedetta la tomba ed i suoi dintorni, quindi, piantargli un paletto nel cuore e decapitarlo, facendo attenzione a spaccargli il cuore in due con un solo colpo, perché un secondo gli consentirebbe di tornare in vita e attaccare, senza possibilità di salvezza, lo sventurato cacciatore.

L'upyr bielorusso, anche noto come upor, possiede anche il potere di mutare forma, tipico dei licantropi della tradizione greco-romana.

Infine il leggendario e romantico vurdalak, protagonista di molte fiabe nere, spesso rappresentato come una giovane affascinante ma letale.

Sulle rive del Baltico
Le popolazioni che vivono sulle sponde del Mar Baltico hanno tra le loro figure leggendarie il wieszcz, una sorta di vampiro-strega: infatti, si ritiene che streghe e stregoni, una volta morti, si tramutano in wieszczy (plur. di wieszcz). Sono riconoscibili per la faccia rossa e l'occhio sinistro spalancato.

Dapprima il wiescz si nutre del suo stesso corpo, quindi, riacquistate magicamente le forze, l'essere mostruoso stermina dapprima il bestiame, quindi, la propria famiglia ed, infine, tutti gli abitanti della regione succhiando loro il sangue dal cuore. Per evitare queste stragi, i congiunti del sospetto vampiro seppelliscono il suo corpo con un mattone sotto il mento, in modo da tenergli bloccata la mascella.

Simile al wiescz è l'erestun o eretica: è una donna che ha venduto l'anima al diavolo e che torna dopo la morte sotto forma di vampira, dall'aspetto di una vecchia povera e male in arnese. Di origine russa, questo tipo di vampiri si riuniscono in luoghi isolati per celebrare i loro sabba e vanno in letargo durante l'inverno. Sono in grado di uccidere i vivi solo guardandoli in faccia con il loro occhio malvagio: la stessa sorte capita a chi, sventurato, finisce nel luogo dove stanno in letargo.

In ultimo l'ustrel bulgaro, sempre appartenente alla famiglia del wieszcz, è però inoffensivo per gli esseri umani. La sua unica preda, infatti, è il bestiame. Egli è, semplicemente, un neonato morto prima di ricevere il battesimo, e può essere facilmente allontanato utilizzando il fuoco. Una volta isolato nella steppa, egli è destinato a deperire e, quindi, finire preda dei lupi.

Restando in Bulgaria, ci si imbatte nell'ubour, originato dal cadavere di persone decedute di morte violenta. Il loro corpo, dopo il decesso, inizia a gonfiarsi in modo orribile, fino a diventare un'orrenda massa informe e gelatinosa composta prevalentemente da sangue. Quaranta giorni dopo la sepoltura, lo scheletro inizia a riformarsi e quindi, intorno ad esso, si ricompongono le carni, che riprendono l'aspetto che il defunto aveva in vita. Ci sono solo alcune differenze: il naso con una sola narice e la letale lingua retrattile, sulla cui punta è posto un pungiglione acuminato che serve all'ubour per succhiare il sangue delle sue vittime.

Per uccidere gli ubour le popolazioni bulgare chiamano un uccisore professionista, il vampirdzhija. Dapprima riempie la bara dell'ubour con una certa quantità di varie erbe velenose attraverso un foro in cima alla tomba, quindi ne perfora il corpo con un ramo acuminato e raccoglie il gas che da questo fuoriesce in una bottiglia, per poi darvi fuoco. Questo perché si ritiene che tale miasma letale sia, in realtà, l'anima del vampiro.

Sui Balcani

L'uccisore di vampiri per eccellenza, però, è il dampyr. Nato dalla tradizione zingara (serba o bosniaca), il dampyr nasce dall'unione di una donna umana con un vampir maschio, l'unico vampiro della tradizione popolare a non essere sterile. Il vampir è anche un vampiro invisibile e l'unico che può vederlo, attraverso una particolare vista interiore, è proprio il dampyr, che quindi era frequentemente impegnato in battaglie corpo a corpo contro nemici invisibili all'occhio umano. Altro suo avversario è il lampir, vampiro bosniaco portatore di pestilenze, e sconfitto dal dampyr attraverso complicati riti sciamanici.

A conferma, poi, della vicinanza delle due figure del vampiro e del lupo mannaro, ci sono poi una serie di vampiri come il serbo vukodlak, lo sloveno volkodlak, il farkaskoldoi d'Ungheria, il kozlak della Dalmazia e il vukodlak istriano.

Tra tutti questi, spicca però il kudlak, una particolare specie di vampiro-strega dotato di poteri magici tra cui il dono di mutare forma ed assumere il sembiante di un animale, con la limitazione, però, di avere sempre e comunque il manto nero, simbolo del Male assoluto e delle forze delle Tenebre cui appartiene. Suo naturale avversario è il kresnik, rappresentante del Bene e delle forze della Luce: anch'esso ha il potere di tramutarsi in animale, ma dal manto di colore bianco.

In Ungheria, poi, i vampir o liderc nadaly hanno nel talbó il loro implacabile cacciatore, che per ucciderli pianta loro un chiodo nella tempia.

Altro vampiro cambiaforma è il mullo della tradizione zingara. Dall'aspetto umano, a parte qualche impercettibile deformità, non ha scheletro: questa caratteristica gli consente di cambiare facilmente forma, anche se il suo aspetto prediletto è quello di un grosso lupo nero. È, comunque, un vampiro molto particolare: sia il maschio che la femmina del mullo è spinto da un forte desiderio sessuale, accoppiandosi frequentemente con i vivi e portando il proprio partner a morte per sfinimento. La donna che sopravvive ad un tale tour de force, dà alla luce anch'essa un dampyr, unico in grado di uccidere il mullo, che comunque è destinato a vita breve. Infatti, a causa del terribile stress cui sottopone il suo corpo privo di ossa, egli è destinato, nell'arco di un anno, a sciogliersi in una melma ripugnante.

Romania: terra di vampiri
Pur se la Romania è diventata, nell'immaginario popolare, la terra dei vampiri per eccellenza proprio grazie al romanzo di Stoker, in effetti essa conta, al pari di molti altri paesi europei, un buon numero di vampiri e leggende vampiriche.

Il viaggio tra i vampiri rumeni inizia con i moroii, vampiri viventi come le strie italiane: in realtà streghe e stregoni che sottraggono il sangue agli altri esseri viventi attraverso particolari rituali magici. Dopo la morte, essi diventano strigoi: hanno capelli rosso sangue, occhi blu pallido e ben due cuori nel petto, rendendo così difficile la tradizionale uccisione per mezzo del paletto conficcato.

I murony, poi, sono una variazione sul tema degli strigoii tipica della Valacchia: sono dei cambiaforma, che possono tramutarsi in gatti neri o enormi ragni velenosi. Sempre in Valacchia ci si può imbattere nei priculic, che di notte assumono il sembiante di enormi e minacciosi cani neri, mentre di giorno si nascondono dietro le forme di forti e affascinanti giovani.

Come i priculic, anche i varcolaci hanno la possibilità di assumere forma umana. Questa figura molto antica del folclore rumeno, la più antica a dire il vero, ha però un aspetto molto più magro e spettrale, con la pelle secca e raggrinzita; inoltre, le loro mutazioni sanno essere ben più orribili e spaventose (ad esempio sono in grado di tramutarsi in mostri dalle molte bocche, o in draghi minacciosi). Sono anche molto radicati nei miti locali: le eclissi, infatti, si ritiene siano provocate dai varcolaci, che, sonnambuli, si arrampicano sui raggi delle stelle e li divorano, placando la loro insaziabile fame.

Il più celebre vampiro rumeno è, però, il nosferatu, o nosferat: immortalato nel film di Friedrich Murnau (che però era una versione del romanzo di Stoker), è un non-morto di genere incubusbellissimo come aspetto e con una grande attrazione per le donne belle : tormenta il sonno dei viventi e può anche ingravidare una donna e il frutto di tale concepimento è una creatura come lui ma piu debole . Il vampiro più conosciuto e il padre di tutti i vampiri, Dracula, la cui moglie si è suicidata prima che lui tornasse dalla guerra. Il dolore di questa perdita fu così grande che lui negò il Dio e si trasformò in una creatura dal aspetto umana pero molto malvagia, assetata di sangue e con poteri inumani.


Vampiri d'Oriente

Come detto è l'Europa Orientale ad aver influenzato buona parte dei miti vampirici attuali, ma anche l'Asia e le terre denominate con l'evocativo Oriente hanno avuto un peso fondamentale nella definizione dei miti e delle leggende vampiriche (e non solo) di moda nel mondo moderno, soprattutto per gli aspetti mostruosi e orripilanti, caratteri distintivi dei vampiri d'Oriente.


In Cina

Una delle credenze cinesi più diffuse riguarda la molteplicità dell'anima, si ritiene, infatti, come già nell'Antico Egitto, che ogni essere umano possegga più anime, ognuna delle quali con un differente destino. Una di queste si pensa resti nel cadavere: è il p'o, il livello più basso: se il corpo ospite non viene distrutto completamente e viene anzi a trovarsi esposto ai raggi della Luna, o se entra a contatto con il sangue di un qualche animale, l'essenza vitale del p'o si fortifica, dando origine al chiang-shi. Esso è uno spirito in grado di rianimare cadaveri o di costruirsi egli stesso un corpo partendo da materia putrescente e in decomposizione: ha gli occhi rossi, artigli affilati, una folta peluria e il colorito verdastro tipico dei cadaveri. Può volare, tramutarsi in nebbia, rendersi completamente invisibile. Per distruggerlo bisogna trovare il luogo del suo riposo diurno e dare fuoco al corpo marcescente.

Affiancato al chiang-shi c'è il kuei: questa razza di demoni viene generata dalle anime di coloro che in vita sono stati malvagi. Hanno la particolarità di muoversi sempre in linea retta, ma subitaneamente si voltano indietro non appena incontrano un ostacolo, anche semplice come un paravento di bambù.

Parte di questi miti ci sono giunti anche grazie al gran lavoro di ricerca di Jan Jacob Maria de Groot, trascritto nell'opera The Relìgious System of China: in questa sede, ad esempio, egli traduce il nome del chiang-shi letteralmente come corpo-spettro, riassumendo già nel nome l'essenza di questo mito.

In Tibet, infine, i vampiri sono rappresentati come terribili creature dagli occhi iniettati di sangue e con la bocca verde, divoratori di morti e padroni dei cimiteri.


In Malesia
La Malesia, patria della Tigre di Mompracem e luogo ospite di molti dei capolavori di Emilio Salgari, presenta anche un ricco folclore vampirico.

Si inizia la breve carrellata con le langsuir, donne morte di parto, che divenute vampiri acquistano il sembiante di bellissime e letali fanciulle, in grado di volare, con unghie lunghissime e capelli ancora più lunghi. Esse succhiano il sangue dei bambini grazie ad una fessura che hanno alla base del collo. Per sconfiggerle bisogna tagliar loro le unghie e coprire la fessura succhia-sangue con i loro stessi capelli. Infine, per impedire ad una donna morta di parto di diventare langsuir, le si riempie la bocca con pezzetti di vetro e le si trafiggono con gli aghi le palme delle mani. Lo stesso trattamento avviene al figlio nato morto, onde evitare che esso stesso si tramuti in vampiro, il pontianak, omati-anak.

