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domenica 11 ottobre 2009

Fascismo : creazione degli Illuminati

Stemma della Repubblica Sociale Italiana
Rito Simbolico Italiano




Stefania Nicoletti

Fonte:http://paolofranceschetti.blogspot.com/2008/03/mussolini-e-la-massoneria.html


Il rapporto fra fascismo e massoneria è a dir poco ambiguo e, al di là dei proclami propagandistici di Mussolini, fu tutt’altro che conflittuale, a cominciare dal finanziamento offerto da alcune logge milanesi alle squadre fasciste che si apprestavano a marciare su Roma[i]. Il programma del movimento, per la parte sociale, si poneva il piano della massonica “democrazia del lavoro” e fu elaborato dal “fratello” Alceste De Ambris[ii]. Impossibile elencare qui tutti i fascisti massoni: sono davvero troppi, anche tra gli stessi fondatori dei Fasci di Combattimento nel 1919.
Tra i più noti: Italo Balbo, Dino Grandi, Roberto Farinacci, Michele Bianchi, Emilio De Bono, Giacomo Acerbo, Achille Starace. E Licio Gelli, la cui asces
a iniziò proprio in seno al regime fascista[iii]. Nel dopoguerra, nel carcere romano di Regina Cœli, il futuro fondatore della Loggia P2, che mai rinnegò il suo profondo credo fascista, condivise la cella e strinse amicizia con il principe Junio Valerio Borghese[iv], l’autore del futuro tentato golpe del ’70.

La Massoneria di Piazza del Gesù (Gran Loggia Nazionale d’Italia, di rito scozzese, separatasi dal Grande Oriente nel 1908), guidata in quegli anni da Raoul Vittorio
Palermi, appoggiò l’ascesa del fascismo. Ma anche l’allora Gran Maestro del GOI Domizio Torrigiani augurò il successo al governo di Mussolini dopo la Marcia su Roma. In seguito, Palermi continuò ad appoggiare il fascismo, arrivando a conferire a Mussolini la sciarpa e il brevetto di 33esimo grado[v]. Palermi figurò anche tra gli informatori dell’OVRA[vi], la polizia politica fascista. Torrigiani invece se ne discostò, pur continuando a mantenere presenze massoniche del GOI nei gangli finanziari dello Stato[vii] (emblematico il caso del massone Beneduce a capo dell’IRI).

Se è vero ciò che diceva Antonio Gramsci, che la Massoneria fu il vero e autentico partito della borghesia italiana[viii], non si fa fatica a capire come mai appoggiò l’ascesa al potere del fascismo. Il movimento di Mussolini, infatti, si presentava sia come anticapitalista (pur ricevendo finanziamenti dai più grandi gruppi industriali e bancari esteri, soprattutto francesi, inglesi e americani; ma, si sa, pecunia non olet), sia come antibolscevico, anticomunista e antiproletario. Mussolini, nei suoi discorsi demagogici, attaccava sia i grandi indust
riali sia i proletari. Si presentava quindi come il difensore della piccola e media borghesia, che fu infatti il maggiore sostenitore del fascismo, vedendo in pericolo i propri interessi economici dopo l’occupazione delle fabbriche nel cosiddetto “biennio rosso”. Si unirono così gli industriali del Nord e i latifondisti del Sud, che minacciati dalle lotte degli operai e dei braccianti, trovarono nel fascismo un naturale alleato. Nel blocco confluirono elementi dell’esercito e della burocrazia: quindi una parte non indifferente della base massonica italiana.

Nel febbraio del 1923, Mussolini dette però il via a una campagna antimassonica, impartendo agli iscritti del Partito Fascista la direttiva di sciogliere ogni vincolo con le logge. Nel 1925 presentò una legge contro le associazioni segrete, la cosiddetta “Legge contro la massoneria”, che in realtà non cita mai esplicitamente la massoneria, ma parla solo di “associazioni segrete ed operanti a
nche solo in parte in modo clandestino od occulto e i cui soci sono comunque vincolati da segreto”. Infatti Antonio Gramsci, che in quell’occasione tenne il suo unico discorso alla Camera, ebbe a dire: «La realtà dunque è che la legge contro la massoneria non è prevalentemente contro la massoneria; coi massoni il fascismo arriverà facilmente ad un compromesso. […] Poiché la massoneria passerà in massa al Partito Fascista e ne costituirà una tendenza.»[ix]

