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sabato 3 ottobre 2020

L'Arcobaleno, canzone dall'Aldilà? (Lucio Battisti?)

 


www.vanillamagazine.it

Arcobaleno: la Storia di una Canzone "Giunta dall'Aldilà"

Giada Costanzo
8-10 minutes

C’era una volta un’artista, un uomo capace di fondere musica e parole in preziosi componimenti dalla magica essenza. Si trattava di un innovatore della musica leggera, di un talento esaltato da quell’estro artistico capace di ammaliare e solleticare il cuore umano, raggiungendo con delicatezza l’ignoto delle sue più feconde viscere. Questo artista si chiamava Lucio Battisti.

Era il 9 Settembre 1998 quando, a soli 55 anni, Lucio Battisti abbandonò per sempre la vita

Negli anni ’60, l’incontro con lo scrittore, produttore discografico Giulio Rapetti (in arte Mogol), era stato il germoglio di un sodalizio destinato a regalare al mondo canzoni dalla straordinaria potenza evocativa quali “Per una Lira”, “Emozioni”, “Un’avventura”, “Pensieri e Parole”. Era stato però anche il principio di un’amicizia vera, profonda, di un legame che, nonostante le incomprensioni e la separazione in seguito avvenuta tra i due artisti, non conobbe odio o rottura definitiva.

Mogol e Battisti negli anni ’70:

E seppure la vita sembrasse aver reciso per sempre quel legame musicale ed affettivo, qualcosa di Battisti serpeggiava ancora, grandioso, sotto le spoglie di un’eco impalpabile ma persistente.

Capitò così che una notte, a circa un anno dalla scomparsa di Battisti, Mogol e Gianni Bella si incontrassero a casa dell’amico di sempre, Adriano Celentano.

Quella notte di scambio artistico e di grande emozione, resterà da allora indissolubilmente legata al tessuto di una peculiare, quanto misteriosa, composizione: “L’arcobaleno”. Questa canzone sarebbe figlia, secondo la leggenda, di un disegno ben preciso dello stesso Lucio Battisti determinato, nonostante la morte, a rivolgere un ultimo saluto al caro amico Mogol.

Ma esiste allora un’aldilà? E se esiste, è davvero possibile comunicare dal mondo dei morti, consegnando un messaggio tanto composto e ricco da trasformare una volontà ultraterrena in una manifestazione concreta?

Sostenitrice di questa ipotesi fu una Medium italiana al tempo residente in Spagna. Secondo le iniziali dichiarazioni, Lucio Battisti l’avrebbe contattata chiedendole di fungere per lui da tramite con Mogol. In un momento successivo, le avrebbe inoltre chiesto di acquistare un particolare libro all’interno di una libreria spagnola, indicandole in seguito alcune frasi e parole all’interno del medesimo, da trasmettere a Mogol, al fine di determinare in lui il principio di una canzone che avrebbe dovuto portare il nome di “Arcobaleno”.

Mogol non accolse con entusiasmo tali dichiarazioni. Uomo pragmatico, autore di spessore e grande calibro musicale, egli mostrò decisa fermezza nella sua iniziale decisione di non dare adito a tali voci. Questo, nonostante l’insistenza della Medium e la ricchezza di dettagli che di volta in volta ella apportava, avvalorando l’ipotesi della veridicità delle sue affermazioni.

Ma oltre allo strano caso della Medium, nuove circostanze si palesarono con enigmatica insistenza sotto gli occhi di Mogol

Vi fu un articolo scritto da Giulio Caporaso, direttore della rivista Firma (il mensile del Dinners Club), in cui egli raccontava di un incredibile conversazione avuta in un sogno particolarmente nitido, con Lucio Battisti.

Protagonisti dello strano sogno, avuto la stessa notte in cui Caporaso aveva partecipato ad un concerto in memoria del cantante, erano per l’appunto Lucio Battisti ed un magnifico, grandioso arcobaleno.

L’immagine di questo arcobaleno troneggiava così infine sulla copertina della rivista. Ed ecco che con grande sconcerto Mogol si ritrovò innanzi l’immagine di Lucio Battisti con un enorme arcobaleno alle sue spalle.

Ma perchè proprio l’arcobaleno?