Letali sono anche i pennangalan, delle teste volanti con al collo una collana fatta da intestini animali dai quali gronda sangue mortale: per difendersi dai loro attacchi, gli abitanti dei villaggi pongono sulle loro case i rami di una pianta spinosa per far sì che i letali intestini vi restino impigliati.

Di natura sciamanica (molto simile alle bambole voodoo) sono i polong, che vanno creati in coppia con i pelesit. Entrambi sono delle piccole creature, non più grandi della punta del mignolo, il cui compito è quelli di uccidere il proprio nemico. Prima interviene il pelesit, che pratica nel corpo della vittima, con la sua coda a succhiello, il buco nel quale andrà a sistemarsi il polong. A questo punto il polong inizia il suo lavoro di succhiare il sangue del corpo ospite. Esso viene creato con un complesso rito sciamanico: viene versato il sangue di una persona assassinata all'interno di un'ampolla dal collo stretto e lungo, quindi si recitano alcune invocazioni. Dopo alcuni giorni, quando dall'ampolla si ode uno strano cinguettare, allora vuol dire che il polong è pronto e bisogna subito dargli del sangue affinché possa crescere sano e forte per la sua missione: generalmente la prima razione gli viene data dallo stregone stesso attraverso un dito della sua mano.


In India
Molte teorie vorrebbero l'Egitto come culla della civiltà. Molte altre invece propendono per una nascita asiatica della cultura odierna. In questo caso una delle culle possibili è l'India, che ha certamente una mitologia molto antica e, nel caso dei vampiri, probabilmente la più antica. Molti studiosi, infatti, ritengono che i miti indiani siano quelli originali non solo per quel che riguarda le superstizioni e i credi religiosi, ma anche per il caso specifico del vampiro.

Queste prime figure sono molto simili a demoni, spesso così temuti da dedicare loro la costruzione di templi votivi nei quali offrire loro in sacrificio degli animali per placare la loro fame ed evitare che si accaniscano sui villaggi. È il caso del bhuta, il più noto demone-vampiro indiano, un essere notturno che di giorno ha la possibilità di riposarsi sulle culle appese al soffitto che trova nei templi e nelle cappelle a lui dedicate.

Il più temibile ed antico vampiro indiano è però il rakshasa, le cui prime tracce si possono trovare negli antichi Rig Veda, secondo i quali l'uomo stesso è nato dal sangue di un essere o divinità primigenia denominato Parusa, simile al gigante celtico Ymir, che ha invece dato origine al mare. Il rakshasa è, dunque, un mutaforma, in grado di diventare lupo o anche bellissima donna, ma la cui forma originaria è quella di una pallida creatura luminosa con un alone azzurro intorno alla gola ed una cintura di campanelle alla vita, con il corpo perennemente macchiato di sangue. Volano e di notte si rifugiano sugli alberi: in vita erano uomini che sono diventati demoni poiché si sono nutriti del cervello dei loro simili.

Ad essi si aggiungono i baital, o vetala, che riposano appesi agli alberi a testa in giù, sono in grado di animare i cadaveri e camminano tra gli uomini in cerca di prede sotto le spoglie di pellegrini o donne anziane. Considerano se stessi come i re dei vampiri indiani e per questo spesso si presentano con vesti sgargianti ed impugnano una spada scintillante.

Insieme a queste figure, i testi vedici citano anche il divoratore di carne cruda, il kravyad, noto anche come yaksha. Temuto per la rapidità delle sue sortite, questo vampiro, oggi noto come pisacha, ha assunto anche alcune connotazioni benevole: simile ad una divinità capricciosa, esso può concedere favori a chi gli fa offerte di suo gradimento. Quando, infatti, una persona soffre di un male incurabile, ogni notte si reca ad un crocicchio con offerte di cibo nella speranza che compaia il pisacha e gli conceda una facile guarigione. Se, però, le offerte non sono di suo gradimento, egli si ciberà direttamente dal corpo del questuante. (Questa figura leggendaria ricorda la leggenda voodoo di Papa Legba, signore dei crocicchi, anch'esso capriccioso demone che concede i suoi favori o la morte a chi ne richiede i servigi - controllare)

Infine, resta da citare la jigarkhwar, vampiro-strega della regione del Sind, che con le sue arti magiche può arrecare danno agli esseri umani. Per neutralizzarla, bisogna marchiarle a fuoco le tempie, riempirle la bocca di sale e tenerla a testa in giù per quaranta giorni.

Buona parte di queste leggende sono giunte a noi anche grazie all'opera dello scrittore ed esploratore Richard Francis Burton, riunite nella raccolta Vrikam the Vampire.

Non dimentichiamo, poi, che l'India è la terra dei tugs e della dea Kalì, la sanguinaria divinità quadrumana che porta in sé tracce di vampirismo e cannibalismo.


Il mondo arabo
Anche il mondo arabo, considerato il principale punto di transito e scambio tra i miti d'Occidente e quelli d'Oriente, presenta la sua mitologia vampirica. Ne Le mille e una notte, infatti, non sono rari i racconti in cui mostri, demoni e altre terribili creature infestano i cimiteri e presidiano le strade deserte, assaltando i viandanti solitari per berne il sangue.

E soprattutto in Turchia, ma anche in Persia e in Arabia era molto diffusa la paura della gula, un vero e proprio ghoul, piuttosto che un vampiro. È infatti una demone in grado di volare e che predilige i cimiteri come luogo d'azione: spirito puro, piuttosto che succhiare il sangue delle sue vittime, preferiva spogliarle della loro vita. Questo perché in questi paesi il principio vitale non era tanto il sangue (infatti le popolazioni arabe sono solite dissanguare la carne prima di consumarla), quanto quel qualcosa che si potrebbe identificare come anima.


Di voodoo e altre storie

L'Africa, il continente a tutt'oggi più primitivo in assoluto, se si escludono alcune tribù nel cuore dell'Australia, terra di origine dei riti voodoo e di alcune delle leggende più terribili a noi note, lega in maniera stretta il mito del vampiro con i riti sciamanici e stregoneschi: spesso, infatti, gli sciamani africani sono soliti praticare la necrofagia, il cannibalismo e il vampirismo, in un certo senso tutte variazioni dello stesso mito. In queste zone, solitamente, ci si riferisce ai vampiri come ai loro familiari, ovvero quelle creature demoniache che servono gli stregoni e sono i messaggeri che li tengono in contatto con le forze del male. Spesso sono animali, come i gatti o i corvi nella tradizione medioevale, o serpenti e granchi giganteschi, in quella africana, come ad esempio lo nkala. Ci sono poi lo nyalumaya, una scultura in legno magicamente animata, e il khidudwane, un cadavere ambulante agli ordini della strega che gli ha concesso quella simil-vita.

Le stesse streghe, poi, con particolari incantesimi, sono in grado di lanciare in aria il loro corpo astrale e rubare, durante la notte, l'essenza vitale a vittime ignare: a volte si siedono sul tetto della sua capanna per succhiarne via il cuore. Tra queste streghe particolari c'è la obayifo, considerato il vampiro più pericoloso di tutti, che succhia il sangue dei bambini e percorre enormi distanze distruggendo i raccolti incontrati nel suo casuale peregrinare.

Le congreghe di streghe sono solite riunirsi in particolari cerimonie (note nella tradizione europea come sabba) durante le quali, a turno, bevono il sangue da una grande coppa, la baisea, per aumentare il loro potere attravreso quello racchiuso nel liquido rosso. Gli stregoni della Guinea, poi, sono in grado di risvegliare i morti, facendoli diventare loro schiavi: detti isithfuntela, sono molto simili agli zombi degli stregoni haitiani e sono in grado di ipnotizzare le loro vittime con il semplice sguardo. Per evitare problemi con il libero artbitrio, gli stregoni piantano nel cervello dei loro schiavi dei chiodi appuntiti. Sempre nel tema degli zombi, si devono citare i mutala, che altro non sono se non la parte malvagia dell'anima dei morti che non riesce a trovare pace. Vagano nel regno dei vivi trascinandosi al suolo con la forza delle sole braccia, avendo la forma di un cadavere putrefatto senza gambe. Durante la notte si impossessano dell'essenza vitale delle loro vittime strappandogli i capelli. A volte capita poi che qualcuno non riesca proprio a morire e che, nonostante la sepoltura, egli si rialzi e inizi a girare per le capanne del villaggio. Noto come wusangu, egli è un immortale che non riesce a trovare pace, senza però mai nuocere a nessuno, salvo che per i suoi lamenti e la sua cronica amnesia. Ben più pericoloso è invece il loango, spirito irrequieto di uno stregone defunto, che si aggira senza posa per le foreste alla ricerca di sangue da succhiare da vittime umane o animali, senza troppe distinzioni.

Un altro familiare interessante, addirittura più potente della strega che lo dovrebbe controllare è l'impundulu, che vive nella regione del Capo. Si presenta alla strega sotto le sembianze di un giovane avvenente, per divenirne l'amante: in realtà egli è un vampiro assetato di sangue, che costringe la strega ad inviarlo durante la notte ad uccidere per evitare di essere uccisa a sua volta. Se uccide di sua iniziativa, questa creatura viene detta ishologu. Sui pari sono gli asanbosam del Ghana: di aspetto umanoide, vivono nelle parti più profonde delle foreste e sono dotati di denti durissimi e uncini agli arti inferiori, che utilizzano per ghermire i viandanti e portarli nei loro rifugi in cima agli alberi, dove poi verranno divorati con comodo.

Infine, presso i Bantu, gli Obang e i Keaka si è trovato un rimedio contro questi terribili mali: infatti questi popoli esumano i corpi di coloro che sono stati sospettatti di aver praticato in vita la stregoneria per sventrarli in pubblico; dalle sue viscere, o uscirà il suo familiare, sotto forma di uccello nero, ratto o pipistrello, che si cercherà subito di eliminare, o verrà trovata una escrescenza maligna, detta ko'du. Il corpo del vampiro, invece, veniva bruciato in una notte senza luna o inchiodato al suolo.


I nuovi mondi

Anche i continenti che per gli europei sono di recente scoperta, America ed Oceania, hanno le loro antiche tradizioni, per lo più tramandateci dalle leggende e dalle mitologie delle tribù pre-esistenti alle colonizzazioni europee.

Ad esempio, tra i nativi del Nord America, presso cui era molto diffusa la figura del vampiro, era diffusa la leggenda del wendigo, che come altri mostri e demoni simili era ritenuto un divoratore di corpi, cervelli ed anime di esseri umani: caratteristiche, queste, molto tipiche dei vampiri dei miti dei Nativi americani, che spesso figuravano questi mostri con un lungo naso che, introdotto nell'orecchio del malcapitato, serviva per succhiarne via il cervello. Scendendo più giù si arriva in Messico, dove la mitologia vampirica ha prodotto la llorona (donna piangente), ritenuta da alcuni studiosi un mito di importazione europea, mentre da altri come derivata da una terribile demonessa vampira temuta dagli antichi aztechi: essa è una donna fantasma di bianco vestita che è in grado di affascinare un uomo con lo sguardo e portarlo così alla morte.