Nel discorso alla Camera del 16 maggio 1925, Mussolini affermava che la società italiana era dominata da un manipolo di
uomini mediocri, divenuti potenti solo perché massoni[x]. Ma in un’intervista tessé le lodi della massoneria tedesca, inglese e americana[xi]. Tre giorni dopo la legge fu approvata dalla Camera, con 289 sì e solo 4 no. Fra gli assenti al voto, i massoni Aldo Finzi e Dino Grandi. Lo stesso Dino Grandi che il 25 luglio 1943, spinto dai massoni americani (che ebbero un ruolo fondamentale nello sbarco degli Alleati in Sicilia), orchestrò la caduta di Mussolini presentando l’ordine del giorno che lo sfiduciò.

E, a proposito di Gran Consiglio del Fascismo, c’è da sottolineare che i quattro quinti del Gran Consiglio che dichiarò fuori
legge la massoneria erano formati da massoni[xii]. Mussolini sembrava irriducibile nei confronti della libera muratoria: era uno dei pochi socialisti a non aver indossato il grembiulino. Tuttavia affidava i destini finanziari e industriali del Paese a figure come Alberto Beneduce (suocero di Enrico Cuccia), socialista e massone, che il Duce scelse per creare l’IRI, l’Istituto per la Ricostruzione Industriale, e in seguito per riorganizzare la Banca d’Italia.

 


Dopo la legge del ’25, oltre ai massoni apertamente antifascisti, ci fu anche chi scelse la via della moderazione e del tiepidismo, rinunciando a esprimere qualsiasi forma di dissenso: così facendo, alcuni massoni continuarono a godere nella società italiana di posizioni anche altamente prestigiose. Questo è il caso, per esempio, oltre che del già citato Beneduce, anche del favorito di Giovanni Agnelli: Vittorio Valletta, direttore generale e amministratore delegato della Fiat dal 1929 al 1946, quando ne divenne presidente.






Ma se il Duce, almeno a parole e negli atti pubblici e ufficiali, si scagliava contro la massoneria, non fu così duro nei confronti dei Rosa Croce. Una figura chiave nei rapporti tra Rosa Croce e Mussolini fu Giuseppe Cambareri. Teosofo, rosacruciano ed esoterista, si presentò quale antimassone, giacché i massoni erano ormai troppo invischiati nella politica e quindi contro-iniziati. Fu lui a proporre a Mussolini di utilizzare la “Fraternitas Rosicruciana Antiqua” quale strumento per attenuare l’isolamento dell’Italia, o quantomeno aggirare l’ostacolo delle sanzioni economiche deliberate dalla massonica Società delle Nazioni dopo l’aggressione italiana all’Etiopia[xiii]. L’Italia era accusata di aver bombardato obiettivi civili, di aver fatto uso di gas asfissianti e di aver colpito bersagli protetti dalla (massonica) Croce Rossa. Il tentativo andò avanti per alcuni anni, almeno fino al 1938. Il 5 marzo 1937 Mussolini ricevette a Palazzo Venezia 120 rosacroce statunitensi dell’AMORC di Harvey Spencer Lewis[xiv]. Attraverso la mediazione e l’attivismo di Cambareri molti antichi massoni tornarono a ronzare attorno ai poteri forti. Un percorso culminato nella massonica Conferenza di Monaco.

 


Uno sguardo all’estero: il regime fascista di Mussolini fu sostenuto dagli anglo-americani fino a quando l’Italia entrò in guerra a fianco di Hitler (anch’egli finanziato da capitali esteri). Essere sostenuto dagli anglo-americani significa sostanzialmente essere sostenuto dalla massoneria anglo-americana, che è il vero governo-ombra. Solo per fare alcuni esempi: si sa già tutto sull’ “intensa simpatia” che il massone Winston Churchill nutriva nei confronti di Mussolini. Inoltre l’ambasciatore americano in Italia, William Philips, disse che Mussolini aveva “portato ordine dove c’era il caos”[xv]. Frase non casuale, dato che ricalca il motto massonico “ordo ab chao” (=“ordine dal caos”).