L’importanza dell’arcobaleno risiederebbe nel particolare significato simbolico che esso racchiude. Fenomeno che ha sempre affascinato l’uomo con i suoi archi dalle molteplici sfumature, esso rappresenterebbe difatti un ponte tra noi e l’aldilà, l’emblema della congiunzione tra cielo e terra.

Ma ciò che trasformò una serie di eventi particolarmente coincidenti, con il materializzarsi di una vera e propria canzone, fu infine l’intervento inaspettato e propizio di Gianni Bella.

Artista dal talento musicale incontenibile e raro, Gianni Bella ha avuto un ruolo fondamentale nella realizzazione de “L’arcobaleno”. Questo componimento si va ad aggiungere, come un piccolo grande tassello, a quello splendido retaggio di indimenticabili opere che vantano la firma della sua memorabile impronta.

E rieccoci così a quella notte. A quando, incontratosi con Adriano Celentano e Gianni Bella, Mogol manifestò le sue perplessità in merito agli strani eventi che sembravano fomentare la necessaria realizzazione di una canzone per Battisti. Mogol disse che solo l’incontro con una musica adatta avrebbe potuto spingerlo a scrivere il testo per questa canzone.

E quando ogni cosa appariva ancora una fantasia vana ed irrealizzabile, ecco che in quella notte di magia e stupore Gianni Bella pose il successivo pilastro che diede infine avvio alla realizzazione del brano.

Sotto, Gianni Bella nel 1974:

Propose l’ascolto di una melodia da egli stesso composta poco tempo prima. Una melodia di tale celestiale e malinconica bellezza da conquistare, nello spazio di poche note, il cuore di Mogol, dissipando in lui ogni dubbio e rendendo certa la convinzione che “Arcobaleno” potesse e dovesse ora assolutamente vedere la luce.

Da notare che Mogol scrisse il testo per “L’arcobaleno” in pochi minuti, quasi come se le parole fossero state già lì, pazientemente silenziose, in attesa di essere colte e distillate entro le righe di questo suggestivo componimento.

Quando in ultimo Adriano Celentano regalò la sua voce al testo scritto da Mogol, non poté trattenere l’impressione che in egli si era generata. Nel suo studio di registrazione egli cantò “L’arcobaleno”, incastonando per sempre quell’emozione intensa alla registrazione che è tuttora a noi possibile ascoltare.

“L’arcobaleno” verrà inserito nel suo album “Io non so parlar d’amore” (nel 1999). Un album da oltre un milione di copie, in cui il brano è inserito nella sua versione più autentica, la stessa incisa quella notte.

E nonostante le ritrattazioni della Medium, cha ha in seguito definito le sue stesse dichiarazioni frutto di una fantasia volta a denunciare le speculazioni connesse al paranormale ed alla mancanza di tutela per i cari vicini a chi non c’è più, Mogol, Gianni Bella e Adriano Celentano, hanno saputo cogliere l’essenza di quell’amicizia drammaticamente perduta, attingendo da un’ispirazione intima e sofferta, realizzando un’opera meravigliosa, a tratti struggente.

“L’arcobaleno” è una sublime ode all’amicizia, volta a celebrare una separazione ed un invito a contemplare verità profonde, che varcano i limiti di un’esaltazione dettata da una materialità vuota e accecante. Una canzone speciale non solo per le sfumature del suo concepimento, ma anche per le parole che, come un flusso di coscienza trovano qui sfogo, cullate dall’onda di un malinconico canto capace di allinearsi, inevitabilmente, alle corde dell’animo umano.

«Io son partito poi così d’improvviso, che non ho avuto il tempo di salutare. Istante breve, ma ancora più breve, se c’è una luce che trafigge il tuo cuore

L’arcobaleno è il mio messaggio d’amore, può darsi un giorno ti riesca a toccare.

Con i colori si può cancellare, il più avvilente e desolante squallore

Son diventato sai il tramonto di sera e parlo come le foglie d’aprile

e vivrò dentro ad ogni voce sincera e con gli uccelli vivo il canto sottile

e il mio discorso più bello e più denso esprime con il silenzio il suo senso.

Io quante cose non avevo capito, che sono chiare come stelle cadenti

e devo dirti che è un piacere infinito, portare queste mie valige pesanti.

Mi manchi tanto amico caro davvero e tante cose son rimaste da dire

ascolta sempre e solo musica vera e cerca sempre se puoi di capire!»