Sempre in Messico ci sono i tlaciques, che si trasformano in palle di fuoco o in tacchini selvatici, e le civitateo, streghe-vampiro, di sicura origine atzeca, vestite di stracci, vecchie e scheletriche, che assalgono i bambini agli incroci.

In Cile si teme un vampiro dalle sembianze di una bella donna vestita di nero, che ha in una mano una sciarpa rossa e nell'altra un coltello, che utilizza per pugnalare il cuore delle vittime e da qui berne il sangue. A questo vampiro si affiancano il pihuchen, un serpente alato in grado di succhiare il sangue a distanza, e il chucho, una testa umana con grandi orecchie che gli servono da ali.

In Australia ci si imbatte, poi, nei mrart, vampiri che infestano i deserti, mentre in Nuova Guinea i Papua ritengono estremamente pericoloso perdere anche solo una goccia di sangue, perché essa è già più che sufficiente per consentire ad uno stregone di controllare magicamente il possessore di quel sangue e portarlo anche alla morte. Infine, per impedire il ritorno dei morti dalla tomba, queste popolazioni sono solite spezzare le gambe ai cadaveri o porre sul loro corpo delle pesanti pietre.


I vampiri letterari

IL vampiro, quella figura nobile ed affascinante, tormentata e spietata al tempo stesso, che oggi conosciamo, in realtà è un'invenzione letteraria, una reinterpretazione del mito poc'anzi sviscerato. La sua nascita è anche facilmente databile, e riconduce al Gennaio del 1816 quando, sul lago di Ginevra un gruppo di giovani si riunì per passare un po' di tempo tra amici, in maniera diversa dalla solita routine. Il gruppo, ormai noto, era composto da Lord Byron, il già famoso poeta, Percy Bysshe Shelley, anch'egli poeta, il dottor John Polidori, medico personale di Byron, e le amanti dei due poeti, Claire Clairmont e Mary Wollstonecraft. Il gruppo, ispirato, a quanto si dice, dalla lettura del Phantasmagoria, una raccolta di racconti fantastici trovata nella biblioteca di Villa Diodati, dove si erano riuniti, e dalla visita di Matthew Gregory Lewis, autore del celebre romanzo gotico Il monaco, decide di sfidarsi nella realizzazione di un'opera del terrore, sia essa un racconto, un romanzo o una poesia.

Esiste, però, anche una versione leggendaria che si aggiunge a questi fatti: il gruppo, infatti, decide prima di discutere di resurrezione, morti e vampiri e, inevitabilmente, finisce con il leggere il poema di tema vampirico Christabel di Coleridge. Durante la lettura, Shelley sembra che cada in trance, sognando, ad occhi aperti, una terribile vampira, una lamia simile alla Christabel del poema, scuotendosi dalla visione lanciando un urlo agghiacciante. Questo episodio diede a Byron l'idea di lanciare la gara, dalla quale, come ormai è chiaro a tutti, uscirono due vincitori: Polidori e la Wollstonecraft.

Mentre Shelley provò a trascrivere il suo incubo (cosa che, poi, lasciò perdere), Mary partorì, in una notte buia e tempestosa, il famosissimo Frankestein, molto probabilmente ispirata dal discorso condotto con Polidori. Il buon dottore, dal canto suo, come Byron, del resto, si dedicò ai vampiri. In realtà Polidori, dapprima, si era gettato su un racconto gotico la cui prima bozza avrebbe successivamente utilizzato per un futuro racconto, Emestus Berchtold o il moderno Edipo. Si imbatté, però, nella bozza di Byron, che aveva provato ad impostare un racconto su un vampiro aristocratico, dissoluto e dongiovanni, che aveva iniziato a tormentare, dopo morto, un suo giovane amico. Mentre il poeta lasciò perdere questo racconto, Polidori riuscì a ricavarne il primo vero romanzo sui vampiri, il famoso Il vampiro, il cui protagonista, Lord Ruthven, era ricalcato su Byron stesso, mentre il rapporto con il suo giovane amico ricalcava il rapporto di odio-amore, che Polidori aveva con il suo paziente-amico.


Il vampiro nei fumetti
Oltre alla letteratura, anche il mondo del fumetto e dell'animazione si è
interessato al mito del vampiro. Sicuramente è il Dracula di Stoker a farla da padrone nella gran mole di prodotti che possono essere citati, iniziando sicuramente dalla personale interpretazione che ne fa l'artista italiano Guido Crepax in Conte Dracula (ed.Rizzoli - Milano Libri). L'editore che, però, più a lungo ne ha pubblicato le avventure è la Marvel Comics, le cui versioni sono state portate in Italia prima dall'Editoriale Corno di Luciano Secchi prima con Gli albi dei supereroi, quindi con Dracula - Superfumetti in film, quindi tocca alla Star Comics con La tomba di Dracula, che propone le avventure edite su The Tomb of Dracula, e successivamente proponendo la riduzione del film di Coppola, Dracula di Bram Stoker.

La Marvel, però, non ha solo presentato le avventure di Dracula, ma nel suo universo esiste anche un atipico vampiro: Morbius, che ha anche avuto una collana tutta sua, pubblicata in Italia dalla Comic Art. Morbius, il dr. Michael Morbius, in realtà è un vampiro vivente: egli, infatti, per curare una rara malattia del sangue di cui era affetto, assume il sangue chimicamente trattato di pipistrelli vampiri. Altro vampiro atipico di casa Marvel è, infine, Blade, protagonista dell'omonimo film: il ragazzo, infatti, non è un vero e proprio vampiro, né può essere considerato un dampyr, ma è il figlio di una donna morsa da un vampiro mentre era incinta proprio di lui. Saputo delle sue origini, Blade decise di combattere e uccidere la razza dei vampiri per vendicare la morte della madre.

In casa DC Comics la serie più importante sui vampiri è stata Crimson di Humberto Ramos, edita per l'etichetta Cliffangher!, in cui viene raccontata la sfida di un vampiro predestinato a salvare il mondo dal giorno del giudizio e ostacolato da tutta una lunga serie di nemici, primi fra tutti i draghi ed i licantropi.

Per concludere la carrellata tra gli editori statunitensi non resta che passare per gli indipendenti: si inizia con la Dark Horse che ha presentato, con la traduzione della Phoenix di Daniele Brolli, il volume La maledizione di Dracula, senza dimenticare lo Spawn di Todd McFarlane che spesso ha avuto a che fare con vampiri e licantropi. Citazione finale per la Chaos Comics di Brian Pulido, con la sua vasta gamma di fumetti horror: la cui punta di diamante è Lady Death.

Vampirella e le altre
E proprio Lady Death consente di introdurre un filone interessante nel fumetto vampirico che vede l'Italia primeggiare: come ben si può intuire, sin dai suoi esordi il vampiro letterario ha trasportato con sé una latente carica erotica che, prima o poi, sarebbe divenuta evidente. Sia il cinema, sia il fumetto si accorsero di questo aspetto scabroso e reagirono prontamente proponendo prodotti specifici in cui il vero protagonista è una vampira, che fa con i maschi viventi tutto quello che vuole. L'esponente più noto di questo genere è Vampirella, ideata nel 1969 da Forrest Ackerman e proposto dalla Warren Pubblications e, in anni recenti, dalla Harris Comics. Proveniente da un altro pianeta (che si scoprirà poi essere in realtà una regione degli inferi), è costretta, per sopravvivere, a nutrirsi del sangue umano ed inizia a girare nelle notti terrestri con un costume rosso ridotto al minimo.

L'Italia, come detto, non poteva restare a guardare: nello stesso anno dell'esordio di Vampirella, faceva il suo esordio nelle edicole del bel paese Jacula, ispirata nelle sembianze alla bella Patty Pravo, i cui fumetti vennero pubblicati dalla Ediperiodici, poi Edifumetto, casa editrice molto attiva in questo filone con collane come Il Vampiro, I Notturni, I Sanguinari. Gli anni Settanta portano il personaggio di culto Zora la vampira (che prende le sembianze di Catherine Deneuve, futura vampira nel film Miriam si sveglia a Mezzanotte), alla quale viene dedicato un omonimo film girato dai Manetti Bros., e quindi Sukia, ispirata alla bella Ornella Muti, che presenta esplicitamente gli organi di riproduzione umani (maschili in particolare).

Di passaggio, verso gli anni ottanta, è un altro fumetto del genere, Necron di Magnus, con protagonisti Frieda Boher, biologa tedesca e necrofila, e Necron, il suo mostro superdotato personale, che pur se reinterpreta il mito del mostro di Frankestein, è probabilmente uno degli ultimi fumetti del genere: infatti, l'ultima serie da citare è stata la meno fortunata di tutte (già Necron fu chiusa molto presto, ma solo perché, più che un fumetto porno, era una serie comica e, quindi, poco seguita dai lettori del genere) è Yra, che in una serie dai toni fantasy, presenta una fanciulla che diventa vampira ad opera di una strega.


Il nuovo che avanza
Come detto, l'accoppiata erotismo-vampiri ha ceduto il passo, anche al successivo tentativo di rilancio da parte della Harris Comics. Negli stessi Stati Uniti la situazione è abbastanza dinamica. L'editore che più spesso propone i vampiri negli albi a fumetti è la DC Comics con la sua etichetta, la Vertigo Comics, oggi edita in toto dalla Magic Press. Sia in passato con la serie Swamp Thing, ai tempi del grande Alan Moore, sia con il Preacher di Ennis e Dillon che presentarono uno dei vampiri più crudeli e decadenti (anche nell'aspetto) degli ultimi anni: Cassidy.

L'Italia ha, per contro, presentato i vampiri soprattutto nelle serie edite dalla Bonelli: si parte dal classico Dylan Dog, che a più riprese ha incrociato la strada con i vampiri, per passare per Martin Mystère, Nathan Never, Legs Weaver, Zagor, fino ad arrivare ai recenti Gregory Hunter, contro un falso vampiro, e soprattutto Dampyr, una delle serie che più si è ispirata alla tradizione popolare vampirica, mescolandola abilmente con la letteratura del terrore più classica e famosa. In ultimo, restano da citare i Tre allegri ragazzi morti, fumetto horror di Davide Toffolo, edito dalla Panini Comics, e, sempre dello stesso editore, i quattro volumi di Rigel (Elena de' Grimani e Fabrizio Palmieri), serie espressamente dedicata ai vampiri.

Ultima citazione ai vampiri Disney: gli evroniani, che hanno sfidato Paperinik sulle pagine di PKNA e sfidano ora Pikappa sulle pagine di PK - Pikappa.

