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domenica 6 novembre 2011

Film e mistero : IL DOMANI CHE VERRA'




In sala cinematografica ho ascoltato giudizi negativi sul film come "improponibile trama", forse troppo paradossale. Eppure se guardiamo indietro nella storia nemmeno i cittadini di Berlino nel dopoguerra avrebbero mai ritenuto proponibile un muro che dividesse la città. Gli americani a Pearl Harbor ritenevano improponibile un attacco aereo dei giapponesi eppure ciò avvenne. Se agli ebrei e tutti gli avversari politici dei nazisti avessero detto ciò che il futuro gli avrebbe riservato avrebbero ritenuto il tutto "improbabile".
Inutile nascondersi, oramai stiamo tutti avvertendo (speriamo sbagliando) lo scoppio di una nuova guerra mondiale. Nel film l'esercito nemico neonazista ha connotati orientali. Si allude forse alla nuova potenza mondiale della Cina ? In effetti avrebbe uomini e mezzi per simulare la Germania di Hitler. Si tratta invece di un esercito di fantasia senza allusioni? Personalmente non lo credo proprio.


 MYSTERIUM


Australia, contea di Wirrawee. Nella campagna vicino Melbourne la vita scorre lenta e monotona, ma otto ragazzi hanno trovato un modo di sconfiggere la noia che li assale ogni estate: una gita nella natura selvaggia del bush australiano. Macchina, bagagli, tende, provviste, tutto è pronto per una nuova avventura. L'inferno è la loro destinazione: una radura luminosa e isolata che sarà la loro casa per una settimana, un paradiso chiamato Inferno. Davanti al fuoco a raccontarsi storie, a scambiarsi i primi baci e leggere classici di altri tempi, gli otto ragazzi non sanno che al loro ritorno la vita non sarà più la stessa. Le loro case vuote, i loro animali domestici morti, un’aurea di desolazione che avvolge ogni cosa. L’Australia è stata occupata dalle forze militari, i cittadini sono stati rinchiusi in prigione: tra i detenuti ci sono i loro genitori, i loro fratelli e sorelle. Affrontando paure e indecisioni, gli otto ragazzi decidono di combattere, sapendo di essere i soli nelle cui mani c’è ancora una possibilità di salvezza, di riprendersi il loro domani.






 La mia recensione


Il domani che verrà è una lettura illuminante, da divorare con il fiato sospeso fino all'ultima pagina. Ambientata a Wirrawee, bella e selvaggia contea rurale dell'Australia ricca di fattorie e campi coltivati, la storia si apre presentandoci il folto gruppo dei giovani protagonisti, ben sette all'inizio, pronti a passare qualche giorno nell'aspra natura Australiana; Ellie, che sarà anche la voce narrante del romanzo, e Corrie decidono di organizzare una gita memorabile: una discesa all'Inferno, radura da sogno isolata dal mondo. Una serie di coincidenze spingerà le due ad allargare il ristretto gruppo di amici che avrebbero dovuto prendere parte alla spedizione e così entreranno in scena Lee, un affascinante ragazzo asiatico e intellettuale, Fi, una leggiadra ragazza di città, Homer, irruento ragazzo greco e amico d'infanzia di Ellie, Kevin, egocentrico fidanzato di Corrie e Robyn una ragazza forte nel corpo e nello spirito. Solo più avanti nella storia al gruppo si unirà anche Chris, bizzarro coetaneo scampato al delirio che piomberà sulla contea di Wirrawee in loro assenza. I giorni trascorsi all'Inferno saranno infatti gli ultimi momenti sereni che i ragazzi vivranno, perché tornati alla realtà scopriranno che nulla di ciò che si erano lasciati alle spalle è più come lo ricordavano.

Di ritorno dalla memorabile vacanza, i protagonisti verranno catapultati in una realtà di desolazione e distruzione. Le strade che hanno percorso da quando sono nati sono deserte, gli animali che hanno amato e curato morti, le case in cui sono cresciuti vuote e le loro famiglie scomparse. Marsden ci trascina bruscamente nel cuore della storia, che veine travolta quasi immediatamente da un ritmo serrato e intense scene d'azione di grande effetto.
Ai ragazzi saranno concessi pochi istanti di confusione, di panico incontrollabile, di paura allo stato puro che strappa il respiro e lacera il cuore. Terrorizzati, isolati dal mondo, senza corrente elettrica o linea telefonica, i sette cercheranno di scoprire cosa si è abbattuto sulla vita che conoscevano. Le loro ricerche porteranno a una dura e indigesta verità che prenderà il sopravvento: un violento esercito ha invaso la loro città, una guerra forse più grande di quanto si potrebbe immaginare è in atto e le loro famiglie sono state imprigionate. La la necessità di mettersi in salvo e la volontà di liberare i propri cari spingerà Ellie e gli altri ad agire con innato coraggio e sangue freddo. L'autore trasforma così un gruppo di ragazzi in un manipolo di guerriglieri che lottano per la propria vita, senza perdere però credibilità o umanità.

La voce di Ellie, protagonista determinata e convincente, accompagna il lettore nell'esperienza cruda e profonda della guerra. E' facile entrare immediatamente in sintonia con i sentimenti di Ellie, confusi e burrascosi, così come è semplice comprendere le sue insicurezze e il bisogno di darsi delle risposte. Oltre al viaggio reale, che spingerà i ragazzi a scappare per salvare il proprio domani, il libro offre anche il biglietto per un intenso viaggio interiore fatto di interrogativi, sensi di colpa, verità scomode e rivalutazione di ciò che realmente conta al mondo. Marsden dimostra la sua abilità di scrittore e anche la sua grande conoscenza del mondo giovanile, proponendoci dei protagonisti credibili e molto reali a cui ogni essere umano può sentirsi vicino.  

L'autore  ha dato dunque vita a un romanzo che si discosta da quelle opere dal linguaggio forzatamente giovanilistico i cui personaggi sono improbabili e stereotipati, offrendo al lettore importanti spunti di riflessione tramite una storia incredibilmente realistica e ricca di sensazioni forti adatte sia a un pubblico maschile che femminile.
Certo è singolare immaginare un gruppo di ragazzi che si trasforma in un piccolo esercito,  raziona il cibo, organizza spedizioni di guerriglia, ma paradossalmente il risultato è più che soddisfacente: è sensazionale. Marsden però non dimentica che pur sempre di giovani protagonisti si tratta, mantenendo accesa in loro quella irrazionalità tipica dell'adolescenza e dotandoli di sentimenti e desideri a volte anche inappropriati, come quelli sessuali o goliardici. Sono proprio questi sentimenti che consentono al lettore di appassionarsi alla storia di otto ragazzi, che per scampare alla guerra diventeranno dei soldati inarrestabili. 
Essendo il finale molto aperto, mi auguro che la Fazi non voglia pubblicare un libro all'anno, perché l'idea di dover attendere ben sette anni per concludere questa storia mi fa davvero rabbrividire di terrore.



Esercito cinese. La Cina è la nuova potenza mondiale. Ci sarà anche il rischio che segua le orme della Germania nazista ?


Dal film IL DOMANI CHE VERRA' - I ragazzi miracolosamente scampati ai leger di internamento dell'invasore, vengono rintracciati e attaccati con bomardamenti dei caccia.

 

Cina, lo scontro con l'Occidente è solo una questione di tempo

 
Per dieci anni ho sostenuto che la  Cina è il primo esempio di un fascismo maturo. E il più grande riconoscimento immaginabile è stato tributato a questa teoria dalla stessa Repubblica Popolare. Quando di questa mia teoria pubblicai una versione aggiornata (apparsa per la prima volta sul Wall Street Journal nel 2002 e successivamente ripubblicata sulla National Review Online in forma diversa) sulla Far East Economic Review nel maggio del 2008, l’intero numero fu vietato in Cina.
In occasione della visita di Hu Jintao a Washington, appare opportuno rivisitare un tema come questo che mi sembra sia stato abbondantemente confermato dagli eventi.