Sotto, il video ufficiale di Arcobaleno:

Giada Costanzo
Giada Costanzo

Appassionata di arte, letteratura, cinema e fotografia, esprimo la mia creatività fra pittura, design e produzione di abiti. Amo le “antichità” sotto ogni forma e sfaccettatura. Ricerco le storie dimenticate della gente più comune e ammiro l’umanità che è nella persone più semplici.

venerdì 21 ottobre 2016

Aldilà e profezie : Ragazzo israeliano muore e torna in vita per parlarci del Giudizio Universale





Natan e il Rabbino Rami Levy. Testimonianza circa la fine dei tempi, riportata da un quindicenne che ha sperimentato la morte clinica. La sua testimonianza nell'aldilà riguardo al futuro che ci attende coincide con alcuni brani della Bibbia anche se costui afferma di non averla mai letta. Due sono le ipotesi: o Natan mente o ci ritroviamo a coincidenze che fanno riflettere, oltretutto in parte già dette da altri veggenti. L'attacco a Israele da parte di tutte le nazioni e la caduta di Gog come descritta da Ezechiele.

LINK DI APPROFONDIMENTO:

Gog e Magog

NDE - Esperienze ai confini della morte

I passi principali nel Vecchio e nel Nuovo Testamento che riguardano gli "Ultimi Tempi"

Ezechiele

mercoledì 1 aprile 2015

L'aldilà

Un fiore rosso dall'aldilà" - Intervento di Manuela Pompas al convegno Contatti e Medianità, organizzato dal Gruppo Anima.


domenica 10 febbraio 2013

Telefonata dall'aldilà?

Nel 1994 il sig. Meek riceve questa telefonata dal suo amico Raudive. C'è un particolare però. Il sig. Raudive era morto nel 1976. Allora chi parla?


Nel 1994, sperimentatori di transcomunicazione strumentale in Lussemburgo, Germania, Brasile, Svezia, Cina e Giappone ricevettero telefonate paranormali dal Dott. Konstantin Raudive che era morto nel 1976 (Kubris e Macy 1995: 14). Queste chiamate vennero registrate e analizzate da esperti di voci. In questo video la telefonata che George Meek ricevette dal suo grande amico Konstantin Raudive, deceduto nel 1976.




sabato 8 gennaio 2011

Film e mistero - Vita dopo la morte : Hereafter



Marie Lelay è una giornalista francese sopravvissuta alla morte e allo tsunami. Rientrata a Parigi si interroga sulla sua esperienza sospesa tra luccicanza e oscurità, alienandosi fidanzato ed editore. Marcus è un fanciullo inglese sopravvissuto alla madre tossicodipendente e al fratello gemello, investito da un auto e da un tragico destino. Smarrito e ‘spaiato’ cerca ostinatamente ma invano di entrare in contatto con Jason, di cui indossa il cappellino e conserva gli amabili resti. George Lonegan è un operaio americano in grado di vedere al di là della vita. Deciso a ripudiare quel dono e a conquistarsi un’esistenza finalmente normale, George ‘ascolta’ i romanzi di Dickens e frequenta un corso di cucina italiana. Sarà proprio la “piccola Dorrit” dello scrittore britannico a condurlo fino a Londra, dove vive Marcus e presenta il suo nuovo libro Marie. L’incontro sarà inevitabile. George, Marcus e Marie troveranno soccorso e risposte al di qua della vita.
Non si può vedere “al di là” delle cose senza finire prigionieri del dolore. Lo sanno bene George e Marie, protagonisti adulti di Hereafter, che hanno oscillato sulla soglia, sperimentando la morte e scampandola per vivere al meglio quel che resta da vivere nel mondo. Un mondo reso meno imperfetto da un ragazzino che ha negli occhi e nei gesti qualcosa di gentile. Qualcosa che piacerà al George di Matt Damon e troverà un argine alla sua solitudine. Nella compostezza di una straordinaria classicità, che si concede un momento di tensione quasi insostenibile nella sequenza lunga e spietata del maremoto, l’ultimo film di Clint Eastwood insegna qualcosa sulla vita confrontandosi con la morte, quella verificata (Marie), quella subita (Marcus), quella condivisa (George).
Hereafter prende atto che la vita è un esperimento con un termine e si articola per questo attraverso prospettive frontali: al di qua e al di là del confine che separa la presenza dall’assenza. È questa linea di demarcazione a fare da perno al montaggio alternato delle vite di una donna, di un uomo e di un bambino dentro una geometria di abbagliante chiarezza e spazi urbani pensati per gravare sui loro destini come in un romanzo sociale di Dickens. Destini colpiti duramente e deragliati ineluttabilmente dalla natura (lo tsunami in Indonesia), dalle tensioni sociali (gli attacchi terroristici alle metropolitane londinesi), dalla fatalità (l’incidente stradale), destini che si incontrano per un attimo (o per la vita) in un mutuo scambio di salvezza. Perché da tempo i personaggi di Eastwood hanno abbandonato l’isolazionismo tipico dell’eroe americano a favore di una dialettica che mette in campo più interlocutori e pretende il contrasto.
Hereafter non fa eccezione e prepara l’incontro, il controcampo del campo: lo sguardo di Cécile De France che ha visto, quello di Matt Damon che riesce a vedere, quello del piccolo Frankie McLaren che vuole andare a vedere. Facendosi in tre l’autore mette lo spettatore al centro di qualcosa di indefinibile eppure familiare come il dolore dell’essere, produce punti di vista potentemente fuori binario sul tema della morte e offre a Damon l’occasione di comporre la migliore interpretazione della sua carriera. Disfandosi della cifra della neutralità, il divo biondo conquista l’emozione e la cognizione del dolore, abitando un sensitivo che ha visioni di morti (e di morte) al solo contatto delle mani, una tristezza profonda piena di pietà e il desiderio di smettere di vedere il passato di chi resta e di immaginare il futuro (e il sapore) di un bacio.
Clint Eastwood con Hereafter conferma la vocazione alle sfumature, azzarda l’esplorazione della morte con la grazia del poeta, interroga e si interroga su questioni filosofiche e spirituali e contrappone alla debolezza del presente e dentro un epilogo struggente l’energia di un sentimento raccolto nel futuro. Raccolto inevitabile, come un trapasso e ogni altra dinamica di natura. 