Il vampiro e il cinema
Filmografia

Le Manoir du Diable di Georges Méliès (1896)
The Vampire of the Coast (1909)
The Vampire's Trail (1910)
Vampyr Tanzerinnen (1911)
Danse Vampiresque (1912)
Vampym (1912)
The Vampire di Roberto Vignola (1913)
In the Grip of the Vampire (1913)
The Vampire's Trail di Roberto Vignola (1914)
Vampire of the Night (1914)
The Vampire of Warsaw (1914)
The Vampire's Tower (1914)
Saved from the Vampire (1914)
Les Vampires di Louis Feuillade (1915)
The Vampire's Clutch (1915)
Kiss of the Vampire (1915)
The Vampire of the Desert (1915)
A Fool there Was (1915)
Was She a Vampire? (1915)
Mr. Vampire (1915)
The Vampire's Dance (1915)
The Vampire di Louise Gasnier & George B. Seitz (1915)
A Vampire Out of Work (1916)
A Village Vampire (1916)
A Night of Horror di Arthur Robinson (1916)
The Beloved Vampire (1917)
The Vampie (1920)
Drakula di Karoly Lajthay (1921)
Nosferatu, Oder Eine Symphonie des Grauens (Nosferatu una Sinfonia dell'Orrore) di Friedrich W. Murnau (1922)
London after Midnight (Il Fantasma del Castello) di Tod Browning (1927)
Die Zwolfte Stunde. Eine Nacht des Grauens di Waldemar Roger (1930)
Dracula (Dracula) di Tod Browning (1931)
Dracula di George Melford (1931)
Vampyr - il vampiro (Vampyr - Der Traum des Allan Grey), regia di Carl Theodor Dreyer (1932)
The Vampire Bat (Il Vampiro) di Frank Strayer (1933)
The Mark of the Vampire (I Vampiri di Praga) di Tod Browning (1935)
Condemned to Live di Frank Strayer (1935)
Dracula's Daughter di Lambert Hillyer (1936)
The Return of Doctor X (Il Ritorno del Dottor X) di Vincent Sberman (1939)
The Devil Bat (Notti di Terrore) di Jean Yarbrough (1940)
Spooks Run Wild di Phil Rosen (1941)
The Corpse Vanishes di Wallace Fox (1942)
Son of Dracula di Robert Siodmak (1943)
Dead Men Walk (Cyclops il Vampiro) di Sam Newfield (1943)
The Return of the Vampire di Lew Landers (1943)
House of Frankenstein (Al di Là del Mistero) di Erle C. Kenton (1944)
House of Dracula (La Casa degli Orrori) di Erle C. Kenton (1945)
The Isle of the Dead (Il Vampiro dell'Isola) di Mark Robson (1945)
The Vampire's Ghost di Lesley Selander (1945)
The Devil Bat's Daughter di Frank Wisbar (1946)
Face of Marble di William Beaudine (1946)
Valley of the Zombies di Philip Ford (1946)
Abbott and Costello Meet Frankenstein (Il Cervello di Frankenstein) di Charles Barton (1948)
Old Mother Riley Meets the Vampire di John Gilling (1951)
The Thing from an Other World (La "Cosa" da un Altro Mondo) di Christian Nyby (1951)
Dracula Istanbulda di Mehmet Muktar (1953)
Not of this Earth (Il Vampiro del Pianeta Rosso) di Roger Corman (1956)
El Vampiro (La Stirpe dei Vampiri) di Fernando Mendez (1956)
Plan Nine from Outer Space di Edward D. Wood Jr. (1956)
The Man Who Turned to Stone (Prigionieri dell'Eternità) di Laslie Kardos (1957)
The Vampire (Il Vampiro) di Paul Landres (1957)
Blood of Dracula, regia di Herbert L. Strock (1957)
I vampiri, regia di Mario Bava e Riccardo Freda (1957)
Vampyros Lesbos, regia di Jesús Franco (1970)
La comtesse noire, regia di Jesús Franco (1973)
Nosferatu, principe della notte (Nosferatu: Phantom der Nacht), regia di Werner Herzog (1978)
Dracula di Bram Stoker (Bram Stoker's Dracula), regia di Francis Ford Coppola (1992)
Buffy The Vampire Slayer, regia di Fran Rebel Kuzui (1992)
Intervista col vampiro, regia di Neil Jordan (1994)
Dal tramonto all'alba, regia di Robert Rodriguez (1996)
Blade, regia di Stephen Norrington (1998)
L'ombra del Vampiro (Shadow of the Vampire), regia di E. Elias Merhige (2000)
Blade 2, regia di Guillermo del Toro (2002)
La regina dei dannati, regia di Michael Rymer (2002)
Underworld, regia di Len Wiseman (2003)
Blade: Trinity, regia di David S. Goyer (2004)
Van Helsing, regia di Stephen Sommers (2004)
Underworld: Evolution, regia di Len Wiseman (2005)


FONTE : http://darkgothiclolita.forumcommunity.net







 LICANTROPI

Il licantropo (dal greco λύκος lýkos, "lupo" e ἄνθρωπος ànthropos, "uomo"), detto anche uomo-lupo o lupo mannaro (dal latino volgare *lupus hominarius[1], cioè "lupo umano" o "lupo mangiatore di uomini" oppure dal latino lupī hominēs, sviluppatosi in area meridionale come calco del greco λυκάνθρωποι lykanthrōpoi – cfr. molfettano lëpòmënë e calabrese settentrionale lëpuòmmënë – a cui si sarebbe aggiunto un suffiso -rë, come nell'abruzzese lopemënarë[2]), è una delle creature mostruose della mitologia e del folclore poi divenute tipiche della letteratura dell'orrore e successivamente del cinema dell'orrore.
Secondo la leggenda, il licantropo è un essere umano condannato da una maledizione a trasformarsi in una bestia feroce ad ogni plenilunio: la forma di cui si racconta più spesso è quella del lupo, ma in determinate culture prevalgono l'orso, il bue (Erchitu) o il gatto selvatico (si veda in seguito). Nella narrativa e nella cinematografia dell'orrore sono stati aggiunti altri elementi che invece mancavano nella tradizione popolare, quali il fatto che lo si possa uccidere solo con un'arma d'argento, oppure che il licantropo trasmetta la propria condizione ad un altro essere umano dopo averlo morso. Alcuni credevano che uccidendo il lupo prima della prima trasformazione la maledizione venisse infranta.
È importante notare inoltre che lupo mannaro e licantropo non sempre sono sinonimi: infatti nelle leggende popolari il lupo mannaro è talvolta semplicemente un grosso lupo con abitudini antropofaghe, a cui può essere associata o no una natura mostruosa. Inoltre, nel caso del lupo mannaro come mutaforma, si può distinguere tra il lupo mannaro, che si trasforma contro la propria volontà, e il licantropo, che si può trasformare ogni volta che lo desidera e senza perdere la ragione (la componente umana).
Nella letteratura medica[senza fonte] e psichiatrica con licantropia è stata descritta una sindrome isterica che avrebbe colpito le persone, facendo sì che assumessero atteggiamenti da lupo durante particolari condizioni (come le notti di luna piena). In modo analogo un licantropo era semplicemente una persona affetta da questo disturbo ed è con questo unico significato che la voce è riportata sui alcuni importanti dizionari della lingua italiana.[3][4] In tempi recenti, l'esistenza di tale disturbo è stata considerata rarissima[5] o addirittura messa in discussione dalla psichiatria stessa.

Storia e diffusione del mito

Origini

Il lupo è stato un animale soggetto ad un radicale processo di demonizzazione e successiva rivalutazione, dimostrando la sua intima connessione all'immaginario umano. Il lupo è un simbolo ambivalente: amato per gli stessi pregi che hanno fatto dei suoi discendenti l'animale domestico per eccellenza, invocato nei riti sciamanici come guida sul terreno di caccia, ammirato per la forza e l'astuzia, addomesticato per diventare un alleato, ma poi cacciato per impedirgli di predare le greggi e infine addirittura demonizzato durante il Medioevo.
Il modo di considerare il lupo muta, in maniera piuttosto brusca e radicale, col passaggio dell'uomo dal nomadismo, basato sulla caccia, alla cultura stanziale ed agricola. Il cacciatore ha bisogno della forza dell'animale totemico e del predatore, che lo può portare a scovare e ad uccidere la preda, e il lupo è il predatore per eccellenza. Per i cacciatori nomadi delle steppe dell'Asia centrale era rappresentativo della tribù e suo protettore. L'agricoltore, invece, ha un rapporto radicalmente diverso con esso: il lupo diviene minaccia per le greggi ma, contemporaneamente, i suoi cuccioli, debitamente addestrati, possono divenire preziosi alleati contro i loro stessi simili.
Il mito di un essere umano che si trasforma in lupo o viceversa è antico e presente in molte culture. I miti che riguardano la figura del lupo hanno origine, con buona probabilità, nella prima età del bronzo, quando le migrazioni delle tribù nomadi indoarie le portarono in contatto con le popolazioni stanziali europee. Il substrato di religioni e miti "lunari" e femminili degli antichi europei si innestò nel complesso delle religioni "solari" e maschili dei nuovi arrivati, dando vita ai miti delle origini, in cui spesso il lupo è protagonista. La sovrapposizione tra i culti solari della caccia e quelli lunari della fertilità si riscontra nei miti che vedono il lupo come animale propiziatore della fecondazione. In Anatolia, fino ad epoca contemporanea, le donne sterili invocavano il lupo per avere figli. In Kamčatka, i contadini, nelle feste ottobrali, realizzavano con il fieno il simulacro di un lupo a cui recavano voti, perché le ragazze in età da marito si sposassero entro l'anno. Questo intimo legame, nel bene e nel male, tra l'uomo e i canidi ha fatto sì che tra tutti i mannari proprio quelli di stirpe lupina siano tra le specie con le origini documentabili più antiche.
Le leggende riguardo agli uomini-lupo si moltiplicano in tutta Europa dall'Alto Medioevo in poi. Il corpus mitologico che ne scaturisce si manterrà sostanzialmente in costante espansione fino al XVIII secolo, con punte di massima crescita tra il XIV e il XVII secolo, in coincidenza delle più grandi cacce alle streghe dell'Inquisizione. Dal Settecento in poi si tenderà a sconfessare apertamente la possibilità che un essere umano si muti fisicamente in un lupo, e la licantropia rimarrà contemplata solamente dalla psichiatria come affezione patologica che porta il malato già "lunatico" a credersi bestia a tutti gli effetti. Nel folclore locale manterrà, invece, solide radici.