Maggio 2008
Pechino abbraccia il fascismo classico
di Michael A. Ledeen
Nel 2002 ho elaborato una teoria per la quale la Cina potrebbe essere qualcosa di mai visto prima: un maturo Stato fascista. Gli eventi verificatisi di recente da quelle parti, e specialmente la rabbia della massa in risposta alle critiche occidentali, sembrano confermare quella teoria. Fatto ancor più significativo, durante i sei anni intercorsi i leader cinesi hanno consolidato la propria influenza sugli organi di controllo politici, economici e culturali. Invece di abbracciare il pluralismo come in tanti si erano aspettati, l’élite corporativa cinese è diventata ancor più radicata.
Benché continuino a definirsi comunisti e benché il Partito comunista guidi ancora il paese, il fascismo classico potrebbe essere un punto di partenza per il nostro tentativo di comprendere la Repubblica Popolare. Immaginate l’Italia dopo cinquant’anni dalla rivoluzione fascista. Mussolini sarebbe morto e sepolto, lo stato corporativo sarebbe per lo più intatto, il partito sarebbe saldamente al comando e l’Italia sarebbe governata da politici di professione, parte di un’élite corrotta, invece che dai veri fedeli che avevano marciato su Roma. Non sarebbe più un sistema basato sul carisma ma si appoggerebbe invece quasi per intero sulla repressione di natura politica, i capi non sarebbero idealisti ma freddi e cinici e farebbero continuo ricorso a frasi fatte sulla grandeur del “grande popolo italiano”, “chiamato senza sosta a emulare la grandezza dei propri avi”.
Sostituite con il “grande popolo cinese” e tutto suonerà familiare. Di certo non abbiamo a che fare con un regime comunista da un punto di vista politico o economico. Né i leader cinesi, compresi coloro che avevano seguito il riformatore radicale Deng Xiaoping , sembrano minimamente interessati a percorrere il sentiero, pericoloso e accidentato, che conduce dallo stalinismo alla democrazia. Essi sanno che Mikhail Gorbaciov cadde quando cercò di controllare l’economia mentre elargiva libertà politica. Stanno cercando di fare l’opposto: mantenere una solida presa sul potere politico permettendo al tempo stesso aree relativamente libere per l’economia delle imprese. Sono metodi politici, i loro, piuttosto simili a quelli utilizzati dai fascisti europei ottant’anni fa.
A differenza dei tradizionali dittatori comunisti – Mao, tanto per fare un esempio – che avevano estirpato la cultura tradizionale per rimpiazzarla con uno sterile marxismo-leninismo, ora i cinesi abbracciano entusiasticamente e persino compulsivamente, le glorie della lunga storia cinese. La loro appassionata riaffermazione della grandezza delle dinastie del passato ha lasciato stupefatti e sconcertati gli osservatori occidentali perché non rientra nel modello di un “sistema comunista in evoluzione”.  
Ma anche i leader fascisti degli anni Venti e Trenta avevano usato proprio lo stesso accorgimento. Mussolini aveva ricostruito Roma per dare uno spettacolare promemoria visivo delle glorie passate e aveva sfruttato la storia antica per giustificare la conquista della Libia e dell’Etiopia. L’architetto preferito di Hitler aveva realizzato costruzioni neoclassiche in tutto il Terzo Reich e il suo compositore d’opera preferito organizzava festival per celebrare il passato mitico della nazione. ……
Come i loro predecessori europei, i cinesi reclamano un più ampio ruolo nel mondo in virtù della loro storia e della loro cultura, non soltanto sulla base della loro potenza attuale o delle loro conquiste in campo scientifico o culturale. La Cina addirittura gioca con alcune tra le più bizzarre nozioni dei primi fascismi, come il programma per rendere il paese autosufficiente nella produzione del grano: la stessa ricerca dell’autarchia che aveva ossessionato sia Hitler che Mussolini.
Certo è che il mondo è molto cambiato rispetto alla prima metà del secolo scorso. È più difficile (e talvolta impossibile) andare avanti da soli. Le passioni per la totale indipendenza rispetto al mondo esterno sono temperate dalle realtà dell’odierna economia globale, e l’appetito della Cina per il petrolio e per altre materie prime è assolutamente leggendario. Ma i cinesi, come i fascisti europei, sono intensamente xenofobi e, ovviamente, preoccupati che la propria gente finisca per rivoltarglisi contro se dovessero imparare troppo dal resto del mondo. Essi, di conseguenza, lavorano duro per dominare il flusso dell’informazione. Basta chiedere a Google, costretta a collaborare con i censori per poter lavorare in Cina.
Alcuni studiosi della Cina contemporanea considerano quello di Beijing un regime molto nervoso, forse persino instabile, e sono incoraggiati in tale convinzione quando vedono eventi recenti come l’esplosione del sentimento popolare contro le modeste rimostranze dei monaci tibetani. Quella visione è ulteriormente rafforzata da simili proteste contro il comportamento cinese, dai diritti umani all’inquinamento dell’aria, dalla preparazione dei Giochi Olimpici al fallimento dei controlli di qualità cinesi in materia di beni alimentari e giocattoli.
In tutti questi casi, verrebbe la tentazione di concludere che il regime è preoccupato per la propria stessa sopravvivenza e che, al fine di radunare passioni nazionalistiche, si sente obbligato a dipingere il paese come una vittima globale. E forse hanno ragione. La prova più solida alla base della teoria dell’insicurezza ai più alti livelli della società cinese è la pratica dei “principini”, i figli ricchi delle élites al comando, di comprare case in posti come gli Stati Uniti, il Canada e l’Australia. Non si tratta delle case di lusso privilegiate dai funzionari e dai facoltosi uomini d’affari dei paesi mediorientali ricchi di petrolio. Si tratta piuttosto di tipiche case “normali”, del genere che il potenziale emigrante potrebbe voler tenere di riserva in caso nel proprio paese le cose dovessero andare male.
Dall’altro lato, la cultura del vittimismo ha sempre fatto parte della cultura fascista. Proprio come la Germania e l’Italia nel periodo tra le due guerre, la Cina si sente tradita e umiliata e cerca di vendicare le sue molte ferite storiche. Non si tratta necessariamente di un autentico segnale d’ansia, è piuttosto parte integrante di quella sorta di ipernazionalismo che è sempre stato connaturato a tutti i regimi e movimenti fascisti. Non siamo in grado di posare lo sguardo all’interno delle anime dei tiranni cinesi, ma ho il dubbio che la Cina sia un sistema fortemente instabile, lacerato tra gli impulsi democratici del capitalismo da una parte e le pratiche repressive del regime dall’altra. È un fascismo maturo, non un forsennato movimento di massa, e l’attuale regime non è composto da fanatici rivoluzionari. I leader cinesi d’oggi sono gli eredi di due rivoluzioni molto diverse, quella di Mao e quella di Deng. La prima è stato un esperimento comunista fallito, la seconda è una trasformazione fascista il cui futuro è ancora tutto da decidere.
Se il modello fascista fosse esatto, non dovremmo minimamente sorprenderci per la recente retorica o per le manifestazioni di massa. La Germania di Hitler e l’Italia di Mussolini erano in tutto e per tutto sensibili a ogni segnale di critica dall’estero come lo sono attualmente i cinesi. Perché in entrambi i casi il vittimismo fa sempre parte della definizione di tali Stati e perché è una tecnica fondamentale di controllo della massa. Le violente denunce degli occidentali che criticano la repressione cinese potrebbero non rappresentare un segnale d’ansia interna o di debolezza. Potrebbero al contrario essere un segnale di forza, una dimostrazione della popolarità del regime. Va ricordato che il fascismo europeo non cadde a causa di una crisi interna, ci è voluta una guerra sanguinosa per buttarlo giù. Il fascismo godeva di una popolarità tanto allarmante che né gli italiani né i tedeschi seppero produrre più di una resistenza simbolica fin quando non cominciarono a perdere la guerra. Potrebbe essere benissimo che la condanna di massa degli appelli occidentali a una maggiore tolleranza politica sia di fatto un segnale di successo politico.
Dal momento che il fascismo classico ha avuto un arco di vita tanto breve, è difficile sapere se uno stato fascista stabile e duraturo sia possibile. Da un punto di vista economico lo Stato corporativo, di cui l’attuale sistema cinese è un esempio da manuale, potrebbe dimostrarsi più flessibile e adattabile di quella rigida pianificazione centrale che ha condannato il comunismo nell’Impero Sovietico e altrove. La nostra breve esperienza con il fascismo rende difficile valutare le possibilità di evoluzione politica, e la Repubblica Popolare è piena di segreti. Ma strateghi dotati di prudenza farebbero assai bene a dare per assodato che il regime durerà un po’ più a lungo, forse molto più a lungo.
Se si tratta di un regime popolare, fascista, deve forse il mondo tenersi pronto per qualche scontro difficile e pericoloso con la Repubblica Popolare? Gli Stati fascisti del XX secolo erano estremamente aggressivi…non è possibile che anche la Cina cercherà estendere il proprio dominio allo stesso modo?
Credo che la risposta a questa domanda sia “sì, ma”. A molti leader cinesi potrebbe essere gradita la vista della propria influenza che si estende attraverso la regione e oltre. L’esercito cinese sta mettendo a punto, e neanche tanto di nascosto, il potenziale per sconfiggere le forze americane in Asia al fine d’impedirne l’intervento in qualunque conflitto alla sua periferia. Nessun serio studioso della Cina dubita dell’enorme ambizione sia della leadership che delle masse. Tuttavia, al contrario di Hitler e Mussolini, i tiranni cinesi non hanno urgente bisogno di una veloce espansione geografica per dimostrare la gloria del proprio paese e l’autenticità della propria visione. Almeno per ora, il successo in patria e il riconoscimento globale dei traguardi cinesi sembrano essere sufficienti. Dal momento che il fascismo cinese è meno ideologico dei suoi predecessori europei, i leader cinesi sono di gran lunga più flessibili di Hitler e Mussolini.
Nondimeno, la breve storia del fascismo classico suggerisce che è solo questione di tempo prima che la Cina cercherà lo scontro con l’Occidente. Si tratta di qualcosa connaturato al dna di regimi del genere. Prima o poi i leader cinesi si sentiranno obbligati a dimostrare la superiorità del loro sistema. Superiorità vuol dire che gli altri devono mettersi in ginocchio e soddisfare i desideri della nazione dominante.
Ma allora le democrazie come devono trattare con la Cina? Il primo passo è liberarci della nozione che vuole la ricchezza come il più sicuro garante della pace. L’Occidente ha trattato con l’Unione Sovietica e le ha anche riconosciuto dei meriti, ma ciò non ha impedito al Cremlino di espandersi nel Corno d’Africa né di sponsorizzare gruppi terroristici in Europa e in Medio Oriente. Una Cina ricca non sarà automaticamente meno incline a far guerra a Taiwan oppure, per lo stesso motivo, a dichiarare o minacciare guerra nei confronti del Giappone.
Anzi, potrebbe esser vero il contrario: più la Cina diventa ricca e forte, più rafforza la propria potenza militare, e più probabili potrebbero diventare guerre del genere. Ne consegue che l’Occidente deve prepararsi alla guerra con la Cina, sperando in tal modo di scoraggiarla. Un grande romano disse una volta: se vuoi la pace, preparati per la guerra. Rispetto a uno stato fascista cinese che vuole giocare un ruolo globale, questo è un consiglio sensato.
Nel frattempo, dovremmo fare tutto il possibile per convincere il popolo cinese che ai suoi interessi a lungo termine fa miglior gioco una maggiore libertà politica, non importa quanto irritante e caotica possa essere a volte. Credo che su questo possiamo credere ai leader cinesi. Ogni regime tanto palpabilmente preoccupato del libero flusso dell’informazione sa bene che le idee sulla libertà possono essere molto popolari. Mettiamo alla prova quell’ipotesi e parliamo direttamente al “miliardo”, ai cinesi. Al giorno d’oggi di sicuro possiamo trovare il modo di arrivare a loro.
Se non compiamo questi passi, il rischio per noi aumenterà di certo e le esplosioni di rabbia, manipolate o spontanee, si ripeteranno. E alla fine prenderanno la forma di azioni concrete.
© Faster, Please!
Traduzione Andrea Di Nino