 TESTIMONIANZE

DIALOGHI CON DEFUNTI
La principessa tedesca Eugenia von der Leyen (morta nel 1929) lasciò un Diario in cui narra le visioni e i dialoghi da lei avuti con anime purganti apparsele in un periodo di circa otto anni (1921-1929). Scrisse per consiglio del suo direttore spirituale. Donna sempre sana e di carattere allegro, «non si poteva assolutamente parlare di isterismo» a suo riguardo; nubile, profondamente religiosa, ma per nulla bigotta. Riporto alcuni fatti di quel Diario, tralasciando particolari di secondaria importanza.


«Non ho mai pensato alla mia anima»
11 luglio (19251. Adesso ho visto a U... sedici volte Isabella. Io: «Da dove vieni?». Lei: «Dal tormento!». Io: «Eri una mia parente?». Lei: «No!». Io: «Dove sei sepolta?». Lei: «A Parigi». Io: «Perché non riesci a trovar pace?». Lei: «Io non ho mai pensato alla mia anima!». Io: «Come ti posso aiutare?». Lei: «Una santa Messa». Io: «Non avevi più parenti?». Lei: «Essi hanno perduto la fede!». Io: «Sei sempre stata qui al castello in tutto questo tempo?». Lei: «No». Io: «E perché adesso?». Lei: «Perché ci sei tu». Io: «Ma quando eri viva sei stata qui parecchio?». Lei: «Sì, io ero l'amica di molti». Essa è impeccabile, compitissima...
11 agosto. Il povero Martino venne di nuovo da me in giardino. Io: «Che cosa vuoi di nuovo? Io faccio quello che posso per te». Lui: «Tu potresti fare ancora di più, ma tu pensi troppo a te stessa». Io: «Tu non mi dici niente di nuovo, purtroppo. Dimmi anche altro, se vedi qualche cosa di cattivo in me». Lui: «Tu preghi troppo poco e perdi forza andando in giro con la gente». Io: «Lo so, ma non posso vivere solo per voi. Che cosa vedi ancora in me, forse peccati per i quali tu devi patire?». Lui: «No. Altrimenti non mi potresti vedere né aiutare». Io: «Dimmi ancora di più». Lui: «Ricòrdati che io sono soltanto anima».
Mi guardò allora con tanta amabilità, che mi riempì proprio di gioia. Ma io avrei voluto sapere ancora di più da lui. Se io potessi dedicarmi solo alle povere anime, sarebbe una gran bella cosa, ma... gli uomini!