Antico Egitto

Nell'Antico Egitto, le prime raffigurazioni di un incrocio tra un canide e un uomo riguardano lo sciacallo. Anubi, infatti, compare tra le principali divinità venerate dagli antichi Egizi, sia nell'Alto che nel Basso Egitto, fin dalle prime dinastie. Il dio viene propriamente raffigurato come uno sciacallo, il più delle volte accucciato ma, quando deve presiedere ai riti del trapasso, assume la forma di un uomo con la testa di sciacallo. Le sue raffigurazioni, sebbene compaiano già all'inizio della storia egizia, si fanno più frequenti a partire dal Medio Regno (2134 a.C.–1991 a.C.), quando si diffondono maggiormente le tombe ipogee riccamente decorate. Anubi è il protettore degli imbalsamatori; presiede al processo di conservazione del defunto e guida il suo akh (l'equivalente dell'anima cristiana) nel regno delle ombre. Lo conduce fino a Osiride, a cui era deputato il giudizio dell'anima. Anubi, inoltre, presiede insieme ad Horus alla pesatura del cuore del defunto, il risultato del quale è uno degli elementi per il giudizio stesso. In questo caso non si può parlare di mannarismo vero e proprio perché manca l'aspetto della trasformazione, volontaria o involontaria; semplicemente, le due forme del dio convivono nell'immaginario egizio. La convivenza contemporanea di due o più forme per le divinità è caratteristica della religione egiziana e probabile traccia di un tentativo di unificazione di vari pantheon separati, nati indipendentemente lungo il corso del Nilo.

Antica Grecia


Licaone punito da Zeus
incisione di Hendrik Goltzius
Nell'Antica Grecia compaiono altre raffigurazioni, rispettivamente Zeus, Febo e Licaone.
Zeus è un appassionato mutaforma e più volte si serve della sua facoltà per sedurre donne mortali eludendo la sorveglianza di Hera. Nel suo repertorio di trasformazioni (che, in effetti, si può ritenere illimitato, essendo egli un dio), vi è anche quella in lupo. Proprio in questa forma, e col nome di Liceo era adorato in Argo. In questa città, e sotto forma di lupo, Zeus era comparso per appoggiare il malcontento popolare nei confronti del re Gelanore e appoggiare l'eroe Danao, che al re fu sostituito.
Febo, insieme a sua sorella Artemide, viene partorito da Latona, trasformata in lupa. Inoltre, tra le facoltà attribuite al dio Febo-Apollo vi è quella di mutare forma; una delle sue trasformazioni è appunto in lupo. A Febo Lykos viene anche dedicato un boschetto nei pressi del suo tempio ad Atene, nel quale soleva tener lezione ai suoi discepoli Aristotele (il Liceo di Aristotele, da cui prende il nome l'ordine scolastico, detto, appunto, liceo). Il lupo diviene quindi animale della sapienza. L'interpretazione non è comunque univoca; secondo altre fonti[6] il nome deriverebbe da (Apóllōn) lýkeios, quindi "uccisore del lupo".
Il mito di Licaone documenta, nelle sue varie versioni, il passaggio del lupo da creatura degna di venerazione a essere da temere. Nella versione originaria, Licaone, re dei Pelasgi, fonda sul monte Liceo la città di Licosura, la prima città di questo popolo. Nelle versioni successive Licaone diviene un feroce re dell'Arcadia. Un giorno dette ospitalità a un mendicante ma, per burlarsi di lui, lo sfamò con le carni d'uno schiavo ucciso (secondo altre versioni, la portata principale era uno dei suoi stessi figli). Il mendicante, che era in realtà Zeus travestito, si indignò per il gesto sacrilego, e dopo aver fulminato i suoi numerosi figli lo trasformò in lupo, costringendolo a vagare per i boschi in forma di bestia. L'economia nella zona dell'Arcadia in cui ha origine la seconda versione del mito è molto più legata all'allevamento di quanto non fossero Atene o Argo. Si riflette quindi, in questa visione del predatore, l'atteggiamento di diffidenza che poteva assumere una società pastorale; il lupo viene visto, qui, come negativo, essere trasformati in esso è una punizione, non più una qualità divina. Il "lupo cattivo" stesso, nemesi dell'eroe in duemila anni di favole, ha i suoi natali nella Grecia antica. La lupa Mormolice, demone femminile, diviene lo spauracchio dei bambini cattivi, che, secondo le madri greche, fa diventare zoppi.

Antica Roma

La figura del lupo, in qualche modo antropomorfa, fa la sua comparsa indipendente anche in altre zone europee. Presso le tribù galliche è un carnivoro necrofago, e viene raffigurato seduto come un uomo nell'atto di divorare un morto. Presso gli etruschi è Ajta a incarnare in qualche modo le sembianze del mannaro; il dio etrusco degli inferi ama portare un elmo di pelle di lupo, che lo rende invisibile.
È difficile stabilire quando si abbiano le prime leggende che parlino esplicitamente di licantropi. Di certo, la figura del lupo mannaro compare, ancora in epoca classica, nel I secolo nella narrativa della Roma antica. Ne parla Gaio Petronio Arbitro nel frammento LXII del Satyricon ed è la prima novella in cui appare questa figura:
« [...] arrivati a certe tombe il mio uomo si nascose a fare i suoi bisogni tra le pietre, mentre io continuo a camminare canticchiando e mi metto a contarle. Mi volto e che ti vedo? Il mio compagno si spogliava e buttava le vesti sul ciglio della strada. Mi sentii venir meno il respiro e cominciai a sudare freddo. Sennonché quello si mette ad inzuppare di orina le vesti e diventa d'improvviso un lupo. [...] appena diventato lupo, si mette ad ululare ed entra nel bosco. [...] Mi faccio forza e, snudata la spada, comincio a sciabolare le ombre fino a che non arrivo alla villa dove abitava la mia amica. La mia Melissa pareva stupita al vedermi in giro a un'ora simile e aggiunse: "Se tu fossi arrivato poco fa, ci avresti dato una mano: un lupo è entrato nella villa e ha scannato tutte le pecore peggio di un macellaio. Ma anche se è riuscito a fuggire, l'ha pagata cara, perché uno schiavo gli ha trapassato il collo con una lancia". Al sentire questo non riuscii a chiudere occhio durante la notte e, a giorno fatto, me ne tornai di volata a casa di Gaio, il nostro padrone, come un mercante svaligiato. [...] quando entrai in casa, vidi il soldato che giaceva disteso sul mio letto, sanguinante come un bue, e un medico gli curava il collo. Capii finalmente che si trattava di un lupo mannaro. »
Nella cultura romana, il lupo non è visto solo con sospetto, ma anche con ammirazione. È un simbolo di forza, e la sua pelle viene indossata da importanti figure all'interno dell'esercito. I vexillifer, sottufficiali incaricati di portare le insegne di ogni legione, indossavano infatti una pelle di lupo che copriva l'elmo e parte della corazza. Il licantropo veniva chiamato versipellis, in quanto si riteneva che la pelliccia del lupo rimanesse nascosta all'interno del corpo di un uomo, che poi si "rivoltava" assumendo le fattezze bestiali.
Il rapporto tra il lupo e i Romani antichi è positivo, come testimoniato anche da altre tradizioni: a parte la lupa nutrice di Romolo e Remo, il 15 febbraio si svolgeva la cerimonia dei Lupercali, in onore del dio Luperco (identificato dai Greci con il loro Pan), nel corso della quale il sacerdote, vestito da lupo, passava un coltello bagnato di sangue sulla fronte di due adolescenti (questo aspetto della cerimonia era probabilmente derivato da un originario sacrificio umano). Luperco era il protettore delle greggi e il rito era stato ereditato dai Sabini. Essi identificavano se stessi nel lupo, animale da cui pensavano avessero origine le loro caratteristiche originarie di guerrieri e cacciatori. Il termine "lupo mannaro" ha origine dal basso latino lupus hominarius, il cui significato etimologico è "lupo che si comporta come un uomo".
I Romani colti sembrano piuttosto consapevoli che la licantropia è concepita soprattutto come affezione psichiatrica piuttosto che come reale condizione fisica, e in ambito ellenico lo stesso Claudio Galeno nella sua Ars medica dà una descrizione più realistica di questa malattia, prescrivendo anche dei rimedi:
« Coloro i quali vengono colti dal morbo, chiamato lupino o canino, escono di notte nel mese di febbraio, imitano in tutto i lupi o i cani, e fino al sorgere del giorno di preferenza scoprono le tombe. Tuttavia si possono riconoscere le persone affette da tale malattia da questi sintomi. Sono pallidi e malaticci d'aspetto, e hanno gli occhi secchi e non lacrimano. Si può notare che hanno anche gli occhi incavati e la lingua arida, e non emettono saliva per nulla. Sono anche assetati e hanno le tibie piagate in modo inguaribile a causa delle continue cadute e dei morsi dei cani; e tali sono i sintomi. È opportuno invero sapere che questo morbo è della specie della melanconia: che si potrà curare, se si inciderà la vena nel periodo dell'accesso e si farà evacuare il sangue fino alla perdita dei sensi, e si nutrirà l'infermo con cibi molto succosi. Ci si può avvalere d'altra parte di bagni d'acqua dolce: quindi il siero di latte per un periodo di tre giorni, parimenti si purgherà con la colloquinta di Rufo o di Archigene o di Giusto, presa ripetutamente ad intervalli. Dopo le purgazioni si può anche usare la teriarca estratta dalle vipere e le altre da applicare nella melanconia già in precedenza ricordate »
Nel latino medievale, infine, wargus designa il lupo (normale, in questo caso) ma deriva da una parola germanica che indica l'uomo che viene punito per un crimine. Nella società germanica questi veniva allontanato dalla civiltà e dalla protezione che essa offre, divenendo simile all'essere selvatico per eccellenza. "Criminale" è detto dunque wearg in Antico Inglese, warag in Antico Sassone, warc(h), in Antico Alto Tedesco, vargr in Norreno e wargus in Latino medievale (come prestito dal Germanico).

