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sabato 23 aprile 2011

Buona Pasqua

Resurrezione di Cristo di Annibale Carracci

AUGURI DI BUONA PASQUA.

MYSTERIUM





Risurrezione di Gesù

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
bussola Disambiguazione – Se stai cercando un'opera d'arte con questo titolo, vedi Resurrezione di Cristo (disambigua).

La Risurrezione di Gesù[1] è l'evento centrale della narrazione dei Vangeli e degli altri testi del Nuovo Testamento: secondo questi testi, il terzo giorno dalla sua morte in croce Gesù risorse lasciando il sepolcro vuoto e apparendo inizialmente ad alcune discepole e quindi anche ad altri apostoli e discepoli. Per il Cristianesimo l'evento è il principio e fondamento della fede, ricordato annualmente nella Pasqua e settimanalmente nella domenica.
La tradizione cristiana considera l'evento della risurrezione di Gesù come storico. Gli studiosi non credenti, insieme ad alcuni studiosi cristiani, ne danno invece una lettura psicologica, spirituale o mitologica.

Sinossi evangelica

Secondo la testimonianza concorde dei vangeli, il terzo giorno dopo la deposizione nel sepolcro Gesù è risorto (I giorno: venerdì, morte e deposizione; III giorno: domenica, resurrezione). I vangeli non descrivono l'evento, che non ha avuto testimoni diretti, ma solo la testimonianza della tomba vuota e le visioni delle discepole alle quali apparve. La scoperta avvenne all'alba del giorno dopo il sabato, cioè domenica mattina, quando Maria Maddalena e altre discepole si recarono al sepolcro per completare l'imbalsamazione del cadavere, lasciata in sospeso il venerdì sera per il sopraggiungere del tramonto, inizio del sabato.
Come avviene solitamente per molti altri eventi evangelici, i resoconti sono concordi per gli elementi fondamentali dell'evento ma dissentono quanto ai particolari secondari.
Matteo Marco Luca Giovanni Altri testi
Morte in croce e Deposizione nel sepolcro
Dopo il sabato all'alba[2] Maria Maddalena e l'altra Maria al sepolcro (28,1) Passato il sabato all'alba Maria Maddalena, Maria di Giacomo e Salomè al sepolcro (16,1-2) Passato il sabato nel mattino profondo Maria Maddalena, Giovanna, Maria di Giacomo e altre (v. 10) al sepolcro (24,1) Il primo giorno della settimana quand'era ancora buio Maria Maddalena (e altre)[3] al sepolcro (20,1) "Gesù Cristo... è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture" (1Cor15,3-4)[4]
"Gesù Cristo... costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santificazione mediante la risurrezione dai morti" (Rm1,3-4)
"Ricordati che Gesù Cristo, della stirpe di Davide, è risuscitato dai morti, secondo il mio vangelo" (2Tm2,8)
"Gesù di Nazaret... Dio lo ha risuscitato" (At2,22-24)
e passim
Terremoto, apparizione di un angelo che rotola la pietra del sepolcro, paura dei soldati (lett. "custodi") (28,2-4) Pietra rotolata via, ingresso nel sepolcro e visione di un angelo (lett. "giovane"), paura delle donne (16,3-5) Pietra rotolata via, ingresso nel sepolcro vuoto, apparizione di due angeli (lett. "uomini"), paura delle donne (24,2-5) Pietra rotolata via (20,1);
visione di due angeli nel sepolcro (20,11-13)
Annuncio alle donne della risurrezione, invio ai discepoli (28,5-7) Annuncio alle donne della risurrezione, invio ai discepoli e a Pietro (16,6-7) Annuncio alle donne della risurrezione (24,5-8) -
Partenza dal sepolcro, apparizione di Gesù alle donne (28,8-10) Partenza dal sepolcro (16,8); apparizione di Gesù a Maria Maddalena (16,9)[5] - Nel sepolcro apparizione di Gesù, noli me tangere (20,14-17)
- - Le donne dagli apostoli, annuncio, incredulità, Pietro al sepolcro (24,9-12) Maddalena da Pietro e l' "altro discepolo",[6] annuncio del sepolcro vuoto, Pietro e l'altro discepolo al sepolcro che è visto vuoto (20,2-10)
Altre apparizioni e Ascensione

Luogo e data

Scorcio della piccola cappella collocata all'interno della Basilica del Sepolcro di Gerusalemme, secondo la tradizione situata nel luogo dove si trovava la piccola grotta del sepolcro, demolita con la costruzione della chiesa. Sulla destra si nota il ripiano dove fu adagiato il corpo di Gesù.


Secondo i vangeli il luogo della risurrezione di Gesù è il sepolcro nel quale era stato deposto, situato allora poco fuori le mura di Gerusalemme vicino al Golgota-Calvario, il piccolo promontorio roccioso dove Gesù fu crocifisso. La tradizione cristiana ha conservato la memoria geografica del luogo, nel quale sorge attualmente la Basilica del Sepolcro.
I vangeli non indicano esplicitamente la data della risurrezione. Questi narrano che la scoperta avvenne all'alba del giorno dopo il sabato, cioè tre giorni dopo la sua morte e deposizione nel sepolcro. Cronologicamente parlando, i "tre giorni" sono poco più che una giornata e mezza, dal tramonto del venerdì all'alba della domenica.
Anche la data della morte di Gesù non è indicata esplicitamente dai vangeli. L'ipotesi più ampiamente diffusa tra gli studiosi è che sia venerdì 7 aprile del 30 (o meno probabilmente il 27 aprile 31 o il 3 aprile 33), che rimanderebbe, come data della risurrezione, alla domenica 9 aprile del 30.

Storicità dell'evento

La tradizione cristiana considera l'evento della risurrezione di Gesù come storico e fondamento della fede cristiana. Secondo il teologo Hans Kessler, la risurrezione è comunque "una realtà accettabile e comprensibile solo nella fede"[7], piuttosto che un fatto indagabile e verificabile con i mezzi dello storico. Gli studiosi non credenti considerano l'evento come non storico, rielaborazione in chiave spirituale o antropologica della vita di Gesù, o frutto di auto-convincimento. Pochissimi sostengono che si tratti di una truffa, mentre alcuni studiosi cristiani considerano la risurrezione, come anche gli altri aspetti soprannaturali dei vangeli (nascita verginale, miracoli, ascensione), come simboli o allegorie di verità di fede[8].

Argomenti a favore della storicità

I resoconti evangelici sono sostanzialmente concordi nell'evento della risurrezione, testimoniato dalla tomba vuota e dalle apparizioni alle discepole prima e poi ad altri. La differenza fra le varie tradizioni, spiegabili con redazioni diverse quanto a cronologia e zona geografica, è a favore della storicità: se i primi cristiani avessero voluto a posteriori inventare la risurrezione, sarebbero stati attenti a renderla credibile[9].
L'evento non può inoltre essere stato inventato dai discepoli in base alla loro fede in Gesù Messia: nell'Antico Testamento non si trova scritto che il Messia doveva morire e risorgere. Il "compimento" dell'Antico Testamento rappresentato da Gesù si trova a un livello ulteriore, fuori dalle stesse categorie previste dalle Scritture.
Un ulteriore argomento proposto è quello della "causa proporzionata" (Dibelius): prima della risurrezione gli apostoli e i discepoli se ne stavano nascosti impauriti, dopo le apparizioni di Gesù risorto diventano audaci. Una truffa volontaria o un'allucinazione non può aver spinto i primi cristiani a rischiare la vita e a morire per una menzogna. La risurrezione è stata la causa di questo radicale cambiamento, proporzionata all'effetto ottenuto.
Altri studiosi osservano, inoltre, come il resoconto della risurrezione di Gesù sia molto antico e abbia costituito fin dall'inizio il cuore della predicazione cristiana (es. 1Cor15,1-8 e At2,32): una prossimità così forte ai fatti esclude quindi, a loro giudizio, la possibilità di distorsioni ed elaborazioni mitologiche[10].