«I morti non possono dimenticare...»
Il 23 agosto si presenta a Eugenia un'anima in forma di uomo anziano. Tornò il 27 agosto.
Narra la principessa:
Egli parla. Mi gridò: «Aiutami!». Io: «Volentieri, ma chi sei?». «Io sono la colpa non espiata!». Io: «Che cosa devi espiare?». Lui: «Sono stato un diffamatore!». Io: «Posso fare qualcosa per te?». Lui: «La mia parola sta nello scritto e vi continua a vivere, e così la menzogna non muore!» [...].
28 agosto. Io: «Ti va meglio? Ti sei accorto che ho offerto per te la santa Comunione?». Lui: «Sì, così tu espii i miei peccati di lingua». Io: «Non puoi dirmi chi sei?». Lui: «Il mio nome non dev'essere più fatto». Io: «Dove sei sepolto?». Lui: «A Lipsia» [...].
4 settembre. Egli venne da me sorridendo. Io: «Oggi mi piaci». Lui: «Vado nello splendore». Io: «Non dimenticarti di me!». Lui: «I vivi pensano e dimenticano, i morti non possono dimenticare che cosa ha dato loro l'Amore». E disparve. Alla fine ancora una consolazione. Chi fu? Chiesi a tanti, ma non ebbi risposta.

«Vedo tutto così chiaro!»
24 aprile (1926]. Da oltre quattordici giorni viene un uomo assai triste e miserevole. 27 aprile. Era molto agitato e piangeva.
30 aprile. Egli irruppe in pieno giorno nella mia stanza come fosse stato inseguito, aveva la testa e le mani insanguinate. Io: «Chi sei?». Lui: «Mi devi pure conoscere!... Io sono sepolto nell'abisso!» [questa parola fa pensare al primo versetto del salmo 129, il più usato nella liturgia di suffragio per i defunti].
1 maggio. Venne di nuovo di giorno [...]. Lui: «Sì, io sono dimenticato nell'abisso». E se ne andò piangendo [...].
5 maggio. Mi venne in mente che poteva essere Luigi...
6 maggio. Allora è proprio come pensavo. Io: «Sei il signor Z. dell'infortunio alpinistico?». Lui: «Tu mi liberi»... Io: «Tu sei salvo». Lui: «Salvato, ma nell'abisso! Dall'abisso io grido verso di te». Io: «Devi ancora espiare così tanto?». Lui: «Tutta la mia vita fu senza un contenuto, un valore! Quanto sono povero! Prega per me!». Io: «Così ho fatto a lungo. Io stessa non so come lo possa fare». Egli si tranquillizzò e mi guardò con infinita gratitudine. Io: «Perché non preghi tu stesso?». Lui: «L'anima è soggiogata quando conosce la grandezza di Dio!». Io: «Me la puoi descrivere?». Lui: «No! Lo straziante desiderio di rivederla è il nostro tormento» [...]. Lui: «Vicino a te noi non soffriamo!». Io: «Ma andate piuttosto da una persona più perfetta!». Lui: «La via è segnata per noi!».
7 maggio. Egli venne alla prima colazione del mattino. Era quasi una cosa insopportabile. Finalmente potei andarmene, e quasi nel medesimo istante egli era di nuovo accanto a me. Io: «Per favore, non venite mentre sono fra la gente». Lui: «Ma io vedo solo te!» [...]. Io: «Ti accorgi che oggi sono stata alla santa Comunione?». Lui: «E appunto questo che mi attrae!». Ho pregato a lungo con lui. Ora aveva un'espressione assai più contenta.
9 maggio. Luigi Z... fu qui molto a lungo, e ha continuato a singhiozzare. Io: «Perché oggi sei così triste? Non ti va forse meglio?». Lui: «Io vedo tutto così chiaro!». Io: «Che cosa?». Lui: «La mia vita perduta!». Io: «Il pentimento che hai adesso ti aiuta?». Lui: «Troppo tardi!». Io: «Hai potuto pentirti subito dopo la tua morte?». Lui: «No!». Io: «Ma dimmi, com'è possibile che tu ti puoi mostrare solo così com'eri da vivo?». Lui: «Per la Volontà [di Dio]».
13 maggio. Z... è qui agitato [...]. Lui: «Dammi l'ultima cosa che hai, poi sono libero». Io: «Bene, allora non voglio pensare ad altro». Egli era sparito. Per la verità non è tanto facile ciò che gli ho promesso.
15 maggio. Io: «Sei contento adesso?». Lui: «La pace!». Io: «Viene sopra di te?». Lui: «Verso la luce abbagliante!». Durante il giorno venne tre volte, sempre un po' più contento. Fu proprio il suo commiato.