Infine, i simboli. Fondamentali per capire sia la massoneria che il fascismo. Solo per fare un esempio, il sigillo del Rito Simbolico Italiano (formatosi ufficialmente a Milano nel 1876), oltre a contenere i soliti simboli massonici (stella, squadra, compasso), è costituito da un aquila che sovrasta un fascio littorio ( http://www.ritosimbolico.net/attivita/attivita_017.gif ). Molto simile allo stemma della Repubblica Romana del 1848-49, e identico all’aquila con il fascio littorio che si trova al centro della bandiera della Repubblica Sociale Italiana ( http://www.ilduce.net/foto%20gadgets/tricolore.jpg ), lo Stato fantoccio creato dai nazisti e da Mussolini a Salò, all’indomani dell’armistizio dell’8 settembre 1943. Un caso? Tra l’altro: “Rito Simbolico Italiano”=RSI. “Repubblica Sociale Italiana”=RSI. Ma questa sarà sicuramente una coincidenza…






Tra il 27 e il 31 ottobre 1922, la "rivoluzione fascista" ha il suo culmine con la "marcia su Roma", opera di gruppi di camicie nere provenienti da diverse zone d'Italia e guidate dai "quadrumviri" (Italo Balbo, Cesare Maria De Vecchi, Emilio De Bono e Michele Bianchi). Il loro numero non è mai stato stabilito con certezza; tuttavia, a seconda della fonte di riferimento, la cifra considerata oscilla tra le 30.000 e le 300.000 persone. Fu il primo successo grazie alla "spinta" della massoneria. Un partito, una ideologia, creata appositamente dall'elite della squadra e del compasso.




FACCETTA NERA : inno fascista.





10 giugno 1940: l'Italia va alla guerra
Il 10 giugno del 1940 l'Italia entra in guerra sull'onda di un entusiasmo popolare in parte solo fittizio. Non sono pochi, infatti, quelli che prospettano l'approssimarsi di tempi bui nonostante le vittorie tedesche sulla Polonia, sui Paesi Bassi e sulla Francia in via di dissoluzione sotto i colpi della Wehrmacht. Gli Illuminati avevano raggiunto il loro scopo:

mercoledì 7 ottobre 2009

Il raggio della morte

C'è una storia affascinante che lega tre geni.
Uno famoso, uno riscoperto poco tempo fa ed uno rimasto nell'ombra fino ad oggi.
I loro nomi? Guglielmo Marconi , Domenico Rizzo e Nikola Tesla.
A legarli un'invenzione misteriosa:
il "raggio della morte".







Guglielmo Marconi

Nel 1936, nel tratto di strada, tra Roma e Ostia, il "Raggio della morte" fece, sembra, una delle sue prime apparizioni. Testimoni d'eccezione: Benito Mussolini e sua moglie, Donna Rachele.
Secondo Rachele Mussolini, nel giugno 1936 il marito le consigliò di andare sulla Roma-Ostia. Aggiungendo: "Tra le tre e le tre e mezza vedrai qualcosa che ti sorprenderà…". Donna Rachele seguì il consiglio e poco dopo le 15 di quel giorno il motore della sua auto si bloccò di colpo. La stessa cosa accadde ad altre auto e motociclette, in entrambi i sensi di marcia. In breve una trentina di veicoli si trovò bloccata. Ma dopo 20 minuti i motori ripresero a funzionare. Come per miracolo... Ma non si era trattato di un miracolo ma un esperimento di Marconi: l'inventore della radio stava lavorando alla possibilità di interrompere, a distanza, i circuiti elettrici dei motori. Un'invenzione rivoluzionaria non solo per l'epoca ma anche per tempi a noi molto più vicini

Nel 1936 Marconi fece anche altri esperimenti: bloccò degli aerei in volo e, a Pisa, venne incenerito un gregge di pecore. Poi però si fermò: il Papa, Pio XI, gli aveva chiesto di non sviluppare un'invenzione terribile. E, comunque, l'anno successivo, Marconi morì.


Domenico Rizzo

Con Marconi aveva lavorato anche il professor Quirino Maiorana, direttore dell'Istituto di Fisica dell'Università di Bologna. A Maiorana, nel novembre del 1940, si presentò un ragazzo siciliano. Aveva vent'anni e voleva mostrare allo scienziato una sua invenzione.
Quel ragazzo era Domenico Rizzo.