sabato 11 luglio 2009

CONTROSTORIA : PEARL HARBOR

L'attacco di Pearl Harbor fu il frutto di una provocazione studiata a tavolino. Pur sapendo in anticipo l'attacco giapponese quei soldati furono mandati letteralmente al macello. La storia ufficiale però che l'elite dall'occhio che tutto vede racconta tutto il contrario.
“ …e mentre sto parlando a voi, madri e padri, vi do un’altra assicurazione. L’ho già detto altre volte, ma lo ripeterò all’infinito. I vostri ragazzi non verranno mandati a combattere nessuna guerra straniera... potete quindi definire qualsiasi discorso sull’invio di eserciti in Europa come pura menzogna”.

F.D. Roosevelt

Image Riguardo allo storico attacco di Pearl Harbor, i libri di scuola, i film, i documentari e tutti i reportage storici allineati alle versioni ufficiali ci hanno raccontato solo una verità di comodo. Attraverso i canali d’informazione istituzionali è stato ripetuto fino alla nausea che nel 1941 un brutale attacco aereo giapponese a sorpresa annientò la flotta americana del pacifico, lasciando sul campo migliaia di vittime innocenti. Tale versione dei fatti venne diramata dalla Casa Bianca allo scopo di scatenare l’indignazione del popolo americano. Da qui, a legittimare la sua chiamata al fronte come un dovere morale, il passo è stato molto breve.

Sono passati molti anni da quel drammatico 7 dicembre 1941, ma la storia continua a riemergere inquietante, come il cadavere di un omicidio che non vuole affondare. Le numerose inchieste pubbliche e private condotte su Pearl Harbor sembrano infatti avere raccolto ormai sufficiente materiale probatorio per ricostruire una volta per tutte, il vero corso degli eventi in questione.


La censura della storia

Il Giappone, contrariamente a quanto viene convenzionalmente accettato nella letteratura istituzionale didattica mondiale, venne deliberatamente provocato a reagire militarmente da F. D. Roosevelt in tutti i modi possibili. Tale strategia d’azione fu definita nero su bianco nel riservatissimo piano McCollum [34], uno scottante documento che alcuni ricercatori storici sono riusciti a rendere di pubblico dominio.

Nel corso del tempo, sono infatti emerse numerose prove che dimostrano come i servizi dell’intelligence americana riuscirono a decriptare tempestivamente tutti i piani dell’imminente attacco giapponese. La strage di Pearl Harbor quindi, poteva essere evitata e con essa naturalmente, anche la partecipazione dell’America alla guerra. A confermarlo, ci sono persino le testimonianze rese da alti ufficiali della marina americana (come ad es. quella dell’ammiraglio Husband Kimmel o del tenente generale Richardson).

Ed è proprio da questi ultimi infatti che è partita la “prima pietra dello scandalo”. Le loro versioni sulla vicenda, sono oggi disponibili in molte dettagliatissime pubblicazioni, a cominciare, da “Il giorno dell'inganno” di Robert B. Stinnet (pluridecorato USA per il valore militare 42'- 46').

Image Pertanto, le fonti delle informazioni che sono alla base delle accuse contro Roosevelt, non sono costituite (come qualcuno potrebbe pensare) dalle malsane elucubrazioni di estremisti anti-americani, ma come anzidetto, provengono direttamente dagli archivi militari USA e/o dagli stessi ufficiali della marina che prestarono servizio durante la guerra del Pacifico.

Le ragione di questa situazione per così dire “anomala” è in realtà molto semplice da spiegare. Il piano McCollum caldeggiato da Roosevelt, ha rappresentato un crimine commesso contro tutte le nazioni che poi sono state chiamate alle armi. Quindi la prima vittima di questa tipologia di complotti è sempre stata il popolo, non da ultimo, proprio quello americano, ammiragli compresi.

Ecco perché tra i cosiddetti “anti-americani” che si oppongono alla versione ufficiale su Pearl Harbor compaiono anche i nomi “ingombranti” di autorevoli studiosi e testimoni a stelle e strisce. Molti di loro infatti, compresero perfettamente che il vero nemico della pace non veniva dal lontano Pacifico ma si annidava invece nella stessa America, tra i membre della Casa Bianca e quelli dei lussuosi uffici di Wall street. Di conseguenza, le generiche accuse di anti-americanismo rivolte contro chiunque cerchi di portare a galla la verità su Pearl Harbor risultano essere veramente fuori luogo.

Viceversa, le prove contro il governo Roosevelt, pesano come un macigno che nessun perito della commissione ufficiale d’inchiesta è riuscito a smuovere di un millimetro.

La flotta USA, avrebbe potuto tranquillamente essere messa in salvo, ma si fece l’esatto opposto, affinché migliaia di soldati americani trovassero la morte sotto le bombe giapponesi. Perché? La risposta è tanto chiara quanto scandalosa. Il vero obiettivo di Roosevelt era quello di creare il roboante casus belli di cui avevano bisogno i poteri forti per coinvolgere la nazione americana nel conflitto.