Un oppressore dei poveri
20 luglio (1926]. È un uomo vecchio. Indossa il costume del secolo scorso. Io: «Ce n'è voluto del tempo prima che tu sia riuscito a farti vedere in modo appropriato». Lui: «Tu ne sei responsabile! [...] Devi pregare di più!». Se ne andò per ritornare due ore dopo. Io avevo dormito; sono così stanca da morire. Non ne posso più. Tutto il giorno non avevo avuto un momento libero per me stessa! Io: «Vieni, adesso voglio pregare con te!». Mi sembrò contento. Mi si avvicinò. È un uomo anziano, con farsetto bruno e una catenina d'oro. Io: «Chi sei?». Lui: «Nicolò». Io: «Perché non hai pace?». Lui: «Io fui un oppressore dei poveri, ed essi mi hanno maledetto» [...]. Io: «E in che modo ti posso aiutare?». Lui: «Col sacrificio!». Io: «Che cosa intendi per sacrificio?». Lui: «Offrimi tutto quello che più ti pesa!». Io: «La preghiera non ti giova più?». Lui: «Sì, se ti costa!». Io: «Ci dev'essere sempre insieme l'offerta della mia volontà?». Lui: «Sì». Rimase ancora parecchio [...].
29 luglio. Nicolò mi poggiò la mano sul capo e mi guardò con tanta simpatia, che dissi: «Hai una faccia così contenta, puoi andare dal buon Dio?». Nicolò: «La tua sofferenza mi ha liberato» [...]. Io: «Non tornerai più?».
Lui: «No» [...]. Mi si accostò di nuovo e mise la mano sul mio capo. Non fu una cosa da far paura; oppure forse io sono ormai insensibile.

Eugenie von der Leyen, Meine Gespràche mit armen Seelen, Editorial Arnold Guillet, Christiana Verlag, Stein am Rhein. La traduzione in lingua italiana porta il titolo: I miei colloqui con le povere anime, 188 pp., ed è curata da don Silvio Dellandrea, Ala di Trento (al quale deve rivolgersi chi desidera acquistare il libro, essendo un'edizione fuori commercio). Qui sono citate, dell'ed. italiana, le pp. 131, 132-133, 152-154 e 158-160.





Dopo un incidente un sacerdote viene portato a visitare Inferno, Purgatorio e Paradiso.

Un pastore cattolico della Florida settentrionale afferma che durante un’"esperienza di premorte" (NDE, Near Death Experience) gli sarebbe stato mostrato l’aldilà, avrebbe anche visto sacerdoti e perfino vescovi sia in paradiso che nell'inferno.
Il sacerdote è Don Jose Maniyangat, della chiesa di S. Maria in Macclenny, e afferma che l'evento sarebbe avvenuto il 14 aprile 1985 - domenica della Divina Misericordia - quando ancora viveva nel suo Paese natale, l'India.Presentiamo questo caso lasciandolo al vostro discernimento.