Intervista a Giuseppe Rizzo, fratello di Domenico Rizzo.

Giuseppe spiega come il fratello stesse conducendo alcuni studi sulla trasmissione a distanza di energia elettrica. Nel '40 Rizzo si iscrisse alla facoltà di ingegneria nell'università di Torino. Sempre in quel 1940, e precisamente, il 3 novembre, su consiglio dei professori della facoltà di Torino, si recò a Bologna per un abboccamento col prof. Quirino Majorana, scienziato già collaboratore di Guglielmo Marconi. Rizzo espose ad un Majorana molto scettico, il piano delle sue ricerche, ma il professore obiettò che il piano era irrealizzabìle perché lui e Marconi vi avevano lavorato per anni senza ottenere un esito positivo.

Offeso dall'atteggiamento di Maiorana, Rizzo decise di rientrare a Catania. Brevettò la sua invenzione e se ne tornò a casa. Ma non ci sarebbe restato a lungo. Il 5 giugno Rizzo andò a Roma per chiedere un finanziamento statale per poter proseguire nel suo lavoro ma prima che il Governo acconsentisse a sovvenzionare l'opera, occorrevano severi esami tecnici, per cui vennero nominate due commissioni, una italiana e, su invito, una tedesca. Rizzo, in un primo tempo, fu trattato bene e il suo progetto venne finanziato con 11 milioni di lire. Una cifra che oggi corrisponderebbe a molti milioni di euro. Il problema era però che gran parte di quei soldi era fornita dai tedeschi, alleati dell'Italia nella seconda guerra mondiale.

A Domenico venne proposto di lavorare per i tedeschi. Al suo netto rifiuto, venne trasferito a Giaveno presso il I° Reggimento Artiglieria di Corpo d'Armata, dove, persistendo nel suo rifiuto, fu costantemente tenuto sotto la minaccia d'essere mandato in Africa o in un reparto di paracadutisti.

In seguito, ricevuto l'ordine di continuare i suoi lavori, nel mese di luglio tornò a Torino. Il 1° di agosto andò nelle vicinanze di Lubiana per incontrarsi con Mussolini che gli ordinò la costruzione di 36 apparecchi da consegnare entro il 20.

Lettera di Domenico Rizzo:

"Loro desiderio era che io partissi per la Germania e dare aiuto al compagno perché non sa andare avanti con i miei studi ed io ho nettamente rifiutato. Ormai io non ho più niente perché Carmelo, per dirla chiara, ha venduto il brevetto al suo amico. Avete capito?"

Nelle molte lettere che Domenico Rizzo scrisse alla famiglia si parla spesso di un certo Carmelo… Ma chi era Carmelo?
Giuseppe Rizzo spiega come Carmelo fosse il nome in codice che, nelle loro missive, Domenico e i suoi famigliari utilizzavano per indicare Mussolini. Nella primavera del 1942, le ricerche di Rizzo passarono ai tedeschi i quali, non contenti, chiesero la testa del ragazzo. Invece, dall'alto, arrivò l'ordine di partenza per l'Africa del Nord - "…vi prego di non stare preoccupati. Anzi dovete essere contenti, ve lo assicuro, perché le cose hanno preso questa piega, molto buona. Va benissimo!? Ciò è voluto da Carmelo opponendosi con quest’atto al suo amico che voleva inviarmi in altro luogo..".

Ma c'è il sospetto che anche in Africa Domenico Rizzo sia stato al centro di intrighi molto più grandi di lui. La famiglia Rizzo ricevette due notizie ufficiali riguardanti Domenico: nella prima, il Ministero della Difesa annunciava la sua morte in combattimento; nella seconda, arrivata dieci giorni dopo, il Comando Militare Africano comunicava che era stato ricoverato in ospedale perché ferito in seguito a scoppio di mina anticarro. Questa incongruenza indusse la famiglia a rivolgersi al cappellano militare per sapere la verità. Il sacerdote rispose che un giorno prima della data della morte Domenico era stato trasferito dalla sua Divisione (21° Regg.to Artiglieria motorizzata" Trieste", rilevo da una sua cartolina militare datata 18/4/'42), alla Prima Panzer tedesca. Quale poteva essere il motivo del trasferimento di quel soldato italiano ferito, dal proprio reparto ad uno tedesco? Per anni la famiglia pensò che Domenico fosse ancora vivo, chissà dove, e sperò nel suo ritorno. Ma Domenico non diede o non potè mai dare notizie di sé.