Argomenti a favore della non storicità

Secondo diversi autori i testi evangelici possono essersi formati gradualmente nel corso del tempo attraverso aggiunte e modificazioni successive, e anche questo può spiegare le differenze tra di loro. Le prime versioni scritte dei Vangeli che ci sono pervenute risalgono infatti al 60-70 d.C., il che significa che sono state redatte ad una distanza di 35-40 anni dalla morte di Gesù: un lasso di tempo sufficiente a riadattare il racconto alle esigenze bibliche e spirituali dei cristiani dell'epoca[11].
Bisogna inoltre tener presente che nel cristianesimo delle origini era molto attesa la venuta imminente del Messia, a cui bisognava prepararsi con una condotta di vita basata sull'amore e la giustizia[12]. Secondo alcuni autori, quindi, dopo la morte di Gesù è possibile che i discepoli attendessero questa venuta e poi, delusi, si fossero auto-illusi che fosse ancora vivo e di averlo visto[13].
Sono state poi avanzate spiegazioni di natura storico-antropologica, di storicizzazione del mito, che in particolare evidenziano le similarità tra la vicenda di Gesù ed eventi di resurrezione attribuiti ad altre divinità, come Mitra, Dioniso, Attis, Osiride. La risurrezione di Gesù farebbe quindi parte di miti ricorrenti sulla divinità che muore e risorge[14]: mitologie appartenenti allo stessa area Medio-Orientale, a volte contemporanee come quella di Mitra.
Altre critiche si concentrano sulla presenza di elementi soprannaturali o comunque poco credibili nei racconti evangelici (terremoto, angeli, apparizioni). Altre infine, soprattutto in passato, hanno ipotizzato la truffa volontaria: secondo questa tesi i discepoli rubarono il corpo di Gesù e ne sostennero falsamente e coscientemente la risurrezione. Questa tesi, in particolare, pare fosse sostenuta in epoca apostolica dagli Ebrei (Mt28,11-14).

Risurrezione come allegoria della fede

Secondo il teologo Bultmann la risurrezione è una verità di fede storicizzata. La fede dei primi cristiani vedeva in Gesù il salvatore atteso che liberava l'umanità dal male, dal peccato e dalla morte. Questa convinzione, secondo il teologo, è stata storicizzata nella credenza della risurrezione.

Interpretazione nel cristianesimo

Secondo la teologia cristiana la risurrezione di Gesù,[15] oltre a compartecipare con la sua morte al processo di giustificazione (Rm4,25;6,4), permette all'umanità riscattata di poter ricevere la cosiddetta "adozione filiale", cioè di partecipare alla vita di natura divina propria del Figlio nella risurrezione futura (1Cor15,20-22).

Interpretazione in altre religioni

L'Ebraismo non riconosce la risurrezione di Gesù. Un'antica tradizione testimoniata già in epoca evangelica (vedi Mt28,11-14) sostiene che il corpo di Gesù, dopo la sua morte in croce e deposizione nel sepolcro, fu rubato dai suoi discepoli per simularne la risurrezione.
Secondo l'Islam Gesù ascese direttamente al cielo, senza morire in croce, né risorgere.

Devozione

  • La risurrezione di Gesù è la prima delle quattordici stazioni della Via Lucis cattolica.

Note

  1. ^ Sebbene sia ampiamente diffusa la dicitura "resurrezione" (più latineggiante), il termine corretto in lingua moderna è "risurrezione" (vedi dizionario De Mauro), dal verbo "risorgere".
  2. ^ L'originale greco "il chiarore del primo giorno della settimana" (per gli ebrei il giorno cominciava al tramonto) può indicare l'inizio della notte tra sabato e domenica, cf. Bibbia TOB, nota a Mt 28,1
  3. ^ Giovanni mette in scena esplicitamente la sola Maddalena ma nel versetto successivo (20,2) questa riferisce "non sappiamo dove l'hanno posto", confermando la presenza di più donne al sepolcro.
  4. ^ È il più antico riferimento relativo alla risurrezione e alle apparizioni di Gesù, databile alla primavera del 56 (vedi Bibbia TOB, p. 2608).
  5. ^ I versetti 9-11 sono aggiunte successive alla originale redazione del Vangelo di Marco e riassumono sommariamente le varie apparizioni di Gesù.
  6. ^ Tradizionalmente inteso come lo stesso Giovanni evangelista.
  7. ^ Cfr. H.Kessler, La Risurrezione di Gesù Cristo. Uno studio biblico, teologico-fondamentale e sistematico cit. in G. Barbaglio e A.Bodrato, Quale storia a partire da Gesù?, Servitium, 2008
  8. ^ Cfr. Pesce, in Augias-Pesce, Inchiesta su Gesù, 2006: "Molti esegeti, anche cattolici, ritengono che questo particolare evento non sia mai avvenuto. [...] "
  9. ^ Cfr. William Lane Craig, in Lee Strobel "The Case for Christ", 1998, pag. 290 (tr. italiana "Il caso Gesù", ECB, 2009).
  10. ^ Cfr. Gary Habermas e John Drane, in Lee Strobel "The Case for Christ", 1998, pagg. 316-318 (tr. italiana "Il caso Gesù", ECB, 2009).
  11. ^ Corrado Augias, Mauro Pesce, "Inchiesta su Gesù", Mondadori, 2006
  12. ^ Corrado Augias, Remo Cacitti, Inchiesta sul Cristianesimo, Mondadori
  13. ^ Così David Friedrich Strauss; Ernest Renan lascia aperta questa possibilità.
  14. ^ James Frazer, Il ramo d'oro, 609-610.
  15. ^ Vedi Catechismo della Chiesa Cattolica, numeri 651-655.

Bibliografia

Apologeti moderni

Scettici moderni

Voci correlate

Altri progetti

Collegamenti esterni




Finalmente dopo secoli e' stata ora smontata la diceria del trafugamento del corpo di Cristo da parte dei discepoli ,grazie alla prova anche scientifica ,oltre che di FEDE cristiana, nel certificare per certo l'eccezionale evento della Risurrezione,che ancora oggi e' inspiegabile per quei tempi in cui visse Gesu' di Nazaret.


venerdì 22 aprile 2011

Bigfoot

Secondo la descrizione fatta da Beck, "Bigfoot" è una creatura alta non meno di 2,40 m, robusta e muscolosa. Assomiglia a un gorilla, ma alcune caratteristiche, come per esempio l’uso delle pietre da lanciare, inducono a ritenerlo anche molto simile a un uomo.
BIGFOOT
Come la strepitosa sfida all'OK Corrai, anche l'assedio del cosiddetto Canyon della Scimmia è entrato a far parte del folklore americano.
La storia incominciò nel 1924, presso un gruppo di minatori insediati sulle pendici del monte Sant’ Elena nello stato di Washington, a poco più di 100 km di distanza a nord di Portland, nell'Oregon.
Un giorno, alcuni di loro videro una specie di grossa scimmia uscire dal folto degli alberi. Uno aveva fatto fuoco con un fucile, convinto di averla colpita alla testa. Ma la creatura aveva trovato riparo nella foresta.