Ora 54enne e ordinato sacerdote nel 1975, Don Maniyangat ricorda che si stava recando ad una missione per celebrare la Messa quando la moto che stava guidando - un mezzo di trasporto molto comune in quei luoghi - venne travolto da una jeep condotta da un uomo ubriaco.
Don Maniyangat ha raccontato a Spirit Daily che dopo l’incidente venne trasportato d’urgenza in un ospedale distante più di 50 chilometri e durante il tragitto accadde che «la mia anima uscì fuori dal corpo. Immediatamente vidi il mio angelo custode», spiega Don Maniyangat. «Inoltre vidi il mio corpo e le persone che mi stavano trasportando all'ospedale. Stavano gridando, e subito l'angelo mi disse, "Sto per portarti in Cielo. Il Signore desidera incontrarti". Disse però che prima voleva mostrarmi l'inferno e il purgatorio».
Don Maniyangat afferma che in quel momento, in un’orribile visione, l’inferno si aprì davanti ai suoi occhi. Era spaventoso. «Vidi Satana e persone che lottavano, che venivano torturate, e che gridavano» racconta il sacerdote. «E c’era anche il fuoco. Vidi il fuoco. Vidi persone che soffrivano e l'angelo mi disse che ciò era dovuto ai peccati mortali e al fatto che non si erano pentite. Quello era il punto. Erano impenitenti».
Il sacerdote racconta che gli venne spiegato che ci sono sette "gradi" o livelli di sofferenza negli inferi. Coloro che in vita hanno commesso "peccato mortale dopo peccato mortale" soffrono il calore più intenso. "Avevano dei corpi ed erano molto brutti, tanto crudeli e brutti, orribili", dice Don Maniyangat.
«Erano umani ma erano come mostri: spaventosi, delle cose dall’aspetto molto brutto. Ho visto persone che conoscevo ma non posso dire chi erano. L'angelo mi disse che non mi era permesso rivelarlo».
I peccati che li avevano condotti in quella condizione – spiega il sacerdote - erano trasgressioni come l’aborto, l’omosessualità, l’odio e il sacrilegio. Se si fossero pentiti, sarebbero andati in purgatorio - gli avrebbe detto l'angelo. Don Jose rimase sorpreso delle persone che vide nell'inferno. Alcuni erano sacerdoti, altri erano vescovi. «Ce n’erano molti, perché avevano fuorviato la gente» afferma il sacerdote [...]. «Erano persone che non mi sarei mai aspettato di trovare la».

Dopo di ciò, il purgatorio gli si aprì innanzi. Anche lì ci sono sette livelli - dice Maniyangat - e c’è il fuoco, ma è molto meno intenso di quello dell'inferno, e là non c’erano "liti o lotte". La sofferenza principale è data dal fatto che non possono vedere Dio. Il sacerdote afferma che le anime che erano in purgatorio potevano aver commesso numerosi peccati mortali, ma erano arrivate là in virtù del semplice pentimento - ed ora avevano la gioia di sapere che un giorno sarebbero andate in Cielo. "Ho avuto la possibilità di comunicare con le anime", dice Don Maniyangat, che dà l’impressione di essere una persona pia e santa. «Mi hanno chiesto di pregare per loro e di chiedere anche alla gente di pregare per loro». Il suo angelo, che era "molto bello, luminoso e bianco", difficile da descrivere a parole - dice Don Maniyangat, lo portò a quel punto in Paradiso. Allora un tunnel - come quello descritto in tanti casi di esperienze di premorte - si materializzò.
«Il Paradiso si aprì ed io sentii la musica, gli angeli che cantavano e che lodavano Dio» racconta il sacerdote. «Una musica bellissima. Non ho mai sentito una musica come quella in questo mondo. Ho visto Dio faccia a faccia, e Gesù e Maria, erano così luminosi e sfolgoranti. Gesù mi disse, "Ho bisogno di te. Voglio che torni indietro. Nella tua seconda vita, per il Mio popolo sarai uno strumento di guarigione, e camminerai in una terra straniera e parlerai una lingua straniera".». Di lì ad un anno, Don Maniyangat si trovava appunto in una terra lontana chiamata Stati Uniti.
Il sacerdote dice che il Signore era molto più bello di qualsiasi immagine esistente su questa terra. Il Suo Volto somigliava a quello del Sacro Cuore, ma era molto più luminoso, dice Don Maniyangat, che paragona questa luce a quella di "mille soli". La Madonna era accanto a Gesù. Anche in questo caso sottolinea che, le rappresentazioni terrene sono "solo un'ombra" di come Maria SS. è realmente. Il sacerdote afferma che la Vergine gli disse semplicemente di fare tutto ciò che suo Figlio aveva detto.
Il Paradiso, dice il sacerdote, ha una bellezza, una pace, e una felicità che sono "un milione di volte" superiori a qualsiasi cosa che conosciamo sulla terra.
«Ho visto anche là sacerdoti e vescovi», nota Don Jose. «Le nuvole erano differenti - non scure o cupe, ma splendenti. Bellissime. Molto luminose. E c’erano fiumi che erano differenti da quelli che si vedono qui. E’ quella la nostra vera casa. Non ho sperimentato mai nella mia vita quel genere di pace e di gioia».
Maniyangat dice che la Madonna e il suo angelo gli appaiono ancora. La Vergine appare ogni primo sabato, durante la meditazione mattutina. «E’ personale, e serve per guidarmi nel mio ministero», spiega il pastore, la cui chiesa si trova a trenta miglia dal centro di Jacksonville. «Le apparizioni sono private, non pubbliche. Il suo viso è sempre lo stesso, ma un giorno appare con il Bambino, un giorno come Nostra Signora delle Grazie, o come Nostra Signora dei Dolori. A seconda dell’occasione appare in modi diversi. Mi ha detto che il mondo è pieno di peccato e mi ha chiesto di digiunare, pregare e offrire la Messa per il mondo, perché Dio non lo punisca. Abbiamo bisogno di più preghiera. È preoccupata per il futuro del mondo a causa dell’aborto, dell’omosessualità e dell’eutanasia. Ha detto che se la gente non ritorna a Dio, ci sarà il Castigo».
Il messaggio principale, tuttavia, è di speranza: come tanti altri, Don Maniyangat ha visto che l’aldilà era pieno di una luce che guarisce, e al suo ritorno ha portato con sé un po’ di quella luce. Qualche tempo dopo ha fondato un ministero di guarigione e dice di aver visto persone guarire da ogni tipo di malattia, dall’asma fino al cancro. [...]
E’ stato mai attaccato dal diavolo? Sì, particolarmente prima delle funzioni religiose. E’ stato vessato. È stato assalito fisicamente. Ma questo è niente - afferma lui - in confronto alla grazia che ha ricevuto.
Ci sono casi di cancro, AIDS, problemi di cuore, ischemia arteriosa. Molte persone attorno a lui sperimentano il cosiddetto "riposo dello spirito" [la persona cade a terra e vi resta per un po’ di tempo in una specie di "sonno"; N.d.R.]. E quando accade ciò, sentono in loro la pace e a volte vengono segnalate anche guarigioni che sono un assaggio di ciò che lui ha visto e vissuto in Paradiso.