Image E dallo stesso momento in cui venne deciso che le navi da guerra USA, con tutto il loro carico umano sarebbero serviti da esca, la base di Pearl Harbor venne deputata a questa funzione sacrificale. Quello che accadde dopo fu solo la cronaca di una strage annunciata.....

Il Giappone quindi non solo si trovò a dover sopportare le gravi azioni di provocazione messe in atto con il piano McCollum, ma venne anche “indotto in tentazione” dallo stesso Roosevelt che “suggeriva” ai generali nipponici la soluzione della crisi con un colpo di mano. Come? Semplicemente “porgendo il fianco” della sua flotta al nemico. Le navi da guerra americane infatti vennero costantemente mantenute in zona di pericolo per ordine diretto del Presidente. Il comando giapponese fu così spinto a credere di dover approfittare di un occasione irripetibile per cercare di vincere una guerra ormai inevitabile contro il gigante americano. Ma cadde solo nella trappola…



Una regia occulta

Come verrà illustrato nel prosieguo, dietro le dinamiche degli eventi bellici è sempre possibile intravedere l'ombra cupa dei poteri forti, una realtà che emerge sconcertante tutte le volte che si effettuano dei reali approfondimenti. In pochi ne parlano apertamente, ma sono solo questi a manipolare tanto il corso della storia quanto il mondo dell’informazione. Sono talmente potenti che possono permettersi il lusso di insabbiare tutti i loro crimini senza mai apparire come primi attori. E le grandi inchieste ufficiali troppo spesso servono solo a manipolare l’opinione pubblica, mentre al contempo, le fonti d’informazione non controllate (come le piccole case editrici o i siti internet) vengono demonizzate e messe alla berlina nel circolo mediatico di più larga diffusione.

Come è cambiata l’America dopo Pearl Harbor

Prima del fatidico 7 dicembre 1941, l’88% della popolazione americana (sondaggio realizzato in America nel settembre 1940) era contraria a mandare i propri figli a morire per una guerra lontana [31] e il signor F. D. Roosevelt, proprio come il signor W. Wilson, venne eletto Presidente grazie alla promessa che non avrebbe mai trascinato la nazione in un conflitto.

Ecco infatti, cosa dichiarò pubblicamente ai suoi elettori F.D. Roosevelt: “… e mentre sto parlando a voi, madri e padri, vi do un’altra assicurazione. L’ho già detto altre volte, ma lo ripeterò all’infinito. I vostri ragazzi non verranno mandati a combattere nessuna guerra straniera...[1]

Ma nonostante queste buone dichiarazioni d’intenti volte solo ad accattivarsi il consenso di un America pacifista, il procurato attacco giapponese e il conseguente bagno di sangue di Pearl Harbor, provocarono una ondata emotiva tale che l’opinione pubblica americana mutò repentinamente atteggiamento, optando, come cinicamente previsto, a favore dell’intervento militare. In sostanza, senza un episodio come quello di Pearl Harbor, l’amministrazione americana non avrebbe mai potuto trascinare il paese in guerra e il Presidente Roosevelt avrebbe dovuto, “suo malgrado”, mantenere le promesse fatte alla nazione.

Il piano McCollum

Grazie al Freedom of Information Act promosso dal parlamentare USA John Moss, molti ricercatori indipendenti hanno potuto trovare accesso ad uno straordinario numero di documenti sulla guerra del Pacifico. Dallo studio accurato di questi è poi emersa tutta la verità sconcertante;

Si viene così a sapere che già il 7 ottobre del 1940, nel quartier generale della Marina di Washington, circolò un bollettino destinato a compromettere per sempre l’amministrazione Roosevelt nella premeditazione della guerra. Il dispaccio proveniva dall’ufficio dei servizi informativi ed era indirizzato a due dei più fidati consiglieri del Presidente, i capitani della Marina Walter S. Anderson e Dudley W. Knox. Al suo interno recava la sottoscrizione in calce del capitano di corvetta Arthur H. McCollum, un militare esperto dei costumi del “sol levante”. Quest’ultimo infatti, aveva trascorso diversi anni della sua vita in Giappone e ne conosceva perfettamente la cultura. Si poneva quindi come l’uomo adatto per studiare una strategia di provocazione.

McCollum elaborò così un piano che prevedeva otto diverse modalità d’azione per ingaggiare una guerra con il Giappone. Il documento si componeva di cinque pagine e in esso si faceva esplicito riferimento alla creazione di quelle condizioni che avrebbero costretto i giapponesi ad una reazione armata contro gli USA.

Una volta che questa si fosse verificata, la nazione americana si sarebbe ritrovata automaticamente impelagata nell’intero conflitto mondiale. Proprio ciò che volevano gli oscuri signori della guerra in doppiopetto e bombetta. La stipula del famoso patto tripartito (siglato a Berlino il 27 Settembre 1940), garantiva infatti alle forze dell’asse (Germania, Italia, Giappone) mutuo soccorso reciproco durante tutto il conflitto.

Le operazioni da seguire per raggiungere questo obiettivo sono qui di seguito sinteticamente elencate:


1. Accordarsi con la Gran Bretagna per l’utilizzo delle basi inglesi nel Pacifico, soprattutto Singapore.

2. Accordarsi con l’Olanda per utilizzare le attrezzature della base e poter ottenere provviste nelle Indie orientali olandesi (l’attuale Indonesia).

3. Fornire tutto l’aiuto possibile al governo cinese di Chiang Kai-Shek.

4. Inviare in Oriente, nelle Filippine o Singapore, una divisione di incrociatori pesanti a lungo raggio.

5. Spostare le due divisioni di sottomarini in Oriente.

6. Tenere la flotta principale degli Stati Uniti, attualmente nel Pacifico, nei pressi delle isole Hawaii.

7. Insistere con gli olandesi affinché rifiutino di garantire al Giappone le richieste per concessioni economiche non dovute, soprattutto riguardo al petrolio.

8. Dichiarare l’embargo per tutti i commerci con il Giappone, parallelamente all’embargo dell’impero Britannico.


Image - Il bollettino McCollum delle otto azioni è stato scoperto da Robert B. Stinnet t il 24 gennaio 1995 nella scatola n.6 di una speciale raccolta della Marina degli Stati Uniti, RG 38, Modern Military Record Branch degli Archives II. - [34]


Le altre prove del complotto

Ciò premesso, la versione ufficiale ha escluso comunque qualsiasi tipo di coinvolgimento del Presidente Roosevelt in un complotto contro le nazioni. Una conclusione “politica” che però non trova alcun fondamento nella storia. Roosevelt venne infatti complessivamente informato del “pericolo” di un imminente attacco giapponese da almeno ben otto fonti diverse [2]. Inoltre, il 27 e il 28 novembre 1941, gli alti ufficiali americani ricevettero un ordine che la dice lunga sulle vere intenzioni del governo Roosevelt : “Gli Stati Uniti desiderano che il Giappone compia il primo atto diretto” [3]. Un comunicato questo che, stando alla testimonianza del ministro della guerra Henry L. Stimson venne emanato direttamente da Roosevelt (anche se in realtà, come verrà chiarito in seguito, Stimson cercò solo di scaricare tutti i dubbi e le ombre di cospirazione sul Presidente).

Eclatante a tal proposito anche il messaggio scritto al Segretario di Stato Cordell Hull dall'ambasciatore americano a Tokyo, Joseph Grew il 27 gennaio 1941. Nella riservatissima missiva che C. Hull si affrettò a distribuire ai servizi informativi (e quindi anche direttamente al Presidente) si leggeva infatti a chiare lettere che in caso di guerra, Pearl Harbor sarebbe stato il primo bersaglio [4].

Ma ecco cosa affermava esattamente il testo del cablogramma in questione [5]: “Un collega peruviano ha rivelato a un membro del mio staff di aver sentito diverse fonti, compresa una fonte giapponese, che le forze militari giapponesi hanno progettato, in caso di problemi con gli Stati Uniti, di tentare un attacco a sorpresa su Pearl Harbor impiegando tutte le strutture militari a loro disposizione. Ha aggiunto inoltre che, sebbene il piano possa sembrare una fantasia, il fatto che lo abbia sentito da più parti lo ha indotto a passare l’informazione. - Grew”

E se come anticipato, l’intelligence USA era in grado di decriptare i messaggi in codice giapponesi già molto tempo prima di Pearl Harbor, il Presidente deve necessariamente avere conosciuto con largo anticipo, le modalità con cui sarebbe avvenuto l’attacco a “sorpresa” giapponese.