Poi un altro minatore, Fred Beck che si sarebbe deciso a raccontare l'episodio solo trentaquattro anni dopo aveva incontrato un altro scimmione lungo il pendio del canyon e gli aveva sparato tre colpi, ferendolo alla schiena.
L'animale era scivolato per il crinale, accasciandosi come morto, ma quando i minatori erano accorsi sul posto non avevano trovato nulla. Quella stessa notte, dal crepuscolo al mattino, le loro baracche erano state assediate da misteriose creature che avevano picchiato alle porte, lanciato sassi ed erano salite a battere sul tetto. Spaventati, i minatori erano stati costretti a rinforzare le porte puntellandole dall'interno e avevano sparato alla cieca nel buio della notte e attraverso le feritoie delle pareti e del soffitto. Ma a poco era valso. Le creature erano evidentemente molto arrabbiate e determinate e non avevano desistito dall'attacco che si era protratto fino alle prime luci dell'alba. Quello stesso giorno i minatori avevano abbandonato l'accampamento. Secondo la descrizione fatta da Beck, "Bigfoot" è una creatura alta non meno di 2,40 m, robusta e muscolosa. Assomiglia a un gorilla, ma alcune caratteristiche, come per esempio l’uso delle pietre da lanciare, inducono a ritenerlo anche molto simile a un uomo. Il racconto dell'assedio subito da Beck e dai suoi compagni, unitamente ad altre testimonianze, sul finire degli anni Cinquanta rese Bigfoot una specie di celebrità nazionale. In realtà storie simili circolavano da secoli nelle tradizioni locali. Gli indiani Salish della Columbia britannica chiamavano queste creature "Sasquatch", che significa "uomo selvatico delle foreste". Le tribù indiane della California del nord le chiamavano "Oh-mah-ha"; mentre per quelle della zona delle Cascades erano "Seeahtiks". L'esistenza di intere colonie di questi esseri, oggi tranquillamente viventi nel nord degli Stati Uniti e dei Canada suona, bisogna ammetterlo, decisamente assurda; anche se sono poche le persone che si rendono conto veramente di quanto estese siano le foreste di conifere di queste terre sterminate. Milioni di chilometri quadrati di macchie totalmente disabitate, per gran parte ancora inesplorate, dove, per assurdo, anche mandrie di giganteschi dinosauri potrebbero passare inosservate. La più antica storia relativa a impronte di Sasquatch risale al 181. Mentre stava valicando i passi montani che si elevano alle sorgenti del fiume Colombia, nei pressi dell'odierna Jasper, nello stato di Alberta, il celebre esploratore David Thompson e il suo compagno di avventura, si erano imbattuti in una profonda impronta, lunga più di 40 cm, caratterizzata da quattro dita munite di unghioni. Thompson, per quanto interdetto, aveva subito pensato a un gigantesco grizzly, ma il compagno lo aveva dissuaso, facendogli notare che gli orsi hanno cinque dita; osservazione corretta, ma che non pregiudicava la soluzione, potendosi immaginare un orso privo di un dito. Il 4 luglio 1884 il «Daily Colonist» di Victoria, Columbia britannica, pubblicava un articolo sulla cattura di un Bigfoot. Jacko (nome con cui veniva indicato il cacciatore) aveva catturato un esemplare dalle ridotte dimensioni, alto non più di 120 cm e pesante soltanto una sessantina di chilogrammi. L'essere era stato avvistato da un gruppo che si stava muovendo lungo il fiume Fraser, da Lytton a Yale, sotto i monti Cascade, ed era stato catturato con relativa facilità. Aveva lunghi e spessi capelli neri e una folta peluria che ricopriva tutto il corpo. Le braccia erano più lunghe di quelle di un uomo e aveva la forza sufficiente a spezzare in due un grosso ramo. Sfortunatamente, dopo questa citazione, del misterioso Jacko si perdono le tracce, anche se il naturalista John Napier testimonia che la creatura venne a più riprese esibita presso il circo Bamum e il circo Bailey. Nel 1910 Bigfoot torna alla ribalta per una brutta storia avvenuta nella valle di Nahanni, presso il Grande Lago degli Schiavi, nei Territori del nord-ovest. I due fratelli MacLeod furono trovati decapitati in un anfratto della valle, che da quel giorno venne appunto ricordata come la Valle dei decapitati. In realtà, l'ipotesi più plausibile farebbe pensare a un attacco indiano o di qualche gruppo di desperados, tuttavia, all'epoca, si parlò di Bigfoot, fatto che andò ad aggiungere un tocco di horror a una leggenda già consolidata. Nel 1910 sul «Seattle Times» comparve un articolo sui cosiddetti "diavoli della montagna" che avevano assediato la capanna di un cercatore d'oro sul monte San Lorenzo, nei pressi di Kelso. Gli attaccanti erano descritti come umanoidi per metà mostruosi, dalle fattezze gigantesche, alti dai 2 ai 2,50 m. Gli indiani locali, appartenenti alle tribù dei Clallam e Quinault, ben li conoscevano e li chiamavano Seeahtiks. Nelle loro leggende si dice che l'uomo derivò dagli animali e che per questi esseri la creazione si era come fermata a metà, sospesa. Una delle storie più eclatanti legate alla presenza di un Bigfoot risale al 1924, sebbene non sia stata divulgata che molto tempo dopo, nel 1957, portata alla luce da John Green, autore del libro On the Track ofthe Sasquatch. Albert Ostmail, taglialegna e falegname, stava cercando dell'oro alle fonti del fiume Toba nella Columbia britannica, quando un giorno per la prima volta aveva sentito parlare da un barcaiolo indiano della "grande razza" che viveva sulle mondiglie. Dopo una settimana di sopralluoghi aveva infine sistemato un campo base di fronte all'isola di Vancouver. La mattina successiva aveva però avuto una sorpresa: le provviste erano state saccheggiate da qualcuno. Per scoprire chi poteva essere il ladro, la seconda notte aveva solo fatto finta di andare a dormire, restando silenzioso in attesa nel sacco a pelo con un fucile carico ben imbracciato. Qualche ora più tardi era stato svegliato: «Venni ridestalo da qualcosa o qualcuno che mi toccava. Ero addormentato e dapprima non mi riuscì di comprendere quel che mi stava capitando. Appena misi insieme qualche idea mi resi conto che, infagottato nel mio sacco a pelo, mi stavo muovendo». Dopo un po' chi lo stava trasportando lo aveva deposto a terra. Era così riuscito a sgattaiolare fuori dal sacco a pelo e si era trovato alla presenza di una famiglia di quattro Sasquatch: il padre, un grande esemplare maschio alto quasi 2,50 m; la madre, un figlio e una figlia ancora molto piccola. La femmina adulta era alta almeno un paio di metri, poteva si e no avere una quarantina d'anni e pesare almeno 200 kg. In apparenza non sembrava volessero fargli del male, ma, di sicuro, lo tenevano d'occhio per non lasciarlo scappare. Gli venne da immaginare che, forse l'avrebbero trattenuto come compagno per la femmina più giovane, ancora immatura e senza seno. Dopo essere stato costretto a trascorrere sei giorni con loro, era riuscito a riprendere il fucile e a far partire qualche colpo. Nella confusione generale, mentre le creature si nascondevano per difendersi, se l'era data a gambe. Quando Green gli chiese come mai avesse atteso tanto tempo prima di rendere pubblica quella sua straordinaria avventura, Ostman rispose che lo aveva fatto perché nessuno gli avrebbe dato retta. Nel 1928 un indiano della tribù Nootka di nome Muchalat Harry si presentò a Nootka, sull'isola di Vancouver, vestito soltanto del perizoma, trafelato e ancora visibilmente spaventato. Riferì che mentre stava recandosi come ogni giorno al fiume per cacciare e pescare, era stato catturato da un bigfoot che lo aveva condotto a molti chilometri di distanza. Sul calare del giorno si era infine trovato in una specie di accampamento dove c'erano non meno di venti di quelle strane creature, le quali gli avevano fatto intendere che l'avrebbero divorato. Ad un tratto, infatti, uno dei più grossi gli aveva azzannato il perizoma come per addentarlo, facendogli intendere che non era in grado di distinguere la pelle da un indumento. Per alcune ore, terrorizzato, era rimasto paralizzato in un angolo, poi, nel pomeriggio, la tribù sembrò aver perso interesse verso di lui e si era mosso alla ricerca di cibo. Avuta l'opportunità di scappare, Harry era filato via e dopo una quindicina di chilometri, riconosciuti i luoghi, aveva recuperato la sua canoa. Da qui, dopo una vogata di quasi 60 km aveva raggiunto l'isola di Vancouver, dove aveva raccontato la sua terribile esperienza a padre Anthony Terhaar, della missione benedettina locale. Il padre disse che Harry era arrivato così prostrato e terrorizzato che era stato colpito da un improvviso collasso dal quale aveva potuto riprendersi soltanto molto tempo dopo. Lo spavento era stato così grande che i capelli gli erano diventati tutti bianchi. Da quel giorno non aveva più osato allontanarsi dal villaggio. Nel 1967, Glenn Thomas, un taglialegna di Estacada, nell'Oregon, mentre stava tracciando un sentiero a Tartan Springs sulla Round Mountain, aveva avuto agio di osservare ben tre figure sconosciute dai lunghissimi capelli, intente a spostare alcuni massi per poi scavare per almeno un paio di metri. Alla fine del lavoro, la creatura femminile aveva estratto da una tana alcuni roditori che erano stati divorati sul momento. Gli investigatori che indagarono sulla sua storia, nel luogo indicato dal taglialegna, trovarono non meno di una ventina di grossi buchi e tutto attorno macigni chiaramente spostati dal peso non inferiore a 200 kg. Nella zona è comune che castori e marmotte trovino rifugio in tane sotterranee nel lungo periodo del letargo. Intanto, uno dei casi più convincenti era già venuto alla ribalta. Nell'ottobre del 1967 due giovani, Roger Patterson e Bob Gimlin, si trovavano a Bluff Creek in una contea nella California settentrionale, quando all'improvviso, appena superata la svolta