Ecco alcune testimonianze narrate da Natuzza Evolo che ci faranno riflettere sui nostri comportamenti:
- Un giorno mentre era in cucina a sbucciare patate, vide un uomo abbastanza tarchiato, dall’aspetto un po’ goffo. “Chi siete?“ gli chiese Natuzza. Egli rispose: "Io sono X Y “. A queste parole, Natuzza si alzò in piedi pensando che fosse un santo, ma lui, con accento napoletano, le disse : “Che fai? Siedi. Io sono stato un celebre scienziato, ma adesso che sono morto mi pento amaramente della mia vita, perché il Signore mi ha dato tante occasioni di pentirmi e non l’ho mai voluto fare... Adesso sono all’inferno, dillo a tutti, affinché serva di esempio e dì che sono pentito per quanti granelli di sabbia ci sono sulla spiaggia del mare... - Un parente di un conoscente di Natuzza, massone e morto senza volere i sacramenti, apparendo a Natuzza disse: “ soffro... per me non c’è speranza, sono condannato al fuoco dell’inferno, sono per me sofferenze atroci, spaventose...” - A Natuzza sono apparse altre anime in stato di dannazione, anche di personaggi molto importanti, tra cui quella di “ X Y “ (1847–1905 ). Ebbe fama di filosofo cattolico e fu preso in considerazione da Pio IX e da Leone XIII. Scrisse vari volumi di notevole successo e fu uno dei primi a scrivere di estetica. Era cattolico dichiarato, tuttavia apparendo a Natuzza dichiarò di essere dannato per aver commesso dei gravi peccati, dei quali non aveva fatto in tempo a chiedere perdono a Dio.- Il 15 agosto 1986 ebbe un’apparizione della Madonna che le disse: "Figlia mia esorta tutti a pregare, a recitare il Rosario... ogni giorno migliaia di persone precipitano nell’inferno, così come li hai visti tu in quel sogno che io ti ho inviato... Offri le tue sofferenze al Signore per la salvezza delle anime...".- Il 15 agosto 1988 le apparve di nuovo la Madonna che le disse :"Io sono l’Immacolata Concezione... il mio cuore è trafitto da una spada per tutto il mondo intero che pensa a mangiare, bere, divertirsi e a vestirsi bene, mentre c’è gente che soffre. Pensa solo per il corpo, mai un pensiero a Dio... I peccatori di tutto il mondo e particolarmente i religiosi cadono nell’inferno come le foglie degli alberi...".


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