Al contrario, i comandanti del contingente americano direttamente interessato, e cioè l’ammiraglio Husband Kimmel e il tenente generale Walter Short, vennero tenuti completamente all’oscuro di quanto stava realmente accadendo, onde evitare che potessero adottare le opportune contromisure (come ad es. reclamare uno spostamento della flotta in una zona più sicura). Il giorno dell’attacco infatti, nella base di Pearl Harbor non era stato neppure proclamato lo stato d’allerta e le perdite umane furono spaventose. Si verificò così, proprio quella strage degli innocenti che serviva all’amministrazione americana per mobilitare l’indignazione del popolo americano. Il bollettino di guerra fu straziante, sette navi da guerra affondate all’ancora, 2273 morti (tra civili e militari) e 1119 feriti.

Quando vennero aperte le prime indagini nella commissione d’inchiesta del 1946, fu esclusa ufficialmente qualsiasi responsabilità diretta di D. F. Rosevelt sulla base dell’assunto che il Presidente non sarebbe mai venuto a conoscenza del piano McCollum. Tuttavia, esiste ormai un castello di prove che dimostra l’esatto opposto. E per fare maggiore chiarezza, basti dire che le perizie scientifiche svolte sul famoso protocollo hanno accertato la presenza delle sue impronte digitali su ognuna delle cinque pagine del piano [3]. In un processo “normale”, tale materiale probatorio, sarebbe stato sufficiente a far condannare chiunque oltre ogni ragionevole dubbio.

Roosevelt peraltro, ordinò di spostare buona parte della flotta USA alle Hawaii proprio il giorno successivo alla divulgazione del suddetto bollettino e quindi in completa ottemperanza al piano McCollum. Tale disposizione della casa bianca infatti, non poteva essere connessa ad alcun altra strategia militare razionale se non quella della provocazione.

Le proteste degli alti ufficiali

Il trasferimento di preziose unità navali americane nelle acque del Pacifico risultò quindi talmente incomprensibile agli alti ufficiali di marina che prima di essere accettato dovette scontrarsi con le animose proteste dell’ammiraglio Richardson qui di seguito riportate testualmente: “Signor Presidente, gli ufficiali più anziani della Marina non hanno la fiducia nella guida civile di questo paese…” [6].

Richardson dimostrò risolutamente tutto il proprio disappunto, in quanto da buon ufficiale di marina, sapeva bene che stanziare la flotta nelle acque delle Hawaii sarebbe stato interpretato dal comando giapponese come un chiaro atto di ostilità, o meglio come i preparativi per un’aggressione. Proprio ciò che Richardson, per lealtà al suo paese avrebbe voluto evitare.

Il documento programmatico di McCollum del resto, non lasciava dubbi di sorta circa le sue reali finalità provocatorie. E in particolar modo alla lettera D, dove contemplava addirittura l’invio di navi da guerra americane nelle acque territoriali giapponesi o appena fuori di esse.

Durante i riservatissimi briefing militari che si tennero alla Casa Bianca, Roosevelt infatti, si dimostrò irremovibile sulla necessità di porre in atto simili azioni. Non accettò mai alcuna obiezione o variazione del piano. E dopo avere programmato gli sconfinamenti della flotta americana sotto l’appellativo di “missioni a sorpresa” dichiarò espressamente: “Voglio semplicemente che sbuchino qua e là e che i giapponesi continuino a chiedersene la ragione… [7].

Affermazioni queste che incontrarono anche le obiezioni degli altri alti ufficiali. L’ammiraglio Husband Kimmel ad esempio, quando venne posto di fronte all’ordine di condurre “missioni a sorpresa” per provocare i giapponesi si lasciò scappare la seguente affermazione: “E’ una mossa sconsiderata e compierla porterà alla guerra” [8].

Ma quando l’ammiraglio Kimmel si rese conto che Roosevelt non aveva alcuna intenzione di tornare sui propri passi, preferì scendere a compromessi e offrì la sua collaborazione all’unica condizione che fosse stato tempestivamente informato delle contromosse giapponesi.

Il “dietro-front” di Kimmel venne quindi premiato con una promozione al grado di ammiraglio e con la nomina di comandante in capo della flotta del Pacifico. Chi invece, come l’ammiraglio Richardson, mantenne coraggiosamente la sua posizione, venne rimosso il 1 febbraio 1941 durante una importante riorganizzazione della Marina.

Roosevelt ordinò infatti la suddivisione delle forze navali in due contingenti distinti, una flotta per l’Atlantico e l’altra per il Pacifico. Un’escamotage che gli consentì di liberarsi agevolmente degli ufficiali non allineati ai suoi programmi, e di prepararsi nello stesso tempo, ad affrontare un conflitto allargato alla Germania.

La registrazione degli ordini emanati direttamente da Roosevelt nel periodo a cavallo tra marzo e luglio 1941 dimostra ancora più dettagliatamente quanto egli fosse realmente immischiato nel piano McCollum. Il Presidente diede disposizioni di sua iniziativa e persino contro il parere dei suoi più alti ufficiali per violare reiteratamente il diritto internazionale. Vennero quindi dispiegati gruppi navali militari operativi (in pieno assetto di guerra) al confine delle acque territoriali giapponesi allo scopo di compiere tre “missioni a sorpresa” [9].

Altri indizi inquietanti riguardo un diretto coinvolgimento del Presidente in una cospirazione provengono dallo stesso modo in cui vennero organizzati i servizi informativi. Le traduzioni dei messaggi in codice giapponesi ad esempio, dovevano pervenire direttamente nelle sue mani o in quelle di soggetti da lui autorizzati. Tutte le intercettazioni militari e diplomatiche giapponesi gia decodificate arrivarono quindi alla casa bianca baipassando l’ammiraglio Kimmel, il comandante in capo della flotta nel Pacifico. In questo modo venne garantita la massima segretezza possibile sulle reazioni di Yamamoto alle provocazioni americane. Persino nei confronti dello stesso stato maggiore USA.

E appena le “missioni a sorpresa” ebbero inizio, le navi guerra americane cominciarono a scorazzare intorno alle acque territoriali giapponesi arrivando ad insidiare perfino lo stretto di Bungo, ovvero l’accesso principale al Mar del Giappone. Ne scaturì una crisi diplomatica che culminò con le proteste ufficiali del ministero della Marina giapponese. La lettera venne consegnata all’ambasciatore Grew di Tokyo, per denunciare quanto segue: “Nella notte del 31 luglio 1941, le unità della flotta giapponese ancorate nella Baia di Sukumo (stretto di Bungo) hanno captato il suono di eliche che si avvicinavano da est. I cacciatorpediniere della Marina giapponese hanno avvistato due incrociatori che sono scomparsi in direzione sud dietro la cortina di fumo accesa dopo che gli era stato intimato il chi va là…..Gli ufficiali della Marina ritengono che le imbarcazioni fossero incrociatori degli Stati Uniti”.

L’ombra dell’alta finanza dietro la programmazione della guerra

L’amministrazione americana non è mai stato il vero attore delle guerre più recenti, ma solo una pallida comparsa. Il soggetto pubblico su cui riversare tutte le colpe.

Le reali motivazioni che spinsero il Presidente Roosevelt a catapultare il popolo americano in guerra, conducono inequivocabilmente ad alcuni dei retroscena meno divulgati del secondo conflitto mondiale.

Ecco ad esempio cosa è clamorosamente “sfuggito” agli storici della versione ufficiale:

Nell’estate del 1940 (prima dell’emanazione del protocollo McCollum), Roosevelt elaborò un piano di politica estera volto ad isolare economicamente il Giappone e le forze dell’asse con una serie di embarghi. Ma la circostanza quantomeno “anomala”, è che la Casa Bianca stava riservatamente operando al contempo per garantire a questi stessi paesi nemici la scorta di risorse energetiche a loro necessarie per intraprendere una lunga guerra proprio contro gli Stati Uniti e i suoi alleati. Roosevelt scelse infatti di dare corso alle vere provocazioni (del protocollo McCollum) solo quando il Giappone venne ritenuto in grado di sostenere il conflitto. Pertanto, i giapponesi ricevettero tutto l’approvvigionamento di materie prime (in particolare il petrolio) di cui avevano bisogno persino durante il proclamato embargo.