Nord Europa


Incisione tedesca in legno raffigurante un licantropo del 1722.
Nelle tradizioni del Nord Europa compaiono figure di guerrieri consacrati a Odino, i berserker, che nella furia della battaglia si diceva si trasformassero in orsi o lupi.
Fenrir è il prototipo del lupo mannaro scandinavo. È uno dei tre mostruosi figli di Loki, il dio vichingo degli inganni. Fenrir non è un lupo mannaro vero e proprio, perché non può trasformarsi e si presenta sempre in forma di lupo; tuttavia, è grosso al punto di essere deforme, ferocissimo, scaltro e dotato di parola come un uomo, tutte caratteristiche che lo avvicinano fortemente alla stirpe dei mannari. Gli dei vichinghi, man mano che cresce, iniziano a temerlo. Cercano di imprigionarlo, ma la belva è troppo forte e riesce a liberarsi. Per bloccarlo definitivamente devono ricorrere all'inganno e alla magia (altra analogia con molti miti riguardanti licantropi): lo legano con un laccio fabbricato dai nani intrecciando barba di donna, rumore di passi di gatto, radici di un monte, respiro di pesce, tendini d'orso e sputo d'uccello.
Ha forma di lupo anche l'innaturale progenie di una vecchia gigantessa. Due dei suoi figli lupi, Skoll e Hati, inseguono dall'alba dei tempi il sole e la luna (ed è per questo motivo, secondo il mito, che i due astri si muovono) e finiranno per divorarli nell'ultimo giorno del mondo.
I lupi mannari propriamente detti compaiono anche nell'epica vichinga, in particolare nella saga dei Volsunghi, in almeno due occasioni. Nel canto quinto, a trasformarsi in lupo è la madre di re Sigger, facendo uso delle sue arti magiche. La regina-lupa si diverte, nella leggenda, a infierire sui figli di Volsung, che erano stati fatti prigionieri in battaglia da suo figlio; dei dieci uomini, nove vengono uccisi. Sopravvive Sigmund, aiutato dalla gemella Signi, che è anche moglie di re Sigger. Questa gli unge il volto di miele e la notte il lupo mannaro si ingolosisce, sentendo l'odore, ma gli lecca il volto anziché sbranarlo. Prontamente Sigmund gli afferra la lingua con i denti e la belva se la strappa per liberarsi. Nel tentativo, si procura una ferita che la uccide e, contemporaneamente, spezza i ceppi di Sigmund, liberandolo. Il tema del lupo mannaro ricompare nel canto ottavo; qui Sigmund e il nipote Sinfjotli giungono, attraverso una foresta, a una casa dove dormono due uomini di nobile stirpe. Sopra di loro sono appese delle pelli di lupo, due principi stregati da un incantesimo: devono sempre mostrarsi in forma di lupo, e solo una volta ogni cinque giorni possono riprendere sembianze umane. Sigmund e il nipote, incuriositi dalle pelli, le rubano, facendo ricadere su di loro la maledizione. Assumono sia le sembianze che la natura di lupi, e iniziano a aggredire uomini. In particolare, Sinfjotli si dimostra aggressivo e furbo.
« [...] quando nel più folto della foresta si imbatté a sua volta in un gruppo di undici uomini. Invece di chiamare lo zio [si erano accordati di non aggredire più di sette uomini contemporaneamente senza chiedere l'aiuto dell'altro], aspettò il momento più opportuno per coglierli di sorpresa, poi li assalì tutti insieme e li sbranò. Lo zio lo sorprende stanco a sonnecchiare presso i corpi degli uomini uccisi e si adira "Non rispetti i nostri accordi, Sinfjotli". »
Sigmund e Sinfjotli riescono poi a liberarsi dalla maledizione del lupo mannaro dando fuoco alle pelli.
Il mito del licantropo si ritrova nel nord Europa anche in altre zone, oltre alla Scandinavia. Compaiono nella tradizione dei popoli germanici e delle isole britanniche a fianco, di volta in volta, dell'orso mannaro o del gatto selvatico. La diffusione di queste credenze è testimoniata da Olaus Magnus nella sua Historia de gentibus septentrionalis. Magnus racconta come, nella notte di Natale, si radunino in un certo luogo molti uomini-lupo:
« [...] li quali la notte medesima, con meravigliosa ferocità incrudeliscono, e contro la generazione umana, e contro gl'altri animali, che non son di feroce natura, che gl'abitatori di quelle regioni patiscono molto di più danno da costoro, che da quei che naturali Lupi sono, non fanno. Perciochè, come s'è trovato impugnato con meravigliosa ferocità a le case de gl'uomini, che stanno nelle selve, e sforzansi di romperle le porte, per poter consumare gl'uomini e le bestie che vi son dentro »
(traduzione dal latino di Remigio Fiorentino, Venezia, 1561)
Il carattere di questi licantropi si differenzia quindi notevolmente dai lupi genuini, che ne escono quasi riabilitati. I mostri descritti da Magnus hanno anche spiccata tendenza all'alcolismo; dopo essere entrati nelle cantine:
« quivi si bevono molte botti [di birra] e di quella e d'altre bevande, e poi lasciano le botti vote, l'una sopra l'altra, in mezzo alla cantina. E in questa parte sono disformi dai naturali, e veri Lupi »
Ulfhendhnir è il nome dato in molte regioni settentrionali a questi esseri, e il suo significato è "dalla casacca di lupo".

Altre culture europee

In Italia il lupo mannaro assume nomi diversi da regione a regione: lupi minari nel forlivese[7], lupu pampanu o marcalupu in Calabria, lupenari in Irpinia, lupom'n in Puglia, lupinari in Sicilia, luv ravas nel cuneese, loup ravat nelle valli valdesi. In Lunigiana (Fortezza del Piagnaro a Pontremoli) viene segnalata la figura del lupomanaio, che comunque deve provenire da una zona linguisticamente toscana data la terminazione in -aio e la stessa forma lupo anziché il normale lov.[8]
In Barbagia esiste la leggenda dell'Erchitu, un uomo che può trasformarsi, non in lupo, ma in un grosso bue bianco dalle grandi corna d'acciaio.
Nella Francia centrale e meridionale il lupo mannaro è il loup garou. L'etimologia è incerta; secondo Carlo Battisti e Giovanni Alessio garou deriva dal francone *wari(-wulf), "uomo(-lupo)"[2], mentre secondo altri[senza fonte] deriva da loup dont il faut se garer, ovvero "lupo dal quale bisogna guardarsi". Nella Francia settentrionale, in particolare in Bretagna, è il bisclavert.
In Germania e in Gran Bretagna esiste il werwulf o werewolf, la cui origine etimologica è la medesima: wer, dalla stessa radice del latino vir ("uomo") e wulf o wolf ("lupo").
Nell'Europa dell'Est compare una figura ambigua, a metà tra il lupo mannaro e un demone in grado di risucchiare la forza vitale (che, più tardi, si identificherà col vampiro). Il suo nome cambia a seconda della regione, ma l'origine del nome rimane sempre la stessa.
È detto oboroten in Russia, wilkolak in Polonia, vulkolak in Bulgaria, varcolac' (la forma forse più nota), in Romania.

Oriente e Americhe

In Oriente, si diceva che Gengis Khan fosse discendente del "grande lupo grigio".
Nelle pianure degli Stati Uniti, erano gli indiani Pawnee a ritenersi imparentati con i lupi. Usavano anche ricoprirsi delle pelli di questi animali per andare a caccia. Un simile comportamento può avere un valore esclusivamente simbolico (la volontà di impadronirsi delle doti del predatore) e non certo mimetico: le potenziali prede degli uomini sono anche, da altrettanto tempo se non di più, prede del lupo, e sono quindi molto ben allenate a distinguerne il manto. Inoltre poco dopo la scoperta delle Americhe i coloni sostenevano che la licantropia fosse una maledizione dei "pelle rossa" dovuta all'"incrocio" di sangue tra coloni e indiani dovuti a matrimoni misti o ad altre motivazioni come gli stupri compiuti meschinamente da coloni nei confronti degli indiani. Ed altri sostenevano fosse la punizione di Dio per aver accettato scambi con gli indiani. Mentre i nativi americani sostenevano che la licantropia fosse una malattia o maledizione portata dai coloni. Nel Sudamerica, in Argentina e Paraguay esiste la leggenda del Lobizon dove si narra che il settimo figlio maschio di un settimo figlio maschio nascerà uomo-lupo.

Epidemie medievali

Dal Basso Medioevo in avanti, il rogo è una soluzione usata a profusione per sbarazzarsi dei sempre più numerosi mutaforme, che paiono moltiplicarsi, specialmente in Francia e Germania. Il fenomeno arriva a toccare dimensioni gigantesche negli anni successivi alla controriforma, sia nei Paesi cattolici che protestanti. Redigere una contabilità precisa di quanti siano finiti al rogo con l'accusa di mannarismo, da sola o in congiunzione con quella di stregoneria, è molto difficile. Le fonti più prudenti parlano di circa ventimila processi e condanne di licantropi tra il 1300 e il 1600, ma alcuni si sbilanciano fino a suggerire un numero prossimo alle centomila vittime. La storia più famosa è quella di un certo Peter Stubbe, che forse era effettivamente un serial killer. Per secoli si è comunque in presenza di una sorta di isteria collettiva, che è ben testimoniata dagli studi di Jacques Collin de Plancy. De Plancy, studioso francese dell'Ottocento che si dedicò animatamente a studi di spirito volterriano per spazzare la superstizione residua nella gente, raccoglie molte testimonianze dei secoli precedenti nel suo Dictionnaire Infernal, dando un quadro abbastanza preciso di quella che era la situazione in Europa nei secoli citati:
« L'imperatore Sigismondo fece discutere in sua presenza, da un conclave di sapienti, la questione dei lupi mannari, e fu unanimemente stabilito che la mostruosa metamorfosi era un fatto accertato e costante. Un malfattore che volesse compiere qualche soperchieria, non aveva che da spacciarsi per Lupo Mannaro per terrorizzare e mettere in fuga chiunque. A tale scopo non aveva bisogno di trasformarsi davanti a tutti in lupo: bastava la fama. Molti delinquenti vennero arrestati come lupi mannari, pur rimanendo sempre con sembianze umane. Pencer, nella seconda metà del Cinquecento, riferisce che in Livonia, sul finire del mese di dicembre, ogni anno si trova qualche sinistro personaggio che intima agli stregoni di trovarsi in un certo luogo: e, se loro si rifiutano, il Diavolo stesso ve li conduce, distribuendo nerbate così bene assestate da lasciare immancabilmente il segno. Il loro capo va avanti per primo, e migliaia di Stregoni vanno dietro di lui; infine attraversano un fiume, varcato il quale si cambiano in lupi e si gettano su uomini e greggi, menando strage »
Plancy riferisce anche un episodio italiano, la cui fonte prima dice essere un certo Fincel:
« Un giorno venne preso al laccio un lupo mannaro che correva per le vie di Padova; gli si tagliarono le zampe, e il mostro riprese tosto forma d'uomo, ma con piedi e mani mozzati »
Questa sorta di isteria collettiva porta a episodi terribili e grotteschi insieme. A tal medico Pomponace, sempre secondo Plancy, venne portato un contadino affetto da licantropia; questi gridava ai suoi vicini di fuggire se non volevano essere divorati. Siccome lo sventurato non aveva affatto la forma di lupo, i villici avevano cominciato a scorticarlo per vedere se per caso non avesse il pelo sotto la pelle. Non avendone trovato traccia, lo avevano portato dal medico. Pomponace, con maggior buon senso, stabilì che si trattava di un ipocondriaco.