della vallala, i cavalli, spaventati, li avevano sbalzati di sella. A circa trenta metri di distanza, sul crinale opposto della montagna, c'era una grande creatura scura, con il corpo tutto ricoperto di pelame, che si muoveva come un uomo. Rogcr, afferrata la cinepresa, si era messo a filmare. L'essere - istintivamente riconosciuto come una femmina - si era fermato, volgendo lo sguardo verso di loro. «Non sembrava fosse disturbata dalla nostra presenza, quanto incuriosita dalla macchina da presa, una cosa certamente nuova per lei». Quando Patterson aveva provato a inseguirla, si era subito messa a correre velocemente, tanto che dopo qualche centinaia di metri si era già staccata per scomparire nel folto di una foresta di pini. Il filmato, divenuto celeberrimo, mostra un essere alto circa 2 m, dal peso stimabile di una tonnellata o forse più, con capelli bruno rossicci, seni e natiche prominenti. Raggiunta una posizione di sicurezza, si era voltata con fare quasi curioso in direzione della cinepresa, rivelando un volto completamente ricoperto di pelo. La punta della testa aveva una forma conica, una connotazione condivisa sia dai gorilla di montagna che dal cugino primo del Sasquatch, lo yeti o "abominevole uomo delle nevi", al quale in più atteggiamenti sembra senz'altro assomigliare. Stando agli zoologi, un cranio così conformato permette di dare una maggiore forza ai muscoli delle mascelle, chiamale a triturare rami legnosi. Ovviamente, furono molti i contestatori che considerarono il filmato come fasullo, affermando che l'essere altro non era che un uomo di grande statura vestito con la pelliccia di uno scimmione. Eppure nel suo bel libro More Things, lo zoologo Ivan Sanderson cita tre illustri scienziati, i dottori Osman Hill, John Napier e Joseph Raighl, tutti concordi nel riconoscere che dal filmato non si evince alcun dettaglio che induca a pensare a un imbroglio. D'altro canto, una serie di calchi di impronte prese proprio nel terriccio della vallata, segnalavano il passaggio di una creatura alta non meno di un paio di metri. La versione asiatica dell'americano Bigfoot è lo yeti, meglio conosciuto in occidente col nome di "abominevole uomo delle nevi". Quando nel 1951 l'esploratore himalayano Eric Shipton stava valicando il ghiacciaio del Menlung sull'Everest, aveva avuto agio di osservare grandi impronte di piedi, che aveva avuto la prontezza di fotografare ponendovi accanto un'assicella di legno che fungeva da parametro di comparazione. Si trattava di un piede, di quasi 40 cm di lunghezza e oltre 20 di larghezza, dalla sagoma curiosa: tre piccole dita e un quarto molto evidente, dalla forma pressoché circolare. Quel piede apparteneva senza ombra di dubbio a un essere che camminava in posizione eretta e di certo non si trattava né di un lupo né di un orso. L'unico animale che si poteva chiamare in causa era l'orangutan, ma queste scimmie hanno il dito grosso molto più allungato. Sin da quando gli esploratori europei incominciarono a visitare le montagne asiatiche del Tibet, sentirono parlare di una strana creatura, simile a una scimmia gigantesca, che i locali chiamavano Metohkangmi, che tradotto in termini letterali significa per l'appunto "abominevole uomo delle nevi". Le leggende echeggiavano su una vastissima zona geografica, dal Caucaso all'Himalaya, dal Pamir alla Mongolia, fino ai confini estremi della Russia. Nell'Asia centrale vengono chiamati Mehteh, o yeti, mentre le tribù orientali usano la parola Almas. Pare che il primo riferimento a questi esseri ampiamente diffuso in occidente sia stato il rapporto, datato 1832, di B.H. Hodgson, ambasciatore inglese residente presso la corte reale del Nepal, dove si racconta come i cacciatori del posto e i nativi in genere, temessero fortemente la presenza di un "uomo selvatico", con il corpo ricoperto di peli. Più di mezzo secolo dopo, nel i 889, fu la volta del maggiore L.A. Waddell. Mentre stava esplorando l'Himalaya, a quota 5000 m, si era imbattuto in alcune grosse impronte, ben impresse nella neve fresca. I portatori locali, spaventati, gli dissero, senza esitazione, che si trattava del recente passaggio di uno yeti, una creatura feroce propensa ad attaccare l'uomo per cibarsene. Il modo migliore per sfuggirgli era scendere a valle, perché lo yeti aveva capelli così folti e lunghi che, scendendogli sugli occhi nel corso della discesa, gli impedivano di avere una buona percezione visiva. Nel 1921 i componenti di una spedizione guidata dal colonnello Howard-Bury, impegnata nell'aprire per la prima volta un'ascesa sul versante settentrionale dell'Everest, avevano osservato a debita distanza, nei pressi del valico di Lhaptala, alcune creature scure, contrastanti con il candore della neve, che i portatori tibetani indicarono subito come yeti. Nel 1925 N.A. Tombazi, membro della Royal Geographical Sociely, riferì di aver tentato invano di fotografare sul ghiacciaio Zemu un essere che si muoveva goffamente su due gambe. Purtroppo, nel momento in cui era pronto allo scatto, questo era svanito nel nulla. E così, con questo ritmo, leggende e testimonianze si sono intrecciate fino ai nostri tempi, sempre connotate da quel tono di mistero e di lieve dubbio bastevoli per consentire alla scienza di rigettare ogni cosa, parlando di sogni a occhi aperti, inganni e mistificazioni. La fotografia scattata da Shiplon nel 1951 ebbe un'eco straordinaria proprio perché era stata presa dal componente di una spedizione scientifica, che non avrebbe avuto alcun motivo di raccontare frottole. Oltre tutto poi, l'immagine parlava da sola e non necessitava di alcun commento. Almeno così veniva da immaginare. Invece il Dipartimento di storia naturale del British Museum non la pensava così, tanto che uno dei suoi più illustri rappresentanti, il dottor T.C.S. Morris-Scott denunciò al mondo scientifico che la sua idea era ben diversa e che l'orma fotografata apparteneva a una creatura, l'entello himalayano, che i locali chiamavano langur. La sua decisa affermazione si fondava sulla descrizione di uno yeti fatta dallo sherpa Ten Sing, il quale parlava di una creatura poco più alta di 150 cm, dall'andatura eretta, il cranio a punta conica e una folta pelliccia rossastra. Secondo Morris-Scott questa descrizione collimava alla perfezione con quella del langur. La principale obiezione a questa osservazione stava nel fatto che anche il langur, come la maggioranza delle scimmie, procede quasi sempre a quattro zampe e vanta cinque dita molto allungate, compreso quello prominente che non è mai arrotondato. Alla fine, l'ipotesi venne rigettata dagli stessi colleghi di Morris-Scott e presto dimenticata. L'enigma dell'uomo delle nevi continuava pertanto a restare tale. Un'ipotesi un poco più fantasiosa è quella proposta dallo zoologo olandese Bernard Huevelrnans, esposta in una serie di articoli apparsi a Parigi nel 1952. Egli ricordava che nel 1934 il dottor Ralph von Koenigwald aveva scoperto in un'antica farmacia cinese di Honk Kong alcuni antichissimi denti; la tradizione cinese attribuisce alla polvere di dente particolari doti terapeutiche. Fra quei denti c'era un molare di tipo umano, grande almeno due volte quello di un normale gorilla adulto, idea che suggeriva fosse appartenuto a una creatura alta circa 6 m. Alcuni approfondimenti rivelarono che il mostruoso gigante - divenuto noto in tutto il mondo col nome di gigantopithecus - si era estinto da circa mezzo milione di anni. Per Huevelrnans, dunque, l'impronta che Shipton aveva fotografato doveva appartenere a un erede, chissà come sopravvissuto, del gigantopithecus. La sua teoria venne snobbata e solo pochi colleghi si degnarono di prenderla in considerazione. Nel 1954 il giornale «Daily Mail» finanziò una spedizione al fine di catturare (o per lo meno riuscire a fotografare) uno yeti. Dopo 15 settimane di inutili sopralluoghi, tutto si era concluso senza il minimo successo, se solo si fa eccezione per un'informazione decisamente importante. La spedizione aveva scoperto che in molti monasteri tibetani erano conservati scalpi di yeti, considerati preziose reliquie. In alcuni casi una visione diretta aveva consentito osservazioni affascinanti. Erano tutti lunghi e conici, simili a una mitra vescovile, e ricoperti da un fitto pelame, compresa una specie di "cresta" nel centro, composta da capelli diritti. In un caso si era scoperto che lo scalpo gelosamente conservato era un falso, vale a dire era stato ottenuto con alcuni brandelli di pelle di animale cuciti insieme. Tuttavia, tanti altri risultavano ricavati da un solo pezzo di pelle. Frammenti di capelli prelevati da questi scalpi li rivelarono appartenenti ad animali sconosciuti. Insomma, anche se lo yeti non era stato catturato, erano comunque emerse prove più che sufficienti a dimostrarne l'esistenza. Ma niente da fare, neppure questa volta. Quando a Sir Edmund Hillary venne concesso, in segno di grande onore, di trattenere uno scalpo per qualche tempo - ricordiamo quanto l'oggetto fosse tenuto in alto riguardo presso i sacerdoti tibetani - Bernard Huevelmans ebbe l'opportunità di studiarlo a fondo. Disse che gli ricordava la sagoma della testa di una grande capra di montagna che aveva avuto modo di osservare a lungo in uno zoo negli anni prima della guerra. Questo tipo di caprone, grande e massiccio, vive anche in Nepal, la terra per eccellenza dell’abominevoli uomo delle nevi. Huevelmans ne aveva allora portato uno a fini di studio presso il Royal Institute di Bruxelles, dimostrando con una comparazione dettagliata che anche gli scalpi conservati dai preti tibetani appartenevano a questo genere di animale. La pelle era stata appiattita e lavorata col vapore, ma non si poteva parlare di un falso deliberato. Si