Nei mesi di luglio e ottobre del 1940, in pieno regime di apparente isolamento economico del Giappone, il Call Bullettin di San Francisco fotografò degli operai sul molo del porto cittadino mentre stavano tranquillamente provvedendo allo stoccaggio di numerosi container nelle stive di due navi da trasporto nipponiche. Si trattava della “Tasukawa Maru” e della “Bordeau Maru”, entrambe, vennero caricate con ingenti quantità di quel materiale ferroso di cui aveva fortemente bisogno l’industria pesante Giapponese, un paese ritenuto ufficialmente ostile. Una volta terminate le operazioni di carico, il naviglio prese il largo e fece rotta verso la madrepatria. Ma non si trattò solo di un caso isolato perché la scena era destinata a ripetersi in modo quasi surreale per tutto il 1940 e il 1941 persino dopo lo scoppio del conflitto [10].

La vicenda in questione non era certo sfuggita ai servizi segreti americani che annotarono tutti gli spostamenti delle navi da trasporto giapponesi (ibid). E anche per quanto concerneva i rifornimenti di petrolio, la violazione delle restrizioni avvenne in modo sistematico e del tutto evidente. L’embargo infatti non fu mai applicato alle raffinerie ubicate sulla costa occidentale degli Stati Uniti (ibid p.36), pertanto è lecito concludere che l’osannato isolamento del Giappone fosse solo una manovra politica di facciata.

A dispetto dei proclami formali, la Casa Bianca si adoperò dietro le luci dei cronisti per sostenere le capacità belliche Giapponesi. Lo scopo era quello di prepararlo all’imminente conflitto già in agenda dei poteri forti. Un assunto questo che, per quanto possa apparire assurdo a chi ha sempre creduto alla favola dell’imperialismo americano (o viceversa, ha riposto la massima fiducia nei metodi democratici dell’amministrazione USA), non solo risponde al vero, ma dimostra come l’opinione pubblica sia stata sempre spudoratamente manipolata.

Il console generale giapponese rassicurò infatti il suo governo che al di là dei proclami formali, Roosevelt e il suo esecutivo, stavano chiudendo un occhio sui rifornimenti “americani” affermando letteralmente: “Tutti i nostri permessi di esportazione sono stati garantiti. Le agenzie americane da cui acquistiamo il petrolio procedono e stabiliscono accordi soddisfacenti con le autorità governative di Washington” [11]

L’alto funzionario diplomatico giapponese specificò inoltre che era riuscito ad acquistare una miscela speciale di petrolio greggio eludendo facilmente i divieti imposti con l'embargo. Nel messaggio segreto poi cifrato, compare dettagliatamente la portata dell’acquisto; 44.000 tonnellate (ben 321.000 barili) dall’Associated Oil Company. Peraltro il dispaccio diplomatico terminava concludendo: “I rivenditori di petrolio americano della zona di San Francisco che vendono alla Mitsui e alla Mitsubishi, dei quali il principale è l’Associated Oil Company, credono che non ci sarà alcuna difficoltà nel continuare la spedizione di comune carburante al Giappone” (ibidem).

Allo storico cablogramma diplomatico, fanno poi da inquietante contorno le registrazioni militari USA a proposito delle rotte di carico e scarico regolarmente effettuate dalle petroliere dirette in Giappone. E poiché, i servizi informativi americani monitorarono costantemente i movimenti delle navi da trasporto nipponiche su esplicito ordine della Casa Bianca, è legittimo supporre che Roosevelt, non poteva non sapere cosa stava realmente accadendo.

Le navi con il prezioso carico di oro nero americano erano dirette verso il deposito petrolifero di Tokuyama. E solo nel periodo compreso tra il luglio 1940 e l’aprile 1941 risulta accertato che i rifornimenti petroliferi “americani” ammontarono a quasi 9.200.000 barili.

Tutte le rotte degli approvvigionamenti giapponesi vennero intercettati e schedati dai radiogoniometri militari americani dalla Stazione SAIL, il centro di controllo del Navy’s West Communication Intelligence Network (sistema dei servizi informativi di comunicazione della costa occidentale della Marina USA, WCCI) ubicata vicino Seattle. Gli impianti radio della Mackay Radio & Telegraph, Pan American Airways, RCA Communications e Globe Wireless fornirono ulteriori preziose informazioni.

L’ampio ed efficientissimo sistema di monitoraggio USA si estendeva lungo tutta la costa occidentale, da Imperial Beach in California sino a Dutch Harbor in Alaska [32].

In conclusione quindi, i servizi informativi e il Presidente dovevano sapere perfettamente che la maggior parte del petrolio giapponese proveniva dall’impianto di raffinazione californiano della Associated Oil Company di Port Company. Un continuo andirivieni di navi da trasporto portò infatti il prezioso carburante direttamente a Tokuyama, la principale base di rifornimento della flotta militare giapponese.

Qualcuno però si accorse per tempo di quanto stava effetivamente avvenendo dietro le verità ufficiali e denunciò il fatto pubblicamente. Così, accadde che proprio mentre Roosevelt si dava affanno nell’apparire un Presidente pacifista dinanzi alla Nazione, il deputato del Missouri Philip Bennet rilasciò la seguente eloquente dichiarazione: “…..Ma i nostri ragazzi non verranno mandati all’estero, dice il Presidente. Sciocchezze, signor Presidente; Già ora si sta provvedendo a preparargli le cuccette sulle nostre navi da trasporto. Gia ora i cartellini per l’identificazione di morti e feriti vengono stampati dalla ditta di William C. Ballatyne & Co. di Washington” [12].

E anche se all’epoca dei fatti tale affermazione “fuori dal coro” di P. Bennet passò quasi completamente inosservata, le indagini storiche del dopoguerra gli hanno conferito pienamente ragione. Roosevelt, come tutti i politici a cui è stato consentito l'accesso alle “stanze dei bottoni”, non fece altro che obbedire alle direttive dell’alta finanza, ovvero, ottemperò scrupolosamente agli ordini degli “invisibili” magnati a cui i popoli pagano il debito pubblico attraverso le tasse. Illuminante in tal senso, l’amara considerazione personale di Curtis Dall, il genero di F.D. Roosevelt,: “Per molto tempo pensai che (Roosevelt)...avesse nutrito molti pensieri e progetti a beneficio del suo paese, gli USA. Ma non era così. La maggior parte dei suoi pensieri, le sue “cartucce” politiche, per così dire, erano state attentamente fabbricate per lui dal Consiglio sulle relazioni estere/Gruppo finanziario per un mondo unito (CFR= Rockfeller, Rothschild & co – specificaz. Dell'autore.). Brillantemente e con grande slancio, come fossero un bel pezzo d'artiglieria, egli sparò quelle “cartucce” prefabbricate in mezzo a un bersaglio inaspettato, il popolo americano, e così comprò e confermò il suo rapporto politico internazionalista” [13].

E a dispetto di ciò che continua ad affermare la storia patinata della versione ufficiale, non rimane quindi che svelare chi erano e che intenzioni avevano i potenti “consiglieri” di F.D.R. che tanto ascendente avevano su di lui….

Un accenno alla regia occulta

Dietro i protagonisti ufficiali della storia che abbiamo studiato nelle c.d. “scuole” dell’obbligo, operano senza mai apparire, i membri e i programmi della vera casta di comando, i c.d. “poteri forti”. Una elite di persone che gestisce il potere da padre in figlio e che da secoli tiene letteralmente sotto controllo l’economia (e quindi anche la politica) delle nazioni. Sono i proprietari esclusivi delle banche centrali, delle assicurazioni, dei monopoli energetici, dell’industria e dei grandi canali d’informazione. I suoi rappresentanti non si riconoscono realmente in alcuna specifica nazionalità poiché si ritengono al di sopra di qualunque di essa, considerandosi a tutti gli effetti i veri signori del mondo. Ed ecco a tal proposito cosa ebbe a dichiarare già nel lontano 1733, un illustre esponente dei grandi casati finanziari che oggi possiedono letteralmente le banche centrali, il finanziere Amschel Mayer Bauer Rothschild (capostipite dell’impero Rothschild): “La nostra politica è quella di fomentare le guerre, ma dirigendo conferenze di pace, in modo che nessuna delle parti in conflitto possa ottenere guadagni territoriali. Le guerre devono essere dirette in modo tale che le Nazioni, coinvolte in entrambi gli schieramenti, sprofondino sempre più nel loro debito e, quindi, sempre più sotto il nostro potere” [14].