Caratteristiche

Morfologia licantropica

Per lo più, tutte le storie e le leggende sono concordi nell'affermare l'origine diabolica del mostro, che viene spesso associato con streghe ed eretici. A parte questo punto in comune, è impossibile tracciare una morfologia univoca del licantropo. Normalmente lo si trova rappresentato in forma di lupo (e non una creatura ibrida tra l'uomo e la bestia, come nei film d'orrore), che può però assumere un'ampia gamma di aspetti e dimensioni, dal normale lupo, da cui si distingue solo per l'intelligenza e la ferocia, a una mostruosità grossa come una vacca e deforme, dalla forza spaventosa e dalla ferocia senza pari. Taluni affermano anche che il licantropo è privo di coda, perché le creazioni del diavolo, per quanto ben riuscite, sono necessariamente imperfette. Altri ritengono che sia necessariamente di colore nero. Un possibile tratto distintivo sta nelle sue impronte: in alcune leggende, il lupo mannaro lascia a terra il segno di cinque unghie (i canidi normali lasciano solo quattro tacche. Il pollice si è atrofizzato e non tocca il terreno). Alcuni di questi uomini bestia conservano la possibilità di parlare e ragionare come normali esseri umani, altri la perdono completamente. Anche alla regola secondo cui non vengono mai rappresentati come ibridi ci sono delle eccezioni, sia pure rare e parziali. Infatti, a volte il lupo mannaro sembra poter procedere su due zampe, o conservare una certa prensilità degli arti anteriori, cosa che gli consente, all'occorrenza, di intrufolarsi nelle case scassinando le porte chiuse. Altro tratto distintivo è l'immenso gusto del licantropo per la carne fresca.
Il demonologo francese Pierre Delancre (Bordeaux 1565 (?) – Parigi 1630), lo descrive così:
« Essi sgozzano li cani e li bambini e li divoran con eccellente appetito; camminano a quattro zampe; ululano come veraci [lupi]; hanno ampia bocca, occhi di fuoco e zanne acuminate »
Diventa imperativo, per la possibile vittima medievale, cercare di capire anche come si presenta il mannaro in forma umana, per individuarlo e guardarsene. Il compito non è facile, perché esistono quasi tanti segni indicatori quante sono le versioni della bestia. Bisogna guardarsi da chi ha sopracciglia troppo folte e unite al centro, oppure il volto ferino, i canini troppo affilati, pelo sia sul dorso che sul palmo delle mani. Il dito indice più lungo del medio è sicuro indizio di licantropia, così pure un insano appetito per la carne cruda. È opportuno anche sospettare di chi sia troppo in forze senza che lo si veda mai mangiare; quasi di sicuro è un lupo mannaro che uccide persone la notte e le divora di nascosto.
Personaggio a metà tra lo stregone e l'uomo-lupo è il francese mener de loups o "pastore di lupi". È una sorta di incantatore che, pur non trasformandosi personalmente in lupo, è in grado di radunare e guidare un branco di queste bestie per i suoi scellerati fini. La capacità di comandare un branco di normali lupi è spesso riconosciuta anche al licantropo. Alla testa dei suoi "simili", poi, il lupo mannaro può dare l'assalto a paesi o, addirittura, a roccaforti, facendo strage degli abitanti e divorando gli armenti. Talvolta, questi branchi misti si presteranno anche a fare da cavalcatura alle streghe, e a portarle ai luoghi del sabba.
Nel Medioevo si completa l'opera di demonizzazione del lupo, che viene assimilato al suo "doppio" innaturale e visto come servo delle streghe (il mannaro è una loro possibile incarnazione). I lupi sono vicini a Satana, e devono cominciare a guardarsi con molta attenzione dagli uomini, che talvolta arriveranno a fare dei veri e propri roghi di queste bestie, a fianco di sventurati accusati di stregonerie o eresia.

Diventare licantropo

Molti sono i modi per diventare licantropi. L'unico che non figura nella tradizione è il morso: chi viene morso da un lupo mannaro non diventa lupo mannaro esso stesso. Il morso come veicolo dell'infezione muta forma è una trovata narrativa relativamente moderna, dovuta, quasi certamente, a una contaminazione proveniente dalle storie sul vampirismo.
Per tutto il Medioevo invece, per trasformarsi in lupi il modo più sicuro rimane ricorrere alla magia. Ciò, ovviamente, implica che la trasformazione sia volontaria. Per compierla ci si deve spogliare della propria pelle e indossare una pelle di lupo. Se si è restii ad autoscorticarsi, può bastare indossare una cintura confezionata con la pelle di questo animale. Caratteristica fondamentale perché la pelle possa funzionare è che la testa sia sostanzialmente intatta, se possibile con ancora il cranio inserito a supporto dei denti. La pelle, ovviamente, non può essere quella di un comune lupo, ma deve essere una sorta di veste maledetta. Questa deve essere consegnata da satana (diavolo), che volentieri la fornisce a persone esecrabili, oppure, secondo consolidata tradizione, in cambio dell'anima. Un'alternativa all'uso della pelle è il ricorso a unguenti o filtri magici. Uno dei componenti fondamentali è quasi sempre il grasso di lupo. A volte questo viene mescolato con sostanze tossiche (come la belladonna) o dagli effetti psicotropi. Una delle più note ricette di filtro magico prevede di mescolare cicuta, semi di papavero, oppio, zafferano, assafetida, solano, prezzemolo e giusquiamo. Parte andava spalmata sul corpo e parte bevuta. Non è quindi improbabile che una persona, se assume un simile intruglio e sopravvive, si comporti come un animale invasato, arrivando ad essere pericoloso. Un ulteriore sistema per trasformarsi è bere "acqua licantropica", cioè raccolta nelle impronte lasciate da un uomo-lupo.
La volontarietà di queste trasformazioni fa sì che possano avvenire in ogni ora del giorno o della notte e in ogni momento. Questo significa che, secondo molte tradizioni, non basta guardarsi dalla luna piena per essere in salvo dai lupi mannari. Il plenilunio assume importanza, anche se non sempre risulta fondamentale, nelle trasformazioni involontarie. Il primo autore ad associare la trasformazione alle fasi lunari è stato presumibilmente Gervasio di Tilbury, uno scrittore medievale. L'idea dell'influsso della luna piena viene ripreso e ritenuto fondamentale dalla maggior parte delle leggende. Vi sono tradizioni (ad esempio in Calabria) secondo cui il licantropo si può trasformare anche sotto l'influsso della luna nuova. L'involontarietà della trasformazione non si ricollega solo al fatto che si verifichi in particolari congiunzioni astrali, ma anche alle sue cause: è solitamente dovuta agli effetti di una maledizione o ad altro accidente. Infatti, anche il venir maledetti da una strega, come pure da un santo o da persona venerabile può portare alla licantropia. San Patrizio, secondo la tradizione, si dedicò a maledire e trasformare in lupi intere popolazioni, così come San Natale. I motivi per cui si può venire maledetti sono molteplici: eresia, empietà, antropofagia (qui ritorna il mito di Licaone), al limite anche solo essere nati in certi periodi dell'anno. Chi nasce la notte di Natale a cavallo della mezzanotte o il giorno dell'Epifania, per esempio, ha buone probabilità di divenire lupo mannaro. Si tratterebbe di una sorta di maledizione divina per punire un gesto quasi blasfemo. Per salvare il figlio dalla crudele sorte, il padre, utilizzando un ferro rovente, deve incidere una croce sotto la pianta di un piede del bambino per i tre Natali successivi. La maledizione può essere dovuta anche a incidenti o piante velenose. Vi è una tradizione abruzzese secondo cui dormire sotto la luna piena (in alcune zone deve essere anche un mercoledì notte) porta al licantropismo. Per le piante, la credenza più diffusa proviene dall'est europeo e avverte di stare lontani dai fiori neri (secondo la versione moldava, questi crescerebbero di preferenza vicino a cimiteri). Il nero è un colore che le infiorescenze in natura non assumono, tranne in casi particolarissimi (non attira gli insetti o altri animali impollinatori), quindi indica soprannaturalità e probabile matrice diabolica.

Difendersi dal licantropo

Tra le scarse difese contro questo essere forte e feroce la più efficace pare essere l'argento. Questo metallo può uccidere tutte le creature sovrannaturali (anche i vampiri, nonostante la tradizione cinematografica prediliga il paletto di frassino). Bisogna perciò trafiggere il mannaro con una lama di argento o sparargli con una pallottola dello stesso materiale. La credenza si deve alle proprietà di disinfettante che fin dall'epoca greca erano associate a questo metallo. Secondo alcune versioni del mito, l'arma d'argento deve anche essere benedetta, o addirittura fusa da un crocifisso d'argento. Le più complesse sono una versione piemontese e una francese della Saintogne; secondo quella piemontese, la fusione deve provenire non solo da un crocifisso d'argento benedetto, ma deve essere realizzata la notte di Natale. La versione della Saintogne non prevede espressamente l'argento, ma le pallottole devono essere benedette in particolari ore della notte in una cappella dedicata a Sant'Uberto (protettore dei cacciatori). Un'alternativa che sembra funzionare bene, almeno con quelli che usano una pelle per trasformarsi, è la distruzione della pelle stessa. Opzionalmente, dopo aver ucciso l'uomo-lupo, si può procedere al taglio della testa prima del seppellimento. Questo eviterà che il mostro, dopo morto, si tramuti in vampiro (tradizione slava).
La licantropia si fronteggia meglio sul fronte della cura e della dissuasione. Se uccidere un lupo mannaro è complicato, si può sempre riuscire a sfuggirgli o a guarirlo. Ad esempio, l'uomo-lupo siciliano non è in grado di salire le scale che, di conseguenza, costituiscono un sicuro riparo e per curare il malcapitato da tale stato di affezione bisogna colpirgli la testa in modo da far zampillare fuori un quantitativo sufficiente di "sangu malatu" (sangue malato). Anche lo zolfo messo sulla soglia di casa costituisce un valido deterrente. Il lupo mannaro abruzzese potrà arrestare la trasformazione se gli si lascia a disposizione un recipiente con acqua pura, nel quale si possa bagnare. In alternativa, si può indurre il licantropo a riassumere la forma umana spillandogli tre gocce di sangue dalla fronte o facendolo ferire da un suo familiare che brandisce un forcone, oppure ancora colpendolo con una chiave priva di buchi. Buona efficacia ha anche l'aconito (in inglese prende il nome di wolfsbane, "veleno dei lupi") che risulta particolarmente sgradito.
La soluzione definitiva e radicale rimane il fuoco, da usarsi, preferibilmente, sul licantropo ancora in forma umana.
Nella saga cinematografica di Underworld (primo film nel 2003) i Lycan potevano essere uccisi da proiettili e armi in Argento.

Letteratura

 

Licantropo (Twilight)

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Nella serie di Twilight il termine licantropo è utilizzato impropriamente per indicare un mutaforma, ossia un essere umano in grado di assumere a volontà le sembianze di un lupo; questi cosiddetti licantropi sono per questo diversi dalla figura del licantropo propria dell'immaginario collettivo.
Jacob Black, uno dei protagonisti della saga, scopre di essere un licantropo nel corso del secondo libro[1]; nel quarto libro sarà Edward Cullen a spiegare come i licantropi di La Push siano in realtà mutaforma, e a confermare l'esistenza dei licantropi veri e propri (chiamati Figli della Luna)[2].