trattava di un copricapo che veniva indossato dai sacerdoti celebranti nel corso di particolari riti. La tradizione era antichissima e risaliva a tempi sconosciuti. Gli scalpi risalivano a questi periodi, erano stati tramandati come scalpi di yeti e tutti continuavano a ritenerli tali. A questo punto, era diventata convinzione comune che la storia dello yeti altro non fosse che una leggenda. Eppure, anche questa volta si trattò di una conclusione affrettata. Certo, i tanti europei che si erano spinti alla ricerca della misteriosa creatura potevano anche essersi sbagliati nel sostenere di aver visto una cosa anziché un'altra; ma come si potevano liquidare con tanta facilità le impronte, avvistate e fotografate in abbondanza? Nel 1955 un francese, l'abate Bordet, ne vide addirittura tre serie. Nello stesso anno il capo di una spedizione, Lester Davies, ne filmò altre. Nel giugno del 1970, lo scalatore Don Whillans sostenne di aver scorto una creatura molto simile a una grossa scimmia sui contrafforti dell'Annapurna e nel 1978 Lord Hunt fotografò alcune nitide impronte. Nel frattempo anche in Russia cominciarono a venire allo scoperto alcune testimonianze. Nel 1958 il tenente colonnello Vargen Karapetyan pubblicò su un giornale moscovita a larga tiratura un ampio articolo sullo yeti - da quelle parti conosciuto come Alma - intervistando a lungo il più noto esperto del campo, il professor Boris Porshnev. Nel dicembre del 1941 la sua unità operativa stava combattendo contro i tedeschi invasori sul fronte del Caucaso, nelle vicinanze di Buinakst. Un giorno erano andati da lui alcuni partigiani, i quali lo avevano sollecitato ad andare a vedere un prigioniero appena catturato. Gli dissero però che avrebbe potuto osservarlo solo da lontano, perché non appena era stato ricoverato dentro una stanza al caldo si era denudato e aveva incominciato a sudare in abbondanza, per di più era pieno di pulci dalla testa ai piedi. Si trattava di un essere senz'altro diverso da una scimmia: nudo, sporco e spettinato, pareva sordo e spaesato, vacillante. Karapetyan aveva voluto egualmente avvicinarlo. Quando gli aveva scostato i lunghi capelli incolti dal viso per guardarlo in volto, la più netta impressione ricevuta era una silenziosa richiesta di pietà e aiuto. Era evidente che non capiva ciò che gli veniva detto. Alla fine Karapetyan se n'era andato, invitando il gruppo di partigiani che lo aveva in custodia a pensare che fare di quello strano uomo. Qualche giorno dopo gli era giunta la notizia che era scappato. Ovviamente, la storia puzza di bruciato, come si dice. Eppure, un rapporto del Ministero dell'Interno del Daghestan confermò ogni cosa, aggiungendo una nota decisiva in più. L'uomo selvaggio era stato giudicato dalla corte marziale e giustiziato come traditore. Nel gennaio del 1958 il professor Alexander Pronin, dell'Università di Leningrado, riferì di aver visto un Alma. Si trovava nel Pamir, quando ad un tratto aveva scorto, sullo sfondo delle rocce, una creatura ignota che si stava arrampicando. Aveva una sagoma umana, con lunghi capelli rossicci. Quando si era accorto della sua presenza, era rimasto a guardarlo per quasi cinque minuti, poi era scomparso. Tre giorni dopo, il contatto a distanza si era ripetuto in quello stesso posto. Per una serie di logici motivi, la dottrina marxismi non accettava l'idea dell'uomo selvatico, ma quando le notizie incominciarono ad accumularsi, l'evidenza non potè più essere negata. Dobbiamo a Boris Porshnev la raccolta di tutte le testimonianze di avvistamento di un Abominevole nel mondo russo, una serie di notizie di cui Odette Tchernine si è ampiamente servita per il suo notevole libro intitolato The yeti. Proviamo, adesso, a sintetizzare i fatti: la prova relativa all'esistenza reale di una creatura singolare chiamata yeti. Alma, Bigfoot, Sasquatch o "abominevole uomo delle nevi" è piuttosto acclarata e centinaia di segnalazioni inducono a credere non possa fondarsi soltanto su fantasie e immaginazioni. Se, dunque, un essere simile esiste per davvero, di che cosa potrebbe trattarsi? La professoressa Myra Shackley, assistente di archeologia presso l'università di Leicester, sostiene di saperlo. È convinta che lo yeti sia un uomo di Neanderthal sopravvissuto. La sua ipotesi viene condivisa in pieno dalla Tchernine, sulla scorta del suo attento studio dei molti casi sovietici. Come sappiamo, l'uomo di Neanderthal è il predecessore dell'attuale umanità. Le prime tracce della sua comparsa vengono fatte risalire a circa 100.000 anni or sono. Era più piccolo e più simile a una scimmia che non l'uomo d'oggi, dotato di una fronte sfuggente e di una mandibola prognata. Viveva in caverne e i mucchi di ossa di animali commestibili rintracciate in questi rifugi attestano che le donne erano delle casalinghe poco ordinate e pulite. Probabilmente era anche dedito al cannibalismo, tuttavia non si può dire avesse soltanto tratti animaleschi. Il ritrovamento di alcuni pigmenti colorati all'interno delle grotte abitate, dimostra, per esempio, che amava i colori e certamente apprezzava la bellezza dei fiori. Inoltre, poiché aveva l'usanza di seppellire i morti, è presumibile immaginare che credesse nell'aldilà. Alcune misteriose pietre arrotondate e graffiate, inducono ad attribuirgli anche una qualche forma di religiosità, forse un culto solare. Il nostro antenato più diretto, il cosiddetto uomo di CroMagnon, si affacciò sulla Terra soltanto 50.000 mila or sono ed è a lui che dobbiamo le celebri raffigurazioni rupestri. Col suo arrivo, l'uomo di Neanderthal scompare all'improvviso, secondo una dinamica che ancora oggi la scienza non è in grado di spiegare. L'idea generale è che sia stato completamente annientato e sostituito dal CroMagnon. Nella sua opera dal titolo The Neanderthal Question, lo psicologo Stan Gooch avanza una tesi sconcertante: questo nostro antichissimo antenato non si sarebbe estinto del tutto e le femmine congiunte con i maschi dei nuovi arrivati CroMagnon avrebbero dato origine a una sottorazza diversa, i cui discendenti sarebbero stati il ceppo originario della razza ebrea. (È bene sottolineare che lo stesso Gooch è un ebreo). Secondo lui l'uomo di Neanderthal vantava doti psichiche superiori a quello di CroMagnon e quelle possedute dall'uomo moderno deriverebbero proprio da questa razza antica. Che si condivida o meno la teoria di Gooch, non è comunque impossibile immaginare che l'uomo di Neanderthal non ce l'abbia fatta a sopravvivere, scacciato in qualche enclave segreta e solitaria dalla nuova razza di uomini che si stava impossessando del pianeta. La già citata Myra Shackley ha setacciato i monti Aitai spingendosi fino alla Mongolia ed è convinta che l'Alma esista davvero: «Vivono all'interno di caverne, cacciano per procurarsi il cibo, utilizzano attrezzi in pietra e vestono con pelli di animali lavorate». Fra i tanti casi, la Sheckley ricorda quello di un dottore russo che nel 1972 ebbe in ventura di incontrare un'intera famiglia di Alma. Anche Odette Tchernine riporta molti episodi simili e lo stesso fa il professor Porshnev, il quale ha portato alla luce un gran numero di tradizioni popolari legate alla presenza dell'uomo selvatico e di queste misteriose creature. Presso gli Abzachiani, per esempio, sono ancora oggi vivissime le leggende di Alma catturati e condotti nel mondo civile e addomesticati. La Tchernine parla di loro chiamandoli pre ominidi. Porshnev ha investigato di persona su un caso di estremo interesse riguardante un esemplare femmina di Alma catturato a metà del XIX secolo nella regione dell'Ochamchir. Alcuni cacciatori della zona, imbattutisi in un Alma femmina, l'avevano catturata e portata al villaggio. Aveva un aspetto scimmiesco, con lunghi capelli scuri e pelo sul corpo. Violenta e cattiva, per anni non c'era stato verso di addolcirne il carattere ed era vissuta in una gabbia, dentro la quale i custodi gettavano il cibo. Le era stato assegnato il nome di Zana. Porshnev riuscì ancora a intervistare alcune persone che l'aveva vista e la ricordavano, fra cui un uomo di oltre centocinque anni. Poi, finalmente, si era calmata e aveva incominciato a socializzare. Poco alla volta aveva imparato a compiere qualche piccolo lavoro, come per esempio sgranare le pannocchie di granturco. Aveva un grande seno, gambe e braccia muscolose, dita sottili e lunghe; odiava il caldo e preferiva stare al freddo. Andava pazza per l'uva, che divorava a grappoli, amava bere il vino: beveva parecchio per addormentarsi di colpo riposando profondamente per ore e ore di fila. Era divenuta madre in più di un'occasione con padri diversi, ma i figli erano tutti morti, per quella sua mania animalesca di trattarli troppo rigidamente, per esempio andandoli a lavare nel fiume ghiacciato (poiché i neonati potevano ormai considerarsi esseri quasi umani, non avevano ereditato la straordinaria resistenza al freddo della genitrice). Alla fine, i paesani decisero di sottrarle l'ultima, chiamiamola così, cucciolata. I bambini erano stati allevati nel villaggio ed erano cresciuti sani e molto simili a normali esseri umani. Avevano imparato a parlare e ragionavano in modo logico. Il più giovane è morto in tempi relativamente recenti, nel 1954 (Zana se n'era andata nel 1890). Porshnev ha avuto modo di incontrare due pronipoti di Zana, constatandone la pelle scura e le fattezze di tipo negroide. Uno dei nipoti, un certo Shalikula, possedeva una mascella così potente da essere in grado di reggere fra i denti una sedia con un uomo seduto sopra. Al di là di qualsiasi altro discorso, ci sembra che questa sia una prova quanto mai evidente che l'esistenza dell’abominevole uomo delle nevi, potrebbe non essere affatto frutto di immaginazione.