Dal quel remoto 1733 però, il tempo non sembra essere passato invano e gli strumenti dei manipolatori sono stati affinati. Nella storia contemporanea sono sorte infatti vere e proprie istituzioni paragovernative che lavorano a porte chiuse per realizzare i programmi di dominio dell’alta finanza. E come intuito da Curtis Dall, una di queste moderne organizzazioni che maggiormente diresse l’operato di Roosevelt è il CFR (Council on Foreign Relations). Una sedicente organizzazione “filantropica” fondata nel 1921, con il finanziamento della famiglia Rockefeller. Alla costituzione del CFR parteciparono 650 “eletti”, “il Gotha del mondo degli affari" [15] e suoi membri di spicco furono sempre all’ombra del Presidente americano di turno. Ed è quindi proprio a costoro che si deve attribuire la vera paternità del protocollo McCollum. In qualità di ministro della guerra di Roosevelt ad esempio, agiva in “prima linea” Henry Stymson, un personaggio che “guarda caso” era anche uno dei membri fondatori del CFR. Il suo coinvolgimento nel piano di provocazione, emerge chiaramente dalle righe del suo stesso diario: “Affrontiamo la delicata questione di come realizzare una schermaglia diplomatica che faccia apparire il Giappone dalla parte del torto e gli faccia compiere, scopertamente, il primo passo falso” [16]. E sempre a tal proposito, lo scrittore George Morgenstern, ha pubblicato il libro “Pearl Harbor, The Story Of The Secret War” in cui è stato esaustivamente documentato come il Giappone venne trascinato in guerra dalla strategia d'azione dei membri del CFR.

Poiché come noto, a molte guerre corrispondono molti soldi e infinito potere per gli oscuri signori dell'alta finanza. Una volta conclusi i conflitti, saranno infatti sempre loro a decidere le condizioni di riparazione della nazione di turno che è stata messa in ginocchio. Ai popoli di entrambe le parti belligeranti invece, non resterà che l’amaro compito di leccarsi le ferite tra un camposanto e l'altro, aspettando di sapere quanto dovranno pagare per le spese di guerra (“vinta” o persa che sia). Con l’ingresso dell’America nel secondo conflitto mondiale avvenne infatti un colossale trasferimento di ricchezza dalla casse pubbliche a quelle private; Il bilancio federale USA a cavallo del decennio 1930-1939 era di “appena” 8 miliardi di dollari l’anno, nel 1945 invece, il debito per sostenere la guerra fece impennare i grafici contabili fino 303 miliardi di quota. Il costo globale del conflitto (nei soli termini economici) sostenuto dagli americani, fu ufficialmente di 321 miliardi di dollari, più del doppio di quanto il governo federale aveva “scucito” ai contribuenti nei 152 anni di storia che vanno dal 1789 al 1941 [17]. Gli eventi bellici peraltro, non rappresentano solo il grande business dei banchieri, ma sono anche un subdolo ed efficacissimo strumento di azione politica. Vengono infatti concepiti a tavolino come formidabile pretesto per instaurare a guerra finita, gli assetti politici e sociali a loro più congeniali. Si muovono a piccoli passi per realizzare il progetto secolare del “nuovo ordine mondiale”. Uno scopo che del resto trapela esaustivamente dalle stesse parole pronunciate da James Warburg (insigne esponente dei poteri forti) solo pochi anni dopo la fine della seconda guerra mondiale:

"Che vi piaccia o no, avremo un governo mondiale, o col consenso o con la forza".[18]

Tra gli altri invisibili personaggi della storia che “suggerirono” a Roosevelt gli obiettivi da raggiungere durante la sua presidenza, compare il nome eccellente di Bernard M. Baruch. Un illustre membro dell’alta finanza e del CFR che presiedette al Comitato delle industrie belliche durante la Prima guerra mondiale e che poi negoziò anche le condizioni delle riparazioni tedesche nel trattato di Versailles [19]. La sua autorevolissima voce venne sempre e perentoriamente ascoltata dai presidenti americani.



Nato in Texas nel 1870 da un agiatissimo esponente del Ku Klux Klan, l'ultra miliardario Bernard Mannes Baruch divenne il “consigliere” di ben sei presidenti USA. Dal massone [20] Woodrow Wilson (1912) al massone Eisenhower (1950), fu sempre lui ad esempio a “persuadere” il Presidente Wilson circa la necessità di coinvolgere l’America nella prima guerra mondiale. E persino la creazione di un organo governativo volto esclusivamente a sostenere lo sforzo bellico americano fu una sua idea. Nulla di strano quindi se al nuovo ente vennero conferiti ampi poteri speciali nella pianificazione della produzione industriale. Come del resto è naturale, che a capo di esso finì per essere nominato proprio lui, Bernard Baruch, il mentore del Presidente.

Una volta al comando del “War Industry Board”, tutte le commesse relative al materiale bellico e logistico passarono nelle sue mani, dagli stivali ai mezzi corazzati. Affari d’oro che non si limitarono agli approvvigionamenti americani ma che si estesero in buona misura anche agli ordinativi degli altri eserciti alleati. E come denunciò nel 1919 dalla Commissione Investigativa del Congresso (guidata dal senatore W. J. Graham) che indagò sui profitti che quell’organo rese possibili, si trattò di: “un governo segreto…sette uomini scelti dal Presidente hanno concepito l’intero sistema di acquisti militari, programmato la censura sulla stampa, creato un sistema di controllo alimentare…dietro porte chiuse, mesi prima che la guerra fosse dichiarata” [21].

In seguito, fu possibile ripetere tale collaudato “modus operandi” grazie ai “consigli” che Baruch diede al presidente F. D. Roosevelt, nella guerra contro Hitler: questa volta però l’organo pianificatore si chiamò War Production Board. A dirigerlo venne nominato Harry Hopkins, un uomo di fiducia del signor Baruch, (ibidem).

La decriptazione dei codici giapponesi

Tornando alle circostanze militari che condussero all’attacco di Pearl Harbor, già a partire dall’ultima settimana del settembre 1940, un esperto team di crittografi americani riuscì a decodificare entrambi i principali codici segreti utilizzati dai Giapponesi. Tutte le comunicazioni diplomatiche riservate vennero quindi tradotte con il “codice Purple” mentre i dispacci militari nipponici segreti poterono essere interpretati con il codice “Kaigun Ango” in tempi sufficientemente brevi. La riuscita decodificazione dei codici però, venne mantenuta nel massimo riserbo anche tra le stesse autorità militari USA, in quanto, come anzidetto, si fece in modo che i dispacci dei servizi informativi giungessero direttamente al Presidente [22].

Le reali potenzialità dell’intelligence USA vennero “a galla” solo più tardi, grazie alle rivelazioni del contrammiraglio Royal Ingersoll, assistente capo delle operazioni navali. Egli spiegò infatti che già prima di Pearl Harbor i servizi informativi americani erano in grado di scoprire in anticipo la strategia navale di guerra e le operazioni tattiche del Giappone [33]. Una verità esplosiva documentata da una lettera scritta il 4 ottobre 1940 e indirizzata da Ingersoll ai due ammiragli James Richardson e Thomas Hart. La missiva, estremamente chiara e dettagliata, precisava che la marina americana iniziò il rilevamento dei movimenti e delle posizioni delle navi da guerra giapponesi nell’ottobre 1940: “Ogni spostamento rilevante della flotta dell’Orange (che nel codice USA significava Giappone) è stato previsto ed è disponibile un flusso continuo di informazioni riguardanti le attività diplomatiche dell’Orange” [23].

Peraltro come vedremo, i giapponesi, furono protagonisti di talmente tanti errori madornali nell’effettuare le loro comunicazioni riservate, che diventa davvero difficile poi riuscire a credere nella versione ufficiale dell'attacco a “sorpresa”.

L'ammiraglio giapponese Yamamoto infatti, ruppe imprudentemente il silenzio radio il 25 novembre 1941. I messaggi in questione ordinavano alla 1° flotta aerea di prendere il volo il 26 novembre dalla base di Hitokappu per dirigersi in acque Hawaiiane e attaccare così la flotta americana all'ancora di Pearl Harbor. Precisò addirittura latitudine e longitudine della rotta da percorrere [24].

Come noto, l’attacco venne poi rimandato al 7 dicembre, ma ciò non toglie che i servizi informativi americani sapessero ormai quali fossero le reali intenzioni giapponesi. E come minimo, la base di Pearl Harbor avrebbe dovuta essere stata posta in stato di allerta. Ma ecco qui di seguito riprodotto il testo letterale dei due messaggi intercettati dai sevizi informativi americani:

1) “Il 26 novembre l'unità operativa, mantenendo strettamente riservati i suoi movimenti, deve lasciare di Hitokappu e giungere al 42° di latitudine nord per 170° di longitudine est nel pomeriggio del 3 dicembre e completare velocemente il rifornimento” [25].