Per concludere, c'è ancora una cosa: è una testimonianza poco nota ma che forse si lega alla storia di questa sera. 27 aprile 1945: a guerra ormai finita, i partigiani fermano una colonna italo-tedesca a Dongo, sul Lago di Como. E' la colonna in cui viaggiano Mussolini, alcuni gerarchi con valori e documenti. Tra i fermati c'è Marcello Petacci, fratello di Claretta, l'amante del Duce. Prima di essere fucilato, Petacci, dirà ai partigiani di avere "i piani originali di armi segrete che erano state inventate nel 1941 da italiani e cedute alla Germania". Quei progetti, come molti altri dossier, sono spariti. Forse, tra quelle carte, c'era anche l'invenzione di Domenico Rizzo, lo sfortunato genio italiano restato nell'ombra fino ad oggi.

Il Teleforce di Tesla

La più autorevole voce ad accreditare la possibilità di creare un'arma di questo tipo si deve a Nikola Tesla, che alla metà degli anni trenta fece alcune affermazioni di rilievo circa un'arma chiamata "teleforce"[2] (lett. "forza a distanza") che propose inizialmente al Dipartimento della difesa della sua nazione di adozione, gli Stati Uniti. La stampa la soprannominò "raggio della pace" o "raggio della morte".[3][4] In totale, i componenti e il funzionamento comprendevano:[5][6]

  1. Un meccanismo per generare una tremenda forza elettrica. Questo, secondo Tesla, fu anche portato a termine.
  2. Un dispositivo per intensificare ed amplificare la forza sviluppata dal primo meccanismo.
  3. Un nuovo metodo per produrre una disastrosa forza elettrica repellente, effettivo proiettore, arma dell'invenzione.

Tesla lavorò al progetto di un'arma ad energia diretta tra i primi anni del Novecento fino alla sua morte. Nel 1937 egli compose un trattato intitolato The Art of Projecting Concentrated Non-dispersive Energy through the Natural Media riguardante fasci di particelle cariche,[7] che fu pubblicato in seguito per cercare di illustrare una descrizione tecnica di una "super arma che avrebbe messo fine a tutte le guerre nel mondo". Questo documento, che si trova attualmente nell'archivio del Nikola Tesla Museum di Belgrado, descriveva un tubo a vuoto con un'estremità libera e un getto estremamente collimato di gas che permetteva alle particelle di uscire; il marchingegno includeva poi la carica di particelle a milioni di volt e un metodo per creare e controllare dei fasci non dispersivi di particelle attraverso la repulsione elettrostatica.[8]

Dalle memorie dello scienziato si evince che quest'arma era basata su uno stretto raggio di pacchetti atomici di mercurio o tungsteno, accelerati da un'alta differenza di potenziale (in modo analogo al suo "magnifying transformer"). Tesla diede la seguente spiegazione circa le operazioni del particle gun:


« [l'ugello] avrebbe inviato fasci molto concentrati di particelle nell'aria libera, di un'energia così tremenda da abbattere una flotta di 10.000 aeroplani nemici a una distanza di 200 miglia dal confine della nazione attaccata e avrebbe fatto cadere gli eserciti sui loro passi.[9]Tale arma può essere utilizzata contro la fanteria di terra o come contraerea. »

("'Death Ray' for Planes". New York Times, 22 settembre, 1940)

Dopo aver cercato di attirare l'interesse del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti verso la sua invenzione,[10] lo scienziato propose l'apparecchiatura alle nazioni europee;[11] ma nessuno dei governi interpellati si mostrò interessato a firmare un contratto di costruzione dell'arma (per la quale Tesla aveva richiesto agli USA due milioni di dollari). Tesla aveva fallito[12] e l'arma non poté essere realizzata. Tra i sostenitori dell'esistenza di tale arma è opinione diffusa che dopo la morte dello scienziato la documentazione relativa possa esser stata sequestrata ed etichettata come "Top secret" dall'FBI, anche se nel dossier relativo a Tesla viene più volte ribadito il contrario.