Origini[3]

Le leggende degli indiani Quileute narrano della loro discendenza dai lupi e dell'esistenza di esseri metà uomini e metà lupi[4].
La piccola tribù dei Quileute si stabilì nel golfo all'estremo nord-ovest della penisola dell'attuale stato di Washington: dediti alla pesca, erano un popolo pacifico. L'invasione di una tribù vicina più numerosa costrinse i Quileute a far ricorso alla magia: lasciati i corpi, gli spiriti dei guerrieri potevano scatenare venti poderosi, urlando in modo spaventoso. Gli animali erano in grado di vedere questi spiriti e di comunicare con loro e i guerrieri ne approfittarono per scacciare il nemico dalle loro terre.
Anni dopo, la tribù viveva in pace sotto il capo Taha Aki: solo un uomo non era felice, Utlapa. Questi era uno spirito guerriero tra i più forti ed era invidioso del potere del capo tribù. Taha Aki poteva leggere nei pensieri degli altri spiriti guerrieri e vide i desideri di conquista che animavano Utlapa: per questo decise di allontanarlo dalla tribù. Utlapa si rifugiò nei boschi, meditando vendetta. Un giorno, Utlapa scoprì il corpo di Taha Aki abbandonato in un posto sicuro mentre il suo spirito era lontano a sorvegliare la tribù. Utlapa lasciò il suo corpo e si impossessò di quello del capo, troppo lontano per ritornarvi prima del rivale. Giunto al luogo segreto, Taha Aki trovò il corpo di Utlapa senza vita e intuì che questi avesse preso il suo posto nella tribù. Approfittando di questo potere, Utlapa iniziò a dettare leggi a proprio vantaggio, primo tra tutte il divieto di entrare nel mondo degli spiriti: se un guerriero avesse abbandonato il proprio corpo infatti, avrebbe scoperto l'inganno. La tribù conobbe un periodo di tristezza e desolazione e lo spirito di Taha Aki ne soffriva: a questo si aggiungeva il dolore di una non-vita, senza speranza né di poter tornare tra i vivi né di raggiungere l'aldilà.
Un giorno, lo spirito di Taha Aki si imbatté in un grosso e bellissimo lupo. Stupefatto da tanta forza e fierezza chiese al lupo di poter condividere il suo corpo con lui, e il lupo accettò. Come lupo si diresse al suo villaggio e, simulando un canto quileute con l'ululato riuscì a convincere uno degli uomini ad entrare nel mondo degli spiriti: qui gli spiegò quello che era accaduto, ma nel frattempo Utlapa sopraggiunse e uccise il traditore. Per la rabbia scatenata da questo gesto, lo spirito di Taha Aki prese il sopravvento sul lupo e riuscì a trasformarsi in un essere umano perfetto, la gloriosa interpretazione del puro spirito di Taha Aki. I guerrieri lo riconobbero subito nonostante le diverse sembianze. Il potente Taha Aki uccise Utlapa e tornò a governare la tribù mantenendo il divieto di entrare nel mondo degli spiriti per evitare che altri cercassero di rubare l'identità altrui. Taha Aki visse come uomo per molti anni trasformandosi in lupo quando doveva proteggere la propria tribù e questa capacità si trasmise ai suoi figli e al resto della sua discendenza.
Molti anni dopo, una donna vampiro decimò la tribù dei Quileute e quelle vicine. Prima che i licantropi riuscissero a capire come sconfiggerla, uccise la moglie del capo tribù, i suoi figli e molta altra gente. Dopo uno scontro sanguinoso, il vampiro venne ucciso (dato che il primo figlio di Taha Aki scopri che i denti dei lupi ferivano i vampiri). Le conoscenze acquisite malgrado questo scontro si tramandarono a tutti i lupi per generazioni e i vampiri che osavano avvicinarsi al territorio dei Quileute venivano sconfitti, fino all'arrivo dei Cullen. Carlisle infatti propose una tregua: lui e la sua famiglia si sarebbero impegnati a non mordere nessun umano (né per nutrirsene né per trasformarlo) e a non oltrepassare i confini dei Quileute e in cambio i Quileute li avrebbero lasciati vivere vicino alla loro terra.

 

 Trasformazione

Per molti anni, i maschi Quileute non si trasformarono in lupi: la pace siglata con i Cullen portò un periodo di equilibrio nella zona e i licantropi venivano ricordati solo nelle leggende.
In New Moon, il secondo romanzo della serie, i giovani Quileute ritornano a trasformarsi in lupi, come conseguenza dell'arrivo dei vampiri James, Victoria e Laurent, che iniziano una caccia spietata verso Bella Swan. Inizialmente, è Jacob Black a parlare di una banda formata da suoi coetanei, giovani che si presentano alla tribù come i "protettori"[5]: il leader è Sam Uley, che raduna attorno a sé altri giovani della riserva. Jacob inizialmente li biasima, per le loro arie da giustizieri e perché anche il suo amico Embry Call è stato coinvolto nel loro gruppo. Solo dopo essersi trasformato egli stesso in lupo, Jacob inizia a capire cosa stava succedendo ai suoi amici.[1]
In Eclipse, per il grande pericolo costituito dall'esercito di vampiri neonati radunato da Victoria, si uniscono ai licantropi anche un ragazzino e un'adolescente, anch'essi discendenti dal primo licantropo Taha Aki.[6]
In Breaking Dawn, venuti a conoscenza della gravidanza di Bella, decidono dapprima di distruggere la creatura che ne sarebbe venuta fuori; Jacob si ribella quando capisce che la sopravvivenza di Isabella non è però contemplata nel loro piano, pertanto decide di abbracciare il suo sangue alfa e scappa, seguito da Seth e successivamente da Leah , formando un nuovo branco. Quando Jacob ha l'imprinting con Renesmee, la figlia di Edward e Bella, il branco guidato da Sam non ha più motivo di attaccare i Cullen, sia perché avrebbe ferito Jacob enormemente, sia perché Renesmee non è pericolosa.[2]

Abilità

I mutaforma, sotto forma di lupo, hanno grandi dimensioni che raggiungono quelle di un cavallo. L'aumento di dimensione si manifesta, in parte, anche in forma umana. La forma e il colore del pelo cambiano a seconda delle caratteristiche fisiche ed intellettuali di ognuno mentre l'estensione, e quindi l'ingombro, della pelliccia aumenta con l'aumentare della lunghezza dei capelli dell'umano che, quindi, tende a tenerli sempre corti.[1]
Dopo la trasformazione, i mutaforma sono in grado di comunicare tra loro con il pensiero fino ad oltre 500 km e non possono nascondere nulla, nemmeno i segreti più reconditi. Come conseguenza di questo, sono in grado di sentire come proprie le emozioni degli altri membri del branco e riescono a coordinarsi con efficienza durante la caccia. Tutti i membri del branco, inoltre, hanno un legame particolare con il capo branco e non possono in alcun modo disobbedire ai suoi ordini.[2]
In entrambe le forme, ma in particolare in forma di lupo i loro sensi sono molto affinati,quasi al pari di quelli dei vampiri. Riescono a vedere al buio e a cogliere molti dettagli. Il loro olfatto è estremamente sviluppato e non riescono a sopportare l'odore di vampiri come essi non sopportano il loro. Con il loro udito riescono a percepire suoni molto deboli (come il rumore del rompersi di un osso) o distanti.
Dotati di una forza e agilità sovrumana in forma umana riescono facilmente a sollevare e a trasportare grandi pesi, a rompere alberi prendendoli a pugni o a muoversi come acrobati. Da lupi possono ferire mortalmente i vampiri, nonostante la loro pelle durissima, grazie alle loro zanne in grado di penetrare qualunque cosa. Possono correre per miglia senza stancarsi e sotto forma di lupo sono più veloci dei vampiri. Possono, inoltre, stare senza dormire per molto tempo sentendo la fatica meno degli umani.
La temperatura corporea dei mutaforma è molto alta, circa 42°C: per questo, anche in inverno, non hanno bisogno di coprirsi. Le ferite riportate guariscono rapidamente, siano esse tagli o fratture. La loro pelle è molto dura, anche se non quanto quella di un vampiro, e non risentono minimamente di colpi portati con forza umana, nemmeno quelli che su un umano provocherebbero gravi danni.[6]
La trasformazione da uomo a lupo generalmente è scatenata da una forte rabbia, solo chi ha più esperienza riesce a trasformarsi "a comando". Questa trasformazione avviene con una "convulsione" e una esplosione: in un battito di ciglia, l'uomo diventa lupo[7]. Durante le trasformazioni si sviluppa un istinto animalesco che aiuta il mutaforma a convivere con il proprio lato lupo. Inoltre, una volta che la prima trasformazione è avvenuta e lo spirito del lupo è entrato in contatto con questa dimensione, l'età del mutaforma si ferma e ricomincerà a invecchiare solo quando smetterà di trasformarsi. Un esempio è Taha Aki che visse una vita lunga quanto tre volte quella degli uomini.[6]

Imprinting

L'imprinting per i lupi Quileute è simile a un "colpo di fulmine", ma differisce da esso per due aspetti: innanzitutto perché è eterno, e poi perché, al contrario del colpo di fulmine, l'imprinting si può avere anche con un bambino di due anni o, come nel caso di Jacob o Quil, con un neonato. In questo caso non c'è niente di romantico, o almeno non subito: è definito come uno "spostamento di gravità".[2] Basta guardare per un attimo negli occhi una persona e, se lei è la metà che si cercava, niente, mai e poi mai, sarà più importante di lei: in un istante ci si rende conto di potersi trasformare in tutto ciò di cui lei ha bisogno, "che sia un protettore, un fratello, un amico o un amante".[6] Le componenti femminili del branco, come spiegato in Breaking Dawn, non possono subire l'imprinting: è il caso di Leah, la quale dopo la trasformazione non solo non ha avuto più il ciclo, ma soprattutto non ha l'imprinting con nessuno, sebbene abbia una linea di discendenza molto vicina a quella del capobranco.[2]

Formazione del branco

Il primo a subire la trasformazione è Sam Uley, che la affronta da solo, senza sapere cosa gli sarebbe accaduto e senza nessuno che lo guidasse. Il vecchio Quil Ateara, durante una visita di cortesia, strinse la mano a Sam e subito capì cosa gli fosse successo, per il forte calore sentito nella stretta. Per questo, convocò Billy Black e Harry Clearwater, gli unici ad aver assistito alla trasformazione dei loro padri in lupi: i tre spiegarono a Sam cosa gli fosse accaduto e perché.
Dopo Sam, fu il turno di Jared e Paul; poi di Embry, Jacob e Quil; infine, Seth Clearwater, nonostante la giovane età, e Leah Clearwater, una ragazza. In Breaking Dawn, a causa del via vai di numerosi vampiri a casa Cullen il branco aumenta a 16 componenti, dei quali molti ancora sconosciuti.







Note

  1. ^ a b c Stephenie Meyer, New Moon, collana Lain Books, traduzione di Luca Fusari, Fazi Editore, 2007, pp. 444. ISBN 978-88-7625-028-6
  2. ^ a b c d e Stephenie Meyer, Breaking Dawn, collana Lain, traduzione di Luca Fusari, Fazi Editore, 2008, pp. 768. ISBN 978-88-7625-044-6
  3. ^ Meyer, Eclipse, Lain (Fazi) 2007, pagg. 203-213
  4. ^ Twilight, Stephenie Meyer, Lain (Fazi), 2006, pag. 112
  5. ^ New Moon, cit., pag. 148
  6. ^ a b c d Stephenie Meyer, Eclipse, collana Lain, traduzione di Federica D'Alessio, Luca Fusari, Chiara Marmugi, Fazi Editore, 2007, pp. 504. ISBN 978-88-7625-036-1
  7. ^ New Moon, cit., pag. 262

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