2) “L'unità operativa, mantenendo strettamente riservati i suoi movimenti e ponendo estrema attenzione a sottomarini e velivoli, deve avanzare in acque Hawaiiane e alla vera apertura delle ostilità attaccare la forza principale degli Stati Uniti alle Hawaii infiggendole un colpo mortale (neretto dell’autore). Il primo attacco aereo è previsto per l'alba del giorno X. La data esatta sarà fornita in un ordine successivo. Una volta completato l'attacco aereo, la forza operativa, mantenendo una stretta collaborazione e prestando attenzione al contrattacco nemico, dovrà abbandonare velocemente le acque nemiche e fare rotta verso il Giappone. Se i negoziati con gli Stati Uniti avranno esito positivo, l'unità operativa dovrà essere pronta a tornare immediatamente a radunarsi”.

Paradossalmente però, solo gli uomini di fiducia del Presidente erano stati autorizzati a seguire l’ evoluzione della crisi con il Giappone. Ed è probabilmente proprio per tale motivo che quel fatidico 7 dicembre 1941, il “miracolato” ammiraglio Anderson (ex direttore dei servizi informativi e stretto collaboratore di Roosevelt) sopravvisse indenne all’attacco. Egli infatti, al momento dell’incursione aerea non si trovava a bordo di nessuna delle sue navi da guerra, ma al sicuro nella sua tranquilla residenza di Diamod Head.

Per un’altra “strana” ironia della sorte, la stazione di monitoraggio americano delle Hawaii (la c.d. stazione cinque) era proprio uno dei principali centri d’intercettazione dei messaggi in codice Purple giapponesi. E ciononostante, la strage non poté essere evitata, poiché, come già ampiamente chiarito, i messaggi giapponesi, una volta decriptati venivano inviati direttamente al Presidente, senza passare quindi per l’alto comando locale. Una circostanza per così dire “anomala” che fece da preludio al sacrificio umano di migliaia di americani.

A denunciare le “stranezze” della catena informativa ci sono le proteste documentate e archiviate dell’ammiraglio Kimmel. Il quale, al sopraggiungere della primavera del 1940, si rese conto di essere stato tagliato fuori dal servizio informativo. A provarlo c’è la sua richiesta del 18 febbraio 1940 rivolta all’ammiraglio Stark per ottenere che venisse nominato un responsabile dei servizi a cui fare capo per risolvere la “confusione”. Lo scopo di Kimmel naturalmente, era quello di ottenere che qualche ufficiale qualificato gli facesse pervenire i rapporti di natura segreta [26] senza “malintesi”.

La risposta di Stark però, arrivò solo dopo un mese circa, esattamente il 22 marzo. In essa veniva perentoriamente affermato quanto segue: “I servizi segreti della Marina sono pienamente consapevoli della loro responsabilità di tenervi adeguatamente informato” [27]. Ma siccome Kimmel fino a quel momento non aveva mai ricevuto alcuna informazione “sensibile”, dovette prendere atto che si trattava solo di rassicurazioni del tutto formali. In sostanza era stato totalmente escluso dal circuito informativo per ordini che potevano provenire solo dalla Casa Bianca. Tuttavia, cosciente della gravità del pericolo che correva la sua flotta, decise comunque di esercitare nuove pressioni ufficiali. E dopo aver atteso invano un cambiamento della situazione fino al 26 maggio 1940, inviò una ulteriore richiesta direttamente ai servizi informativi. Il messaggio recitava quanto segue: “Informare immediatamente il comandante in capo della flotta del Pacifico di tutti gli sviluppi importanti attraverso i mezzi più rapidi a disposizione (ibidem).

Nel cablogramma, l’ammiraglio sottolineò persino che la sua esigenza di essere tempestivamente informato, era da ritenersi un “principio militare cardine” (ibid p.58). Ma anche quest’ultimo tentativo si rivelò vano, e al termine del luglio 1941 Kimmel poté constatare amaramente, di essere stato ormai definitivamente escluso dall’intelligence.

Alla fine della guerra Kimmel dichiarerà infatti: “Non comprendo e non comprenderò mai perché io sia stato privato delle informazioni disponibili a Washington” (ibid p.57).

Dalla testimonianza dell’ammiraglio che fu il comandante in capo della flotta nel Pacifico, si può quindi ragionevolmente concludere che il popolo americano e la maggior parte dei suoi alti ufficiali venne tenuta completamente all'oscuro dei reali retroscena che determinarono la guerra. Le registrazioni, le testimonianze e i documenti che lo rivelano vennero tutte “incredibilmente” ignorate dalle varie indagini che si svolsero tra il 1941 e il 1946 fino agli accertamenti congressuali del 1995. Ma le prove di una cospirazione a danno delle nazioni ci sono e aspettano solo di trovare udienza nei circoli mediatici di massa. Ambedue i messaggi di Yamamoto che ordinarono l’attacco su Pearl Harbor ad esempio, sono riportati testualmente nei libri scritti da alcuni ufficiali della Marina americana come: “Pearl Harbor” del vice-ammiraglio Homer N. Wallin e in “The Campaigns of The Pacific War” redatto dalla Divisione analisi navali del rilevamento bombardamenti strategici degli Stati Uniti.

Peraltro la stazione "H" dei servizi americani, intercettò e decriptò almeno altri 13 messaggi "sensibili" di Yamamoto, il cui testo è curiosamente risultato mancante dagli archivi della Marina. Sappiamo comunque per certo che furono trasmessi con il segnale di radio-chiamata RO SE 22 tra le 13.00 del 24 novembre e le 15.54 del 26 novembre, appena una decina di giorni prima dell’attacco giapponese (ibid p.66). Tutti i documenti originali in questione erano stati ceduti nel 1979 agli archivi nazionali del Presidente Jimmy Carter [28].

L'indagine ufficiale del Congresso, concluse invece che i servizi di spionaggio americano, “persero contatto” con le navi giapponesi nei giorni precedenti all’attacco (ibid p.67), in quanto queste, avevano scrupolosamente mantenuto il silenzio radio…

Ma a smentire la versione ufficiale esistono anche altre prove schiaccianti come le registrazioni dei servizi informativi olandesi. Dalla disamina di queste infatti, è stato appurato che gli ammiragli al comando delle navi da guerra giapponesi, violarono il silenzio radio rimanendo costantemente in contatto con Tokyo (ibid p.67). E quindi, tanto la loro posizione quanto le loro intenzioni furono necessariamente captate durante tutti i 25 giorni che vanno dal 12 novembre al 7 dicembre 1941, cioè sino alla data del fantomatico attacco a “sorpresa”. Peraltro uno dei messaggi intercettati il 18 novembre venne addirittura inviato “in chiaro” e in caratteri latini, quindi interpretabile anche senza codici.

Pertanto, la testimonianza del generale olandese Hein ter Poorten, smentì palesemente la versione ufficiale della commissione d’inchiesta. Egli, infatti non esitò a confermare che anche i suoi crittografi della “Kamer 14” (ibidem) possedevano prove che dimostravano una minacciosa concentrazione di navi giapponesi nei pressi delle isole Curili già alcuni giorni prima dell'attacco di Pearl Harbor.

Il resoconto rilasciato dall’ammiraglio Harold Stark davanti alla Commissione congressuale del 1945-6 attesta poi inequivocabilmente che quest’utlimo, al contrario dell’ammiraglio Kimmel, era stato informato del massiccio raduno giapponese nella baia di Hottokappu prima del 7 dicembre 1941 [29]. E come accertò ancora una indagine congressuale del 1945, il 3 dicembre 1941 (quindi 4 giorni prima dell'attacco giapponese), furono intercettati e decifrati altri messaggi che svelavano ( a chi ancora non lo avesse capito) la decisione giapponese di dichiarare la guerra agli Stati Uniti con un colpo di mano [30].

Anche le registrazioni originali di questi messaggi però, “sparirono misteriosamente” dagli archivi della Marina (ibidem): in ultima analisi, la commissione unica congressuale d'indagine sull'attacco a Pearl Harbor cercò solo di insabbiare le prove del complotto contro le nazioni.



"Ieri, 7 Dicembre, data che resterà simbolo di infamia, gli Stati Uniti d'America sono stati improvvisamente e deliberatamente attaccati da forze aeree e navali dell'impero giapponese...".

F.D.Roosevelt nel discorso alla Nazione dell'8 dicembre 1941