http://www.misterieleggende.com/mostri_creature/bigfoot.php


domenica 17 aprile 2011

Film e spiritualità : LA FINE E' IL MIO INIZIO

Bellissimo film su un personaggio che rimarrà nella storia. Ho già scritto un post (vedere link) su Terzani e accennato alla mia esperienza nella sua amata Orsigna, da lui definita "la mia piccola Himalaya". Questo è un approfondimento sulla sua grande saggezza.


MYSTERIUM





Mio carissimo Folco,
sai quanto odio il telefono e quanto mi e ormai difficile, con le pochissime forze che ho, scrivere anche due righe così. Per cui niente « lettera », ma un telegramma con le due o tre cose a cui ancora tengo e che è importante tu sappia.
Sono terribilmente affaticato, ma serenissimo. Adoro essere in questa casa e conto di non muovermi più da qui. Spero di vederti presto, ma solo a condizione che tu abbia finito il tuo lavoro. Una volta qui, tutto ti(ci) travolgerà, specie se tu accettassi un'idea sulla quale ho molto riflettuto. Questa:
...e se io e te ci sedessimo ogni giorno per un'ora e tu mi chiedessi le cose che hai sempre voluto chiedermi e io parlassi a ruota libera di tutto quello che mi sta a cuore, dalla storia della mia famiglia a quella del grande viaggio della vita? Un dialogo fra padre e figlio, così diversi e così eguali, un libro testamento che toccherà a te mettere assieme.
Fai presto, perché non credo di avere molto tempo. Fai i tuoi programmi e io cerco di sopravvivere ancora per un po' per questo bellissimo progetto, se sei d'accordo.
Ti abbraccio,

i'babbo


Tre mesi prima di morire, Tiziano Terzani chiama il figlio Folco a Orsigna, nella loro casa di montagna, per raccontargli la sua vita. Padre e figlio si incontrano sotto un albero, unico testimone un registratore, e parlano della vita passata, delle passioni e dei divertimenti.

Terzani racconta cose di cui prima non ha mai parlato: l'infanzia povera a Firenze e i primi passi nel mondo del giornalismo.

I grandi momenti della sua vita - la violenza della guerra in Vietnam, la delusione del comunismo in Cina, l'orrore del futuro visto in Giappone - si alternano ai ricordi personali di viaggi avventurosi in zone proibite, di incontri con spie, e di passioni che lo hanno portato a collezionare migliaia di libri, statue tibetane e gabbie piene di uccelli esotici.

Ed è così che parola dopo parola, ricordo dopo ricordo, Terzani si mostra in tutta la sua pienezza: un uomo dalla vita intensa, colorata ed energica, un viaggiatore d'eccezione, un testimone non sempre comodo che ha attraversato gli eventi della Storia, le guerre e i grandi temi politici degli ultimi cinquant'anni.



"La fine è il mio inizio" è una biografia parlata, il testamento di un padre che cerca di passare al figlio l'essenza di quello che nella vita ha imparato e soprattutto, l'ultimo libro che Tiziano Terzani ci ha lasciato, l'ultima tappa di un lungo cammino per il mondo alla ricerca della verità.


Un brano:

"Questo è stato il mio viatico: viaggiare per il mondo alla ricerca della verità."

"Intanto tu sei venuto a tenermi per mano e questo ci dà l'occasione di parlare del viaggio di quel ragazzino, nato in un letto di via Pisana, un quartiere popolare di Firenze, che si ritrova nelle grandi storie del suo tempo - la guerra in Vietnam, la Cina, la caduta dell'impero sovietico - poi va sull'Himalaya, e adesso è qui, in una sua piccola Himalaya, ad aspettare questa ora secondo me piacevole.

Allora, questa è la fine, ma è anche l'inizio di una storia che è la mia vita e di cui mi piacerebbe ancora parlare con te per vedere insieme se, tutto sommato, c'è un senso."

 

Tiziano Terzani - Anteprima - La Fine è il Mio Inizio


Un monaco zen siede nel silenzio della sua cella, prende un pennello e con grande concentrazione fa un cerchio che si chiude, l'ultimo gesto della mano su questa terra.

Tiziano Terzani, sapendo di essere arrivato alla fine del suo percorso, parla al figlio Folco di cos'è stata la sua vita e di cos'è la vita: «Se hai capito qualcosa la vuoi lasciare lì in un pacchetto», dice. Così, all'Orsigna, sotto un albero a due passi dalla gompa, la sua casetta in stile tibetano, in uno stato d'animo meraviglioso, racconta di tutta una vita trascorsa a viaggiare per il mondo alla ricerca della verità.

E cercando il senso delle tante cose che ha fatto e delle tante persone che è stato, delinea un affresco delle grandi passioni del proprio tempo. Ai giovani in particolare ricorda l'importanza della fantasia, della curiosità per il diverso e il coraggio di una vita libera, vera, in cui riconoscersi.


Tiziano Terzani

Da Wikiquote, aforismi e citazioni in libertà.

Tiziano Terzani (1938 – 2004), giornalista e scrittore italiano.
  • L'unico vero maestro non è in nessuna foresta, in nessuna capanna, in nessuna caverna di ghiaccio dell'Himalaya… È dentro di noi! (citato in Dentro di noi. Parlano i lettori di Tiziano Terzani, TEA, a cura di A. Bortolotti e M. De Martino)
  • Oggi l'economia è fatta, per costringere tanta gente, a lavorare a ritmi spaventosi per produrre delle cose per lo più inutili, che altri lavorano a ritmi spaventosi, per poter comprare, perché questo è ciò che da soldi alle società multinazionali, alle grandi aziende, ma non dà felicità alla gente. Io trovo che c'è una bella parola in italiano che è molto più calzante della parola felice, ed è contento, accontentarsi, uno che si accontenta è un uomo felice. (da Anam, il senzanome, Longanesi, 2004)
  • Ma chi erano veramente i Khmer rossi? Assassini sanguinari, accecati dall'ideologia marxista-leninista, dicevano i diplomatici americani e gli agenti della Cia… Ma noi non ci facevamo influenzare… Ricordo benissimo di aver girato in mezzo a quelle decine di cadaveri, sgozzati, impalati, maciullati, cercando di convincermi che non potevano essere stati uccisi dai guerriglieri, che magari quella gente era rimasta vittima dei bombardamenti americani e poi era stata messa lì, usata, per così dire, in modo da farci credere alla storia del massacro comunista. (da Pola Post, tu non mi piaci più, la Repubblica, 29 marzo 1985)
  • Tutta la nostra società è fatta per dare spago alla violenza, e allora violenza produce violenza, non c'è niente da fare. Per questo anche il mio essere vegetariano è una scelta morale. Ma come si può allevare la vita per uccidere e mangiarsela? Come si può tenere in delle spaventose, spaventose gabbie, migliaia e migliaia e migliaia di polli a cui si deve tagliare il becco perché non becchino, impazziti come sono, le galline che gli stanno avanti? Come si può allevare un vitello – che è bello, no? – un piccolo vitello, chiuderlo in una scatola di ferro, in una gabbia di ferro, perché cresca anchilosato dentro e la sua carne rimanga bianca? Tutto per ingrassare, tutto perché possiamo avere anche noi parte di questa realtà, ce la possiamo mangiare. Hai mai sentito gli urli di un macello di maiali? E come puoi mangiare il maiale, poi? È impossibile. (da Anam, il senzanome - Film di Mario Zanot (Produzione Mediaset))

Buonanotte, signor Lenin 

Incipit 

Come spesso capita con le più belle avventure della vita, anche questo viaggio cominciò per caso. Nel febbraio del 1991 ero riuscito a ottenere un visto per andare nelle Curili, le isole alla fine del mondo, l'ultima frontiera dell'impero sovietico, i «Territori del Nord», come li chiama il Giappone che, ostinatamente, li reclama per sé. In quelle isole lontanissime, avvolte in misteriosi, eterni banchi di nebbia, in mezzo all'Oceano Pacifico, avevo passato quasi un mese affascinato da una incredibile, selvaggia natura fatta di montagne ghiacciate e di laghi che ribollono, coinvolto nel destino di quella straordinaria razza di uomini e donne andati laggiù, per lo più dalla Russia, con l'idea di costruirci un avamposto del socialismo e ora, disorientati dalla fine di quel sogno, abbandonati a sé stessi, a fare i conti con le loro vite sprecate, senza più una patria cui tornare, senza una storia di cui vantarsi, ma con sulla pelle tutte le tracce di sacrifici e durezze che nessuno è più disposto a riconoscere loro.

Citazioni 

  • La Storia non esiste. Il passato è solo uno strumento del presente e come tale è raccontato e semplificato per servire gli interessi di oggi.
  • Quando la religione diventa un grande potere all'interno dello Stato, lo Stato di per sé perde potere sui suoi cittadini.
  • Mi perdo a pensare quant'è umanamente particolare questo momento storico dell'Unione Sovietica. Il sistema comunista, che per decenni ha determinato la vita di tutti, e spessissimo anche la loro morte, sta crollando. Ma d'un tratto è come se quel sistema fosse stato imposto da qualcuno venuto dallo spazio, come se nessuno quaggiù avesse contribuito a tenerlo in piedi. La corsa all'«io non c'ero e, se c'ero, ero una vittima» è pateticamente incominciata.

La fine è il mio inizio 

Incipit 

Folco, Folco, corri, vieni qua! C'è un cuculo nel castagno. Non lo vedo, ma è lì che canta la sua canzone:
Cucù, cucù, l'inverno non c'è più
È ritornato il maggio col canto del cucù
Bellissimo, senti!
Che gioia, figlio mio. Ho sessantasei anni e questo grande viaggio della mia vita è arrivato alla fine. Sono al capolinea. Ma ci sono senza alcuna tristezza, anzi, quasi con un po' di divertimento. L'altro giorno la Mamma mi ha chiesto «Se qualcuno telefonasse e ci dicesse d'aver scoperto una pillola che ti farebbe campare altri dieci anni, la prenderesti?» E io istintivamente ho risposto «No!» Perché non la vorrei, perché non vorrei vivere altri dieci anni. Per rifare tutto quello che ho già fatto? Sono stato nell'Himalaya, mi sono preparato a salpare per il grande oceano di pace e non vedo perché ora dovrei rimettermi su una barchetta a pescare, a far la vela. Non mi interessa.
Guarda la natura da questo prato, guardala bene e ascoltala. Là, il cuculo; negli alberi tanti uccellini – chi sa chi sono? – coi loro gridi e il loro pigolio, i grilli nell'erba, il vento che passa tra le foglie. Un grande concerto che vive di vita sua, completamente indifferente, distaccato da quel che mi succede, dalla morte che aspetto. Le formicole continuano a camminare, gli uccelli cantano al loro dio, il vento soffia.

Citazioni 

  • A volte bisogna rischiar, fare altre cose. Occorre rinunziare ad alcune garanzie perché sono anche delle condizioni.
  • Che cos'è che ci fa così spavento della morte? Quello che ci fa paura, che ci congela davanti a quel momento è l'idea che scomparirà in quell'attimo tutto quello a cui noi siamo tanto attaccati. Prima di tutto il corpo. Del corpo ne abbiamo fatto un'ossessione.
  • E ricordati, io ci sarò. Ci sarò su nell'aria. Allora ogni tanto, se mi vuoi parlare, mettiti da una parte, chiudi gli occhi e cercami. Ci si parla. Ma non nel linguaggio delle parole. Nel silenzio.
  • Ho fatto questo mio mestiere proprio come una missione religiosa, se vuoi, non cedendo a trappole facili. La più facile, te ne volevo parlare da tempo, è il Potere. Perché il potere corrompe, il potere ti fagocita, il potere ti tira dentro di sé! Capisci? Se ti metti accanto a un candidato alla presidenza in una campagna elettorale, se vai a cena con lui e parli con lui diventi un suo scagnozzo, no? Un suo operatore. Non mi è mai piaciuto. Il mio istinto è sempre stato di starne lontano. Proprio starne lontano, mentre oggi vedo tanti giovani che godono, che fioriscono all'idea di essere vicini al Potere, di dare del "tu" al Potere, di andarci a letto col Potere, di andarci a cena col Potere, per trarne lustro, gloria, informazioni magari. Io questo non lo ho mai fatto. Lo puoi chiamare anche una forma di moralità. Ho sempre avuto questo senso di orgoglio che io al potere gli stavo di faccia, lo guardavo, e lo mandavo a fanculo. Aprivo la porta, ci mettevo il piede, entravo dentro, ma quando ero nella sua stanza, invece di compiacerlo controllavo che cosa non andava, facevo le domande. Questo è il giornalismo.
  • Ho sempre sentito che avevo delle responsabilità. Quel senso del dovere, poi, che avevo sempre addosso, quel senso che, insomma, era giusto fare certe cose o non farle. Ma non ero io... era che non c'era niente di più importante nella mia vita, non c'era niente di più grande, sai... sono uno che non ha mai fatto compromessi. Non ne ho avuto forse un grande bisogno, ma avevo una ripulsione per i compromessi e se questa la vuoi chiamare moralità, sì.
  • Il coraggio è il superamento della paura.
  • L'inizio è la mia fine e la fine è il mio inizio. Perché sono sempre più convinto che è un'illusione tipicamente occidentale che il tempo è diritto e che si va avanti, che c'è progresso. Non c'è. Il tempo non è direzionale, non va avanti, sempre avanti. Si ripete, gira intorno a sé. Il tempo è circolare. Lo vedi anche nei fatti, nella banalità dei fatti, nelle guerre che si ripetono.
  • La regola secondo me è: quando sei a un bivio e trovi una strada che va in su e una che va in giù, piglia quella che va in su. È più facile andare in discesa, ma alla fine ti trovi in un buco. A salire c'è più speranza. È difficile, è un altro modo di vedere le cose, è una sfida, ti tiene all'erta.
  • La vera comprensione è quella che va al di là della ragione e che si fonda sull'istinto, sul cuore.
  • No, non c'è futuro. Il futuro è una scatola vuota in cui metti tutte le tue illusioni.
  • Questo mondo è una meraviglia. Non c'è niente da fare, è una meraviglia. E se riesci a sentirti parte di questa meraviglia – ma non tu, con i tuoi due occhi e i tuoi due piedi; se Tu, questa essenza di te, sente d'essere parte di questa meraviglia – ma che vuoi di più, che vuoi di più? Una macchina nuova?
  • Una strada c'è nella vita. La cosa buffa è che te ne accorgi solo quando è finita. Ti volti indietro e dici "oh, guarda, c'è un filo". Quando vivi non lo vedi il filo, eppure c'è. Perché tutte le decisioni che prendi, tutte le scelte che fai sono determinate, si crede, dal libero arbitrio, ma anche questa è una balla. Sono determinate da qualcosa dentro di te che è innanzitutto il tuo istinto, e poi da qualcosa che gli indiani chiamano il karma accumulato fino ad allora.
  • La verità è una terra senza sentieri.

Lettere contro la guerra 

Incipit 

Ci sono giorni nella vita in cui non succede niente, giorni che passano senza nulla da ricordare, senza lasciare una traccia, quasi non si fossero vissuti. A pensarci bene, i più sono giorni così, e solo quando il numero di quelli che ci restano si fa chiaramente più limitato, capita di chiedersi come sia stato possibile lasciarne passare, distrattamente, tantissimi. Ma siamo fatti così: solo dopo si apprezza il prima e solo quando qualcosa è nel passato ci si rende meglio conto di come sarebbe averlo nel presente. Ma non c'è più.

Citazioni 

  • A volte mi chiedo se il senso di frustrazione, d'impotenza che molti, specie fra i giovani, hanno dinanzi al mondo moderno è dovuto al fatto che esso appare loro così complicato, così difficile da capire che la sola reazione possibile è crederlo il mondo di qualcun altro: un mondo in cui non si può mettere le mani, un mondo che non si può cambiare. Ma non è così: il mondo è di tutti.
  • Ci sono giorni nella vita in cui non succede niente, giorni che passano senza nulla da ricordare, senza lasciare una traccia, quasi non si fossero vissuti. A pensarci bene, i più sono giorni così, e solo quando il numero di quelli che ci restano si fa chiaramente più limitato, capita di chiedersi come sia stato possibile lasciarne passare, distrattamente, tantissimi. Ma siamo fatti così: solo dopo si apprezza il prima e solo quando qualcosa è nel passato ci si rende meglio conto di come sarebbe averlo nel presente. Ma non c'è più.
  • Facciamo più quello che è giusto, invece di quello che ci conviene. Educhiamo i figli ad essere onesti, non furbi.
  • Guarda un filo d'erba al vento e sentiti come lui. Ti passerà anche la rabbia. [Lettera a Oriana Fallaci]
  • Il mondo è cambiato. Dobbiamo cambiare noi. Innanzitutto non facendo più finta che tutto è come prima, che possiamo continuare a vivere vigliaccamente una vita normale. Con quel che sta succedendo nel mondo la nostra vita non può, non deve, essere normale. Di questa normalità dovremmo avere vergogna.
  • Il mondo non è più quello che conoscevamo, le nostre vite sono definitivamente cambiate. Forse questa è l'occasione per pensare diversamente da come abbiamo fatto finora, l'occasione per reinventarci il futuro e non rifare il cammino che ci ha portato all'oggi e potrebbe domani portarci al nulla. Mai come ora la sopravvivenza dell'umanità è stata in gioco. [Riferendosi all'11 settembre 2001]
  • Le montagne, come il mare, ricordano una misura di grandezza dalla quale l'uomo si sente ispirato, sollevato. Quella stessa grandezza è anche in ognuno di noi, ma lì ci è difficile riconoscerla. Per questo siamo attratti dalle montagne. Per questo, attraverso i secoli, tantissimi uomini e donne sono venuti quassù nell'Himalaya, sperando di trovare in queste altezze le risposte che sfuggivano loro restando nelle pianure. Continuano a venire.
  • Le montagne sono sempre generose. Mi regalano albe e tramonti irripetibili; il silenzio è rotto solo dai suoni della natura che lo rendono ancora più vivo.
  • "In tutta la storia ci sono sempre state delle guerre. Per cui continueranno ad esserci", si dice. "Ma perché ripetere la vecchia storia? Perché non cercare di cominciarne una nuova?" rispose Gandhi a chi gli faceva questa solita, banale obiezione.
  • Solo se riusciremo a vedere l'universo come un tutt'uno in cui ogni parte riflette la totalità e in cui la grande bellezza sta nella sua diversità, cominceremo a capire chi siamo e dove stiamo.
  • Vogliamo eliminare le armi? Bene: non perdiamoci a discutere sul fatto che chiudere le fabbriche di fucili, di munizioni, di mine anti-uomo o di bombe atomiche creerà dei disoccupati. Prima risolviamo la questione morale. Quella economica l'affronteremo dopo. O vogliamo, prima ancora di provare, arrenderci al fatto che l'economia determina tutto, che ci interessa solo quel che ci è utile?

Un altro giro di giostra 

Incipit 

Si sa, capita a tanta gente, ma non si pensa mai che potrebbe capitare a noi. Questo era sempre stato anche il mio atteggiamento.
Così, quando capitò a me, ero impreparato come tutti e in un primo momento fu come se davvero succedesse a qualcun altro.
«Signor Terzani, lei ha il cancro», disse il medico, ma era come non parlasse a me, tanto è vero — e me ne accorsi subito, meravigliandomi — che non mi disperai, non mi commossi: come se in fondo la cosa non mi riguardasse.
Forse quella prima indifferenza fu solo un'istintiva forma di difesa, un modo per mantenere, un contegno, per prendere le distanze, ma mi aiutò. Riuscire a guardarsi con gli occhi di un sé fuori da sé serve sempre. Ed è un esercizio, questo, che si può imparare. Passai ancora una notte in ospedale, da solo, a riflettere.

Citazioni 

  • È sempre così difficile giudicare il senso di quel che ci capita nel momento in cui ci capita e bisognerebbe imparare, una volta per tutte, a dare meno peso a quella distinzione – bene o male, piacere o dispiacere – visto che il giudizio cambia col tempo e spesso il giudizio stesso finisce per non avere alcuno valore.
  • Finirai per trovarla la Via... se prima hai il coraggio di perderti.
  • Guardavo quei bei pesci muoversi nell'acqua, guardavo i maialini appesi agli uncini e pensavo a come, a parte la miseria e la fame, l'uomo ha sempre trovato strane giustificazioni per la sua violenza carnivora nei confronti degli altri esseri vienti. Uno degli argomenti che vengono ancora usati in Occidente per giustificare il massacro annuo di centinaia di milioni di polli, agnelli, maiali e bovi è che per vivere si ha bisogno di proteine. E gli elefanti? Da dove prendono le proteine gli elefanti?
  • I miracoli esistono e sono miracoli perché capitano una volta ogni tanto, perché sono qualcosa di insolito, qualcosa che non capiamo, perché sono un'eccezione alla regola del non-miracolo.
  • "Io chi sono?". La risposta sta nel porsi la domanda, nel rendersi conto che io non sono il mio corpo, non sono quello che faccio, non sono quello che posseggo, non sono i rapporti che ho, non sono neppure i miei pensieri, non le mie esperienze, non quell'Io a cui teniamo così tanto. La risposta è senza parole. È nell'immergersi silenzioso dell'Io nel Sé.
  • La vera conoscenza non viene dai libri, neppure da quelli sacri, ma dall'esperienza. Il miglior modo per capire la realtà è attraverso i sentimenti, l'intuizione, non attraverso l'intelletto. L'intelletto è limitato.
  • L'ultimo pezzo del cammino, quella scaletta che conduce sul tetto da cui si vede il mondo o sul quale ci si può distendere a diventare una nuvola, quel'ultimo pezzo va fatto a piedi, da soli.
  • Quella che chiamiamo eufemisticamente "carne" sono in verità pezzi di cadaveri, di animali morti, morti ammazzati. Perché fare del proprio stomaco un cimitero?
  • Questo è un altro aspetto rasserenante della natura: la sua immensa bellezza è lì per tutti. Nessuno può pensare di portarsi a casa un'alba o un tramonto.
  • Viaggiare era sempre stato per me un modo di vivere e ora avevo preso la malattia come un altro viaggio: un viaggio involontario, non previsto, per il quale non avevo carte geografiche, per il quale non mi ero in alcun modo preparato, ma che di tutti i viaggi fatti fino ad allora era il più impegnativo, il più intenso.
  • Vivo ora, qui, con la sensazione che l'universo è straordinario, che niente ci succede per caso e che la vita è una continua scoperta. E io sono particolarmente fortunato perché, ora più che mai, ogni giorno è davvero un altro giro di giostra.

Un indovino mi disse 

Incipit 

Una buona occasione nella vita si presenta sempre. Il problema è saperla riconoscere e a volte non è facile. La mia, per esempio, aveva tutta l'aria di essere una maledizione. "Attento! Nel 1993 corri un gran rischio di morire. In quell'anno non volare. Non volare mai", m'aveva detto un indovino. Era successo a Hong Kong. Avevo incontrato quel vecchio cinese per caso. Sul momento quelle parole m'avevano ovviamente colpito, ma non me ne ero fatto un gran cruccio. Era la primavera del 1976, e il 1993 pareva ancora lontanissimo. Quella scadenza però non l'avevo dimenticata. M'era rimasta in mente, un po' come la data di un appuntamento cui non si è ancora deciso se andare o no.

Citazioni 

  • Ho scoperto prestissimo che i migliori compagni di viaggio sono i libri: parlano quando si ha bisogno, tacciono quando si vuole silenzio. Fanno compagnia senza essere invadenti. Danno moltissimo, senza chiedere nulla.
  • Ogni posto è una miniera. Basta lasciarcisi andare, darsi tempo, stare seduti in una casa da tè ad osservare la gente che passa, mettersi in un angolo del mercato, andare a farsi i capelli e poi seguire il bandolo di una matassa che può cominciare con una parola, con un incontro, con l'amico di un amico di una persona che si è appena incontrata e il posto più scialbo, più insignificante della terra diventa uno specchio del mondo, una finestra sulla vita, un teatro di umanità dinanzi al quale ci si potrebbe fermare senza più il bisogno di andare altrove. La miniera è esattamente là dove si è: basta scavare.

Bibliografia 

  • Tiziano Terzani, Lettere contro la guerra, Edizioni Longanesi & C., 2002.
  • Tiziano Terzani, Buonanotte, signor Lenin, TEA, 2004.
  • Tiziano Terzani, Un indovino mi disse, TEA, 2004.
  • Tiziano Terzani, Un altro giro di giostra. Viaggio nel male e nel bene del nostro tempo, Edizioni Longanesi & C., 2004
  • Tiziano Terzani, La fine è il mio inizio. Un padre racconta al figlio il grande viaggio della vita, a cura di Folco Terzani, Edizioni Longanesi & C., 2006.

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Spesso crediamo che i nostri cari, le persone più amate, siano immortali, indistruttibili ed eterni. Quando ci rendiamo conto che così non è tutto il mondo ci crolla addosso e solo allora vediamo con occhi